Qualche differenza tra beni hard e soft

Nel post precedente, ho suggerito che ai fini della determinazione dell’utilità dei beni possa essere opportuno introdurre esplicitamente una classificazione gerarchica dei beni, divisi in beni hard (che soddisfano bisogni “di base”) e soft (che soddisfano bisogni più sofisticati). Peraltro, non è questa l’unica differenza che si può ragionevolmente attribuire ai due insiemi di beni: le caratterizzazioni che proporrò sono comunque ovviamente personali, anche se mi sembrano plausibili.
Beni hard:
·         Soggetti a bisogni più “rigidi”, quindi con una funzione di utilità che cresce “quasi uniformemente” fino al soddisfacimento pieno delle esigenze di base (finché ho fame, il cibo rimane per me molto attraente)
·         Soggetti a maggiore saturazione (una volta abbondantemente sazio, il cibo ha per me un’attrattiva molto limitata)
·         Poco sostituibili: se non ho, ad esempio, un riparo per dormire, non posso realisticamente sostituirlo con un surplus di cibo.
In base a queste considerazioni, possiamo considerare che la funzione di utilità per ciascun bene hard dipenda poco dagli altri, ed abbia una forma qualitativamente simile a quella riportata in figura.
La riga verticale corrisponde al punto che potremmo definire di “quasi sazietà” per i beni hard, in cui l’utilità di ulteriori quantità di questi beni (la cosiddetta utilità marginale) cade quasi a zero (v. la figura seguente, puramente indicativa). Il raggiungimento della “quasi sazietà” per tutti i beni hard corrisponde, per la definizione che ne abbiamo dato nel post precedente, a un livello di benessere pari a 1.
Beni soft:
·         Soggetti a bisogni più “elastici”, quindi con “rendimenti” decrescenti sin da subito, ma con una curva più “morbida”
·         Soggetti a minore saturazione (basti pensare a quante, tra le persone più ricche, possiedono non una ma numerose auto di lusso)
·         Maggiormente sostituibili: dal momento che soddisfano un bisogno soft (ad esempio l’autorealizzazione), è più agevole compensare, ad esempio, una scarsa soddisfazione sul lavoro con altre fonti di gratificazione dell’autostima.
In base a queste considerazioni, possiamo considerare che la funzione di utilità per ciascun bene soft abbia una forma qualitativamente simile a quella riportata in figura.
Anche in questo caso, la prima riga verticale corrisponde al punto di “quasi sazietà” per i beni hard, e quindi corrisponde convenzionalmente al livello di benessere 1. La curva dell’utilità marginale avrebbe invece un andamento simile a quello della figura che segue.
Fin qui, la distinzione tra beni hard e soft non è forse così utile, e non cambia drasticamente gli assunti del modello microeconomico neoclassico. Proverò nel prossimo post a evidenziare come applicherei ai beni soft le osservazioni fatte qualche post fa relativamente all’utilità differita.
[nota: a una rilettura, vedo che i grafici sono un po’ fuorvianti. Specie quelli relativi al generico bene soft vanno letti come se in ascisse ci fosse il benessere b, e non la quantità del bene X. I vari grafici “funzionano” a mio parere se si considera il caso speciale di un solo bene hard e un solo bene soft, ma le considerazioni testuali dovrebbero essere valide più in generale. Mi riservo di rielaborare i grafici, che lascio perché presi cum grano salis danno un’idea di quello che intendo]
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