L’Irrazionalità fa bene?

Capita abbastanza spesso, specie tra persone di mentalità scientifica, di sottolineare i benefici della razionalità. Siamo giustamente convinti che la razionalità sia una facoltà preziosa, iscritta nelle nostre cortecce cerebrali e affinata in centinaia di migliaia di anni dalla selezione naturale.
Molte riflessioni sono state fatte da filosofi e scienziati sul valore adattivo della razionalità, sul suo legame con la (misteriosa, secondo alcuni) profonda struttura matematica della Natura, sulla capacità della Scienza e della Ragione di trovare le regolarità, se non addirittura le Leggi, che improntano di se stesse la nostra esperienza della realtà. Io sono a mia volta convinto che la ragione sia lo strumento di elezione, se non l’unico affidabile, per la comprensione delle cose e per la costruzione della conoscenza. La Ragione (lasciatemi usare ancora questa maiuscola un po’ illuministica) è anche, o così penso io, lo strumento che ci permette di “simulare” mentalmente e prevedere l’esito delle nostre azioni, e quindi che ci consente di essere Agenti consapevoli che operano in vista di un obiettivo, sapendo valutare quale tra le diverse possibili linee di azione sia la più conveniente; la Teoria dei Giochi, le tecniche di Problem Solving, gli algoritmi che permettono ai computer di giocare a scacchi meglio dei campioni oppure di regolare il funzionamento di un’autovettura sono tutti esempi della potenza e della versatilità della Ragione.
Eppure, sorprendentemente, l’Irrazionalità esiste e prospera, e questo è il fenomeno su cui vorrei attirare la vostra attenzione.
Innanzitutto, cos’è l’Irrazionalità? Non saprei darne una definizione generale, quindi mi accontento di una certamente personale e restrittiva: l’Irrazionalità consiste nell’inclinazione a prendere decisioni che secondo l’analisi razionale dei problemi sono errate (ossia diverse da quelle “razionali”, che per definizione sarebbero quelle “ottimali”). So che la definizione è contestabile, anche semanticamente parlando, ma prendetela per buona, e tenete d’ora in poi conto che questo è quello che intendo.
Quindi, il tema che voglio affrontare (razionalmente…) è riassumibile nelle seguenti domande:
1.   L’Irrazionalità è una caratteristica umana ampiamente diffusa?
2.    È vero che le decisioni irrazionali producono risultati “peggiori” di quelle razionali?
3.    Se la risposta alle due domande precedenti è “sì”, come si spiega che la selezione naturale e culturale non abbia cancellato l’Irrazionalità?
Ebbene, che la risposta alla domanda 1 sia sì mi pare evidente. Anzi, direi che per gli esseri umani le decisioni razionali siano l’eccezione. Intendiamoci: come ho detto prima, non intendo per “irrazionali” le valutazioni extra-razionali: quando scegliamo il gusto di un gelato o il colore di una cravatta, non abbiamo bisogno di chiamare in causa grandi strategie. Ma quando scegliamo un investimento, un partito politico, un posto di lavoro, un medico, facciamo scelte determinanti ai fini del nostro benessere e di quelli che consideriamo i nostri interessi vitali, e sarebbe naturale attendersi che usiamo le migliori strategie di scelta possibili.
Ebbene, anche in questi casi, a me sembra chiaro che la maggioranza delle persone sceglie in modo irrazionale. Anzi, credo che sia agevole “dimostrare” che le scelte di molte persone sono contrarie agli obiettivi che esse consapevolmente si pongono; politica a parte, il pullulare di oroscopi, lotterie, terapie di “medicina alternativa”, truffe varie, eccetera, sono tutti indizi del fatto che i criteri razionali di scelta non sono quelli generalmente adottati.
Quanto al fatto che sia vero che l’Irrazionalità è controproducente, in senso stretto è quasi un postulato: se consideriamo razionale la scelta che ci dà le migliori probabilità di successo, l’Irrazionalità è dannosa. C’è però un punto debole di questo ragionamento: siamo sicuri di sapere davvero quale sia l’effetto “migliore” possibile di un’azione? Forse l’Irrazionalità potrebbe produrre dei vantaggi che noi non percepiamo? Rinviamo l’analisi di questo dubbio alla fine del nostro ragionamento, e per ora accontentiamoci di dire che, rispetto ai fini espliciti del nostro operare, l’Irrazionalità è per definizione controproducente.
Quindi, ci ritroviamo alle prese con la domanda finale: perché, nel corso dell’evoluzione naturale e culturale dell’umana specie, l’Irrazionalità non è stata cancellata? Perché non si è estinta con le dinastie che governavano in base ai responsi delle interiora degli agnelli sacrificali, non è affondata con i marinai che sceglievano la rotta secondo le leggende su mostri marini e isole beate, non è scomparsa con i popoli che per combattere le pestilenze si radunavano nelle chiese a pregare, infettandosi in massa? Perché oggi ritroviamo comportamenti altrettanto irrazionali, seppure aggiornati al nostro tempo?
La mia risposta è che evidentemente l’Irrazionalità fa bene. E non poco: deve far parecchio bene, altrimenti non potrebbe bilanciare i suoi effetti certamente e gravemente dannosi.
In un certo senso, è come l’anemia mediterranea, una malattia genetica grave, eppure fino a tempi recenti molto diffusa: ha potuto conservarsi in alcune popolazioni perché proteggeva dalla malaria, quindi aveva un effetto benefico almeno paragonabile ai danni che provocava.
E quale mai beneficio può apportare l’Irrazionalità? Qui le evidenze di fatto non ci aiutano, e devo proporre una mia interpretazione: io credo che l’Irrazionalità coniughi le nostre azioni e le nostre emozioni, e provochi quindi uno stato di benessere e di armonia psichici. Quando intraprendiamo un’azione per la quale non ci affidiamo alla Ragione, consentiamo alle nostre emozioni profonde di guidarci e di scegliere “per noi”, ossia per il nostro Io conscio. Queste emozioni sono ovviamente una guida molto meno valida della Ragione, se consideriamo il risultato pratico dell’azione, ma questo non vuol dire che affidarsi ad esse significhi agire a casaccio.
Se, di fronte a una varietà di funghi sconosciuti, anziché consultare un manuale dei funghi commestibili, per decidere quale mangiare ci basiamo su quanto ci attraggano il loro colore e il loro profumo, sicuramente facciamo qualcosa di irrazionale, e abbiamo una probabilità molto maggiore di avvelenarci, ma altrettanto sicuramente abbiamo meno probabilità di avvelenarci che se scegliessimo a caso, dato che vista, gusto e olfatto ci servono (servivano?) appunto anche per scegliere i cibi per noi salutari. Inoltre, è certo che l’esperienza di mangiare il fungo sarà più gratificante che se avessimo scelto razionalmente, e sentiremo di aver fatto una scelta in armonia con il nostro istinto e in ultima analisi con noi stessi. Perché la Ragione è impersonale, mentre noi ci identifichiamo con la “nostra” Irrazionalità: una scelta giusta fatta razionalmente ci gratifica molto meno di una scelta quasi giusta fatta irrazionalmente.
Ecco perché, secondo me, essere irrazionali aumenta la nostra autostima, ci fa essere in armonia con le nostre pulsioni consapevoli o no, aumenta la nostra convinzione in quello che facciamo, in sintesi ci fa sentire bene. E sentirsi bene fa bene.
La conclusione, specie per un razionalista di ferro come me? Mi verrebbe da dire: forse dobbiamo dare libero sfogo alla nostra Irrazionalità. Lasciamole campo libero là dove non può farci davvero male; siamo impulsivi e irrazionali nel concederci un acquisto di troppo, un’ora passata a giocare anziché ad aggiornarci professionalmente, un’auto di un colore che “non tiene lo sporco” o un paio di scarpe che non metteremo mai. Ne ricaveremo soddisfazione e benessere, senza dover sacrificare alla Dea Irragionevole il nostro conto in banca o la nostra salute. Quasi quasi, ci provo e vi faccio sapere.

6 pensieri su “L’Irrazionalità fa bene?

  1. ahi, mi tocca scrivere una risposta per memento!!! in sintesi penso questo: esiste un pensiero strutturato e uno destrutturato. il secondo si struttura a livello più profondo, non del tutto consapevole, ma si struttura ugualmente. Viene talora inquinato da componenti erronee, è vero, ma essendo strutturato molto più profondamente, elabora e comprende anche input complessi che non riescono ad essere ridotti a proposizioni logiche verbalmente formulabili; inoltre comprende input sensoriali non verbali, oinput emozionali, un sacco di roba, e la elabora come il pensiero razionale non è in grado di fare. funziona quindi molto meglio, potenzialmente, o per meglio dire lo farebbe se fosse possibile controllare gli elementi inquinanti e fuorvianti. uff, noi destrutturati, noi creativi, siamo solo strutturati ad un livello più profondo e lasciamo scorrere le correnti emozionali negli strati superiori. Il cervello funziona così, se cerchi di limtarlo alla pura razionalità ne tagli via un pezzo, lo imprigioni, lo coarti, ti amputi un pezzo di vita.
    rimane il problema del controllo degli elementi inquinanti. o per meglio dire rimane il problema di come arginare e indirizzare le componenti irrazionali. comprese quelle alla base dell’effetto placebo 😉 o quelle che ci scatenano irrazionali e irresistibili attrazioni, fonti di spudorata felicità, o altre, a cui dovresti dedicarti sempre più speso, si, non può farti che bene. Baci. Caps

  2. è pieno di errori di battitura sto commento, ma tu e i tuoi lettori mi perdonerete. Un altro spunto sull’onda di questo flusso: serve davvero “tutta”, la medicina moderna? Quanta di essa serve a migliorare la nostra salute e quanta ad arginare semplicemente la paura di morire e a perpetuare la scotomizzazione della morte operata dalla società attuale?

  3. Io la vedo cosi`. La razionalita` pura si puo` esercitare solo nell’ambito di un sistema formale. Abbiamo la grande fortuna che ci sono sistemi formali che simulano molto bene parti della realta` in cui viviamo. PERO` questi sistemi non riusciranno mai a simularla tutta e perfettamente.

    Percio` la stutturazione sotterranea di cui parla Capsicum e` piu` simile all’azione di una “rete di neuroni” artificiale che ad un calcolo delle proposizioni; e spesso l’una e l’altra risultano piu` efficaci dei loro antagonisti.

    Posso consigliarti due libri per le vacanze (se ne farai)? Uno e` “Affective computing” di R. Picard. E` breve e in realta` puoi leggerne anche solo meta`, visto che e` molto ridondante. Parla della necessita` di un fattore emotivo nella “vera” intelligenza (non … quella del Mensa…) e degli embrionali tentativi di implementarlo in una macchina.
    Un altro (che ti puo` prestare Capsicum) e` “Lo strano caso del cane ucciso a mezzanotte”. Oltre che per l’inquietante somiglianza del protagonista con tutti i matematici che conosco, me compreso, mi ha colpito perche’ illustra molto bene come una stretta razionalita` possa risultare catastrofica, almeno in un mondo governato da esseri irrazionali e non autistici.

  4. @Max: con “Affective Computing” siamo a due libri che mi hai consigliato e che cercherò di leggere (ma ho letto ad esempio Damasio, e so che le emozioni hanno un valore cognitivo). Per fortuna “Il cane ecc.” l’ho gia’ letto (e mi è piaciuto moltissimo).

    @Capsicum: essere razionali non richiede l’eliminazione degli elementi non razionali dalla propria vita, questo è un classico equivoco di chi razionale non è e non vuole essere. Io posso amare la poesia, commuovermi davanti a un film toccante, e tuttavia scegliere un candidato da votare alle elezioni in base a fattori razionali e non emotivi. Ma a chi è preda del fascino dell’irrazionale i razionalisti sembrano sempre limitati, mentre a me razionale sembra limitato chi non sa usare gli strumenti cognitivi di cui dispone. Comunque, fai attenzione al significato (effettivamente improprio) con cui ho usato la parola Irrazionale in questo post.

  5. Mi farebbe molto piacere che tu entrassi nel CICAP: il tuo punto di vista equilibrato lì farebbe un gran bene.

  6. A proposito dello “Strano caso del cane…”, tu e Capsicum sarete stati contenti di vedere che, con la donna con il piu` alto IQ, ci sono stati numerosi matematici universitarii pronti a mostrare la loro arroganza, ignoranza e stupidita` 🙂

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