Gli errori della Crescita

Eccoci a una nuova tappa del mio excursus ragionato in alcune aree “grigie” delle teorie economiche dominanti, laddove secondo me si annidano errori concettuali e forzature ideologiche. Se avete l’impressione su questi argomenti questo blog sia ripetitivo, avete ragione: ho l’impressione di essere stato poco chiaro e di aver lasciato dei “buchi” logici nella presentazione delle mie idee in materia, e sto ripercorrendo di fatto temi già toccati. Cercherò per quanto possibile di evitare ripetizioni pedisseque, rinviando magari ai miei post originali di un paio di anni fa.

Ricordo però a tutti che questo è il blog dell’Incompetente: non prendete quello che scrivo come oro colato, e non aspettatevi un corso di Economia, anche se per semplicità eviterò di infarcire questi post con dei “forse”, “se ho ben capito”, “nei limiti delle mie conoscenze”. Qui non si danno garanzie e non si accettano reclami: si offrono solo spunti per la vostra curiosità, e anche le affermazioni apparentemente più categoriche devono essere considerate niente di più che chiacchiere di un profano.

In questo post, riprendiamo il punto della Produzione e della Crescita, un argomento essenziale. Nella Teoria Economica Neoclassica, la formula comunemente adottata per descrivere l’andamento della produzione in un sistema economico (Funzione di Produzione) sarebbe:

Dove Y sta per Produzione, K per Capitale (diciamo per ora il valore di tutti i macchinari utilizzati nella produzione), L per Lavoro (il valore delle ore di lavoro per anno, ad esempio) e A è un fattore che assomma tutti i parametri di produttività per unità di lavoro/capitale, mentre α è un numero, da determinare empiricamente, tra 0 e 1 (il fatto che sia inferiore a 1 rispecchia il principio dei rendimenti decrescenti, di cui abbiamo già parlato). Questa funzione, detta di Cobb-Douglas, è applicabile, in linea di principio, alla produzione di un singolo prodotto da parte di una impresa, ma la considereremo valida anche per la produzione aggregata, ad esempio, di un’intero settore industriale, o di uno Stato; è in fondo la stessa assunzione che fa la teoria economica neoclassica. Pare, però, che sia un’assunzione dimostratamente sbagliata; chi sia più interessato di me al tema può leggere ad esempio questo particolareggiato articolo che conclude «L’era dell’economia neoclassica è forse terminata in qualche momento degli anni ‘70», tanto per dare una sensazione di quanto poco sia incontestabile l’autorità dei modelli economici “di riferimento”.

Tornando alla formula, non avete la sensazione che manchi qualcosa? Eh già: la formula considera solo due Fattori di Produzione (Capitale e Lavoro), e sembra manchino almeno due cose “abbastanza” importanti: le materie prime che vengono trasformate, e, in particolare, l’energia che serve ad esempio a far funzionare i macchinari.

Vi sembrerà strano, ma storicamente questa “piccola omissione” dipende dal fatto che questa formula nasce per un’economia sostanzialmente agricola, in cui la terra era parte del capitale, i mezzi di produzione erano zappe e vanghe, e insomma la produzione non nasceva dalla trasformazione di materie prime in prodotti finiti. Essa è “modernamente” giustificata sulla base del relativamente basso costo delle materie prime e dell’energia (se c’è spazio, su questo punto ci torniamo).

Tuttavia, è evidente un fatto semplice: questo tipo di funzione non può descrivere un sistema chiuso; un sistema produttivo che segua le leggi dell’economia neoclassica può solo essere un sistema aperto che conta su un “rifornimento” illimitato di materie prime dall’esterno e che “esporta”, sempre verso l’esterno, i suoi scarti (o, termodinamicamente parlando, l’entropia che genera). L’economia neoclassica non è in grado di fornire una descrizione completa di un sistema globale all’interno del quale si svolgano processi produttivi.

In effetti, c’è chi ha lavorato per estendere la Funzione di Produzione tenendo conto anche di altri fattori di produzione oltre al capitale e al lavoro, e adottando un punto di vista più realistico e direi scientifico. Alcuni benemeriti (v. questo articolo) hanno cercato in particolare di “riconciliare” i modelli delle funzioni di produzione con i normali vincoli termodinamici e fisici che qualsiasi sistema reale deve rispettare. Non mi pare il caso di analizzare nel dettaglio queste proposte (e ora come ora non ne sarei in grado), ma basti dire che queste linee di ricerca mi sembrano prospettare un superamento del modello economico neoclassico alla base dell’economia capitalistico-liberista piuttosto che una sua estensione.

Inoltre, nessuno dei modelli neoclassici e delle relative estensioni tiene conto dei vincoli di disponibilità delle risorse, e considera invece generalmente i fattori di produzione sostituibili tra loro. In parole povere, si presume che si possa sostituire il Lavoro con il Capitale (ad esempio usando macchine al posto della manodopera), ma anche una qualsiasi materia prima con Capitale o con Lavoro (sostituendo l’energia elettrica con una squadra di pedalatori?). A me sembra che questa sia un’altra semplificazione iperottimistica: esistono materie prime e risorse naturali non rinnovabili e non completamente sostituibili, o che hanno un tasso di rinnovamento inferiore al consumo che ne facciamo. Le risorse dell’ecosistema complessivo del pianeta rappresentano, ove si consideri il sistema nel suo complesso con la sua produzione di rifiuti e di entropia, un fattore di produzione limitato e non sostituibile, che può essere trascurato nei modelli economici solo nell’approssimazione in cui il sistema produttivo complessivo sia fisicamente irrilevante rispetto all’ecosistema stesso. Ormai purtroppo, come sappiamo, non è più così.

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