Lavorare è un’abitudine costosa…

Per concludere questa parte della discussione del modello capitalistico-liberista (modello c-l), basato sulla teoria microeconomica neoclassica, possiamo ricapitolare i passaggi precedenti dicendo che:
1.    Siamo partiti, coerentemente con il modello c-l, dall’assunzione che le scelte di un agente economico individuale siano guidate essenzialmente dalla massimizzazione della cosiddetta utilità, e che esista una funzione di utilità che rappresenta le preferenze (ho preferito talvolta far riferimento ai bisogni) dell’individuo;
2.    Ho cercato di evidenziare che è plausibile, anche facendo riferimento ad altre analisi delle motivazioni umane, che i bisogni possano essere raggruppati in classi di priorità, e che di conseguenza la funzione di utilità presenti dei punti singolari, o meglio dei punti di transizione, in corrispondenza della “quasi sazietà” di una di queste classi di priorità. Per semplicità, ho adottato un modello minimale in cui esistono solo due classi di priorità: i beni hard e quelli soft;
3.    Ho introdotto una grandezza che ho chiamato benessere, e che corrisponde al “tasso di riempimento” complessivo delle diverse classi di beni. Questa grandezza (indicata con b) non è una grandezza “fondamentale”, ma rappresenta un indicatore sintetico della quantità di beni utilizzabili di cui dispone un soggetto. In base alle ipotesi già fatte, a ogni valore di b corrisponde un insieme di beni scelti dall’individuo, che includeranno, in base alla priorità delle classi di beni, prima tutti i beni a massima priorità, quindi quelli di priorità immediatamente inferiore, e così via; i punti di transizione della funzione di utilità corrisponderanno a specifici valori di b;
4.    Nel modello semplificato che ho scelto, quindi, possiamo definire la scala di b in modo tale che:
·         Per 0 < b < 1, ci troviamo nel “regime” di acquisizione dei beni hard;
·         Per b = 1, abbiamo l’unico punto di transizione del nostro modello, che corrisponde alla “quasi saturazione” dei beni hard;
·         Per b > 1, ci troviamo nel regime di acquisizione dei beni soft, che dovremo studiare più da vicino.
E’ quindi possibile, ignorando a questo livello di discussione le differenze di preferenze tra i diversi beni all’interno delle due classi, fare riferimento a una funzione di utilità marginale, costituita dalla somma di quelle relative ai beni hard e soft, che è funzione di b, come la seguente:
Se consideriamo costanti i prezzi dei beni, possiamo interpretare la curva di utilità marginale come l’utilità ottenibile con un’unità di potere di acquisto. Questa utilità, coerentemente, decresce; se peraltro assumiamo che il potere di acquisto si ottiene lavorando, ossia convertendo tempo in denaro, possiamo concludere che la curva in questione esprime l’utilità ottenibile da un’unità di tempo.
Proviamo ora a definire il concetto, già accennato, di utilità differita: partiamo dalla considerazione che convenzionalmente si distinguono beni durevoli e beni non durevoli. I beni non durevoli (es. cibo) esauriscono immediatamente la loro utilità; i beni durevoli (es. un’automobile) la “erogano” lungo un periodo di tempo esteso, nel quale vengono usate. In entrambi i casi, classicamente, l’utilità del bene è comunque definita al momento dell’acquisto, ed è quindi espressa appunto dalla curva di utilità marginale. Questa distinzione è a mio parere sufficiente per i beni hard, legati a bisogni chiaramente valutabili.
Viceversa, per i beni soft, può verificarsi il caso in cui l’utilità di un bene durevole non è fissata al momento dell’acquisto. Supponiamo di comprare un CD musicale: la sua utilità misurata dalla curva che conosciamo corrisponde al piacere derivante dall’acquisto, dal tornare a casa e inserire il nuovo CD nello stereo, ascoltarlo per la prima volta con gusto, godendo il piacere della musica e contemporaneamente del possesso. Ma non è tutto qui.
Se successivamente dedicheremo del tempo ad ascoltare di nuovo il CD, rinnoveremo il piacere dell’ascolto, scopriremo nella musica qualcosa che ci era sfuggito. Ricaveremo da quell’acquisto una gratificazione (e quindi un’utilità) aggiuntiva, la cui misura sarà appunto proporzionale al tempo che dedicheremo a riascoltare il CD. Ho pensato di chiamare questa utilità aggiuntiva utilità differita, e deve essere chiaro che si tratta di un’utilità diversa da quella offerta da un bene durevole hard. Provo a fare un secondo esempio relativo a un bene molto diverso.
Supponiamo che io compri una Ferrari. Ovviamente, si tratta di un bene durevole, e in particolare di un’automobile; ma la sua utilità non è la stessa di una Punto. Infatti, è ragionevole ritenere che la mobilità sia un bisogno fondamentale, in quanto è difficile vivere decentemente, specie in una città, senza disporre di un mezzo di trasporto (al limite, usare i mezzi pubblici). Una Punto soddisfa appunto questo bisogno, ed è quindi a mio modo di vedere un bene hard.
Una Ferrari, invece, soddisfa solo marginalmente un bisogno di mobilità: piuttosto, soddisfa un bisogno di autorealizzazione e di affermazione nei confronti degli altri che si colloca molto in alto nella piramide di Maslow, e che rende la Ferrari quindi prevalentemente un bene soft. Ma se è vero che l’acquisto e il possesso di una Ferrari sono già sufficienti a gratificare l’acquirente, è innegabile che una parte significativa della soddisfazione derivante da un’auto come quella derivi dall’andare in giro al volante di un mezzo di gran lusso e immediatamente riconoscibile, magari per girovagare senza una meta o per trascorrere una serata mondana. Questa parte differita di soddisfazione (e quindi di utilità) non si può godere che dedicando tempo a utilizzare il bene al di fuori della sua utilità immediata (cioè: usare una Ferrari per andare in ufficio tutte le mattine non è altrettanto gratificante).
Anche in questi casi, quindi, esattamente come quando compriamo un bene, “spendiamo” tempo per ottenere utilità, ma senza prima convertire il tempo in denaro (ossia senza lavorare) e senza acquistare nuovi beni. Dato che, come abbiamo visto, solo i beni durevoli soft (e non tutti) possono fornire utilità differita, questo utilizzo alternativo del tempo può verificarsi solo quando il nostro indicatore di benessere b è maggiore di 1, e sarà tanto più possibile quanti più beni soft siano stati precedentemente acquistati da un individuo. Ecco che quindi abbiamo dimostrato che non è vero che un individuo non abbia altro uso possibile del suo tempo che lavorare per guadagnare denaro, comprare beni e quindi ottenere utilità. Esiste un impiego alternativo del tempo, che si applica solo se b > 1, e che consiste sostanzialmente nel dedicare tempo a godere quello che già si possiede anziché lavorare per comprare nuovi beni.
Questo impiego del tempo compete con la conversione del tempo in beni, e costituisce un disincentivo a lavorare tanto più efficace quanto maggiore è il numero e la varietà di beni di cui un individuo può già godere. Dato infatti che l’utilità marginale offerta dall’acquisto di nuovi beni decresce rapidamente, così come è decrescente l’efficienza di conversione del tempo in denaro (ad esempio, per la progressività delle tasse), prima o poi l’utilità marginale ottenibile impiegando il proprio tempo a godersi ciò che si ha dovrà superare l’utilità marginale ottenibile lavorando per comprare nuovi beni. Senza pretesa di rigore matematico, una forma ragionevole della curva di utilità marginale che tenga conto dell’utilità differita potrebbe essere quella illustrata nella figura che segue; è il caso di ricordare che quello che conta è l’utilità ottenibile investendo un’unità di tempo. E’ chiaro, quindi, che se io possiedo una Ferrari potrei trovarmi di fronte alla seguente alternativa (puramente ipotetica, ahimè): domani che è domenica mi conviene fare una gita con la Ferrari sulle colline del Chianti, in adeguata compagnia, oppure lavorare a una nuova idea imprenditoriale che mi consentirà di comprare una Bugatti? E’ ovvio che per comprare la Bugatti dovrò comunque lavorare un bel po’, e sacrificare diverse domeniche in cui potrei invece godermi il mio benessere già acquisito. A un certo punto, la densità di utilità marginale per unità di tempo, per così dire, derivante dall’utilità differita supera inevitabilmente quella derivante dai possibili nuovi acquisti.

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