Fine primo tempo…

A quale conclusione siamo quindi arrivati con l’ultimo post? Abbiamo concluso che per un individuo razionale, raggiunto un certo livello di benessere, tale da soddisfare i bisogni primari e da permettere di godere di un buon assortimento di quelli che abbiamo chiamato beni durevoli soft, è conveniente ridurre al minimo il tempo e le risorse dedicati all’acquisizione di nuovi beni e orientarsi invece a sfruttare al massimo l’utilità differita dei beni che ha già acquisito.
Se quindi consideriamo un lasso di tempo abbastanza ampio nel quale un individuo può raggiungere un certo livello di benessere, avremo che la quantità di beni che acquisterà tenderà a decrescere, mentre la teoria microeconomica neoclassica, alla base del modello capitalistico-liberista, “prescrive” di continuare ad acquistare illimitatamente nuovi beni.
Tutto questo può sembrare quasi ridicolmente ovvio: potreste dirmi “Quindi hai dimostrato che se uno ha dieci milioni di euro in banca, la villa al mare e la barca a vela, gli converrebbe stare in vacanza a goderseli anziché ammazzarsi di lavoro per comprarsi l’aereo personale? Bella scoperta!”. Già, lo sappiamo tutti questo, vero? E sappiamo anche che se uno ha una casa adeguata, qualche soldo da parte e un abbonamento alla TV via satellite gli converrebbe passare il tempo a guardare una retrospettiva di film d’autore insieme ai figli piuttosto che lavorare come un matto per ottenere una promozione e comprare un TV al plasma da 50 pollici; però…
Però, per quanto questa conclusione possa sembrare ovvia, la teoria economica dominante dice esattamente il contrario! Dice in sostanza che non c’è limite alla tendenza al consumo di beni da parte di un agente economico razionale; io invece credo di aver dimostrato, pur accettando gli stessi presupposti della teoria economica neoclassica (e in particolare che le scelte degli individui sono guidate solo dalla massimizzazione dell’utilità, e che l’utilità deriva solo dai beni materiali), che, una volta tenuto conto della limitatezza del tempo a disposizione di ciascun individuo, questa teoria è falsa, ed è valida solo per individui (e, su più ampia scala, comunità) a basso livello di benessere, come era peraltro nella società quando la teoria economica neoclassica fu elaborata.
Sostengo inoltre, ma dimostrare questo richiederà una certa riflessione e un ulteriore ciclo di post (faticoso sia per me che per voi ;-)), che questo non è un dato isolato, e che anche dal punto di vista delle imprese vale la stessa cosa, ossia che non è vero che per le imprese sia conveniente massimizzare la produzione, una volta tenuto conto dei limiti fisici reali del mercato e delle risorse fisiche disponibili. In altre parole, vorrei dimostrare che il modello c-l è irrimediabilmente arcaico, in quanto si basa su una rozza approssimazione delle dinamiche economiche reali, valida solo per società a basso benessere diffuso e per sistemi di produzione e mercati “piccoli” rispetto alle dimensioni globali. Oggi viviamo in una società in cui il benessere diffuso è relativamente alto (b > 1) e in cui i sistemi di produzione e i mercati hanno ormai raggiunto dimensioni planetarie; in queste condizioni il modello c-l è semplicemente errato (mi rendo conto di aver fin qui dimostrato solo parzialmente questa affermazione, ma spero che quello che abbiamo già visto sia sufficiente per renderla almeno plausibile). 
Ammesso che le mie argomentazioni siano valide, rimane una obiezione fondamentale che potrebbe essermi rivolta: “Ma se fosse vero che agli individui converrebbe limitare i propri consumi e dedicare il proprio tempo a massimizzare il beneficio che traggono dai beni che possiedono già, come mai in genere le persone non si comportano così?”. La risposta ovvia è che le persone non sono agenti razionali, e che sia l’economia neoclassica che le mie “proposte di emendamento” sono dirette a identificare il comportamento più razionale, non a prevedere quello psicologicamente più probabile. Se le persone si comportano in modo irrazionale, se ne deve trarre (almeno) una delle due seguenti conseguenze:
      non è vero che l’unico criterio che guida le scelte delle persone è l’utilità derivante dai beni, sia pure nel senso esteso “alla Maslow” che ho proposto;
      le persone sono indotte a comportarsi in modo contrastante con i propri veri interessi, da “forze” che le orientano sistematicamente nella direzione di un maggiore “consumismo”.
Avete qualche risposta da proporre?

Un pensiero su “Fine primo tempo…

  1.  c’è qualcosa di più. di più malefico. le persone sono indotte a perdere la percezione della differenza tra beni necessari in senso stretto e beni che potrei definire "necessari ad alto tenore". Non te lo so dire meglio, ma il telefonino, per esempio, non è necessario strettamente, anche se è molto utile. Tenere 24 gradi di temperatura in casa giorno e notte  e stare senza maglione non è necessario, si potrebbero tenerne 20 di giorno (e ti garantisco che ci vuole solo un golfino leggero) e 14-15 di notte, con un bel piumino. Cambiare il divano non è necessario, ma è percepito come necessario. Muoversi continuamente in auto non è necessario, se non per non perdere tempo, lavorare di più e  con ciò pagare la benzina e l’autovettura con cui ti sposti, appunto. lo fanno senza riflettere e senza farsi i conti. Non hanno una vera libertà di scelta, perché vengono convinti che stanno lavorando per lo strettamente necessario, non per il superfluo. Potrei continuare. Ma le sai quanto me queste cose e probabilmente le dirai in maniera più sistematica e scientifica… baci

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