Principio Olografico e Psicologia: fine del viaggio

Con questo chilometrico e confuso post, chiuderei il tema del Principio Olografico e in particolare la mia incursione nel campo della Psicologia. Siate clementi, o astenetevi prudentemente dalla lettura…

Parlando di modelli “emergenti” in Fisica, abbiamo visto che è possibile dimostrare che da una struttura fondamentale “a rete” sufficientemente articolata è possibile far emergere una descrizione basata su uno “spazio” convenzionale (ossia che non è lo spazio nel quale si collocano i “nodi” della rete) nel quale si può ridefinire una dinamica che, anche se determinata dal livello fondamentale, può riprodurre enti e relazioni astratti e non immediatamente riconducibili al livello “inferiore”. Questo metodo, sempre in Fisica, è alla base degli approcci alla Gravità Quantistica fondati sulle Spin Network, che come abbiamo detto sono ancora lontani da un risultato definitivo ma mi sembrano promettenti.
Passando su un diverso terreno, e volendo ispirarsi a questo approccio per avvalorare l’idea che sia possibile “collegare” la struttura neurologica del cervello umano alle nostre ordinarie descrizioni delle funzioni mentali, e ai modelli della psicologia umana, è importante notare che l’idea che questi modelli siano “emergenti” è complementare all’idea “riduzionista che punta a ricostruire i livelli “superiori” di descrizione in modo diretto a partire da quelli “inferiori”, senza introdurre un “salto” di paradigma descrittivo. Proverò a essere più chiaro nel seguito.
Il livello fondamentale di descrizione della nostra mente è sicuramente quello neurofisiologico. E’ ovviamente una semplificazione indebita considerare l’encefalo come l’unica sede dei processi che definiamo “mentali”, ma per comodità ragionerò come se così fosse, anche perché credo che questa scelta non comporti perdite di generalità. A questo livello, ovviamente, troviamo la nostra descrizione “a rete”, che è poi una rete di neuroni; gli stati e i processi che si realizzano su questa rete sono caratterizzati da grandezze (potenziali, attivazioni, correnti, ecc.) che nulla hanno, prima facie, a che vedere con i fenomeni mentali. Non appare quindi del tutto improprio, anche epistemologicamente, il parallelo con le “reti” dei costituenti fondamentali della materia e delle loro correlazioni.
A partire da questo livello fondamentale di descrizione, è possibile procedere in almeno tre direzioni distinte:
1) evitare di introdurre qualunque altro livello superiore, e trattare la “rete neurale” come l’unica possibile descrizione esplicita della mente. Inutile dire che questo approccio richiama (o almeno a me ricorda) il programma della AI forte basato sulla riproduzione delle reti neurali biologiche tramite modelli programmati al computer, che dovrebbero, se sottoposti a un adeguato “addestramento”, poter replicare alcune (o, in estrema analisi, tutte) le capacità cognitive umane. Le funzioni mentali, quindi, in questo approccio sarebbero, sì, “emergenti”, ma non esisterebbe una correlazione riconoscibile tra i due livelli, esattamente come non esiste una correlazione riconoscibile tra i parametri che regolano le reti neurali informatiche e, ad esempio, una valutazione di rischio finanziario (che è uno dei campi in cui tali modelli vengono applicati).
2) tentare di utilizzare il livello fondamentale, combinandone gli elementi in strutture di complessità e di organizzazione gerarchicamente crescenti, per costruire livelli di descrizione superiori, ma senza introdurre discontinuità di paradigma. A tali strutture e ai processi che su di esse si appoggiano si faranno corrispondere fenomeni neurologici prima, e “mentali” poi, di livello sempre più “elevato”, che sarebbero quindi a questo punto completamente “spiegati”. Questo programma sarebbe ovviamente un programma riduzionista.
3) introdurre esplicitamente, immediatamente dopo il livello “fondamentale” o dopo aver seguito per un certo tratto il percorso “riduzionista”, una discontinuità di tipo di descrizione, possibilmente giustificando tale “salto” non solo in base alla sua conformità al nostro modo naturale di percepire i fenomeni mentali, ma eventualmente mostrando come sia possibile spiegare come i fenomeni “mentali” emergano da quelli “neurologici”.
L’approccio 3) sarebbe appunto quello che ipotizzavo nei post precedenti.
Volendo approfondire il ragionamento, viene naturale chiedersi a quale livello sia corretto collocare il “passaggio di paradigma” (ammesso che ve ne sia uno e uno solo). Proviamo a considerare, a scopo puramente esplorativo, due possibilità:
      basso livello: la discontinuità ha luogo già al livello dei processi cognitivi base, come quelli della percezione ed elaborazione di input sensoriali articolati, come immagini visive complesse. A partire dai costrutti psicologici-mentali richiesti per descrivere correttamente questo livello, dovrebbe essere possibile costruire una più elaborata teoria psicologica, da applicarsi anche a problemi complessi;
      alto livello: la discontinuità si ha quando, a partire da processi e fenomeni cognitivi semplici, si indaga l’organizzazione della coscienza, e della psicologia complessiva di un soggetto.
A questo punto, devo necessariamente invocare il privilegio del mio status di Incompetente. Infatti, procedere questa discussione senza conoscere approfonditamente né le neuroscienze né le diverse scuole psicologiche appare temerario anche a un dilettante come me; invito quindi chiunque stia leggendo a considerare i prossimi paragrafi come puri esercizi elucubrativi.
Un esempio di teoria che colloca la discontinuità a “basso livello” mi sembra la psicologia della Gestalt. Mi pare infatti di capire che alla base della teoria della Gestalt ci sia, tra l’altro, la convinzione che, pur esistendo una corrispondenza (o addirittura un isomorfismo) tra gli stati neurologici e quelli psicologici, non si possano comprendere i processi cognitivi (ad esempio la percezione di immagini) senza tener conto della loro organizzazione sistemica, non riducibile alla semplice elaborazione di input elementari. A partire da considerazioni di questo tipo sui processi percettivi, la Gestalt (mi sembra di capire) estende il suo approccio allo studio del pensiero e del comportamento umano, e ad essa si rifà una scuola psicoterapeutica che non sono però riuscito a comprendere quanto sia una diretta derivazione dei principi teorici della Gestalt.
Peraltro, i livelli di descrizione relativi ai processi percettivi e cognitivi “base” sono i bersagli naturali del riduzionismo, che tenta ovviamente di descrivere processi di complessità via via crescenti. La disponibilità di tecniche di indagine per immagini dell’attività cerebrale sempre più sofisticate, assieme alla crescente capacità elaborativa dei computer, sta fornendo importanti strumenti a chi si dedica ad approfondire gli studi sui processi mentali restando all’interno del livello di descrizione neurofisiologico. Sempre agli occhi di un Incompetente, sembrano molto interessanti risultati, sebbene parziali, di studi che mirano a correlare le immagini visive pensate o ricordate con specifici pattern di attivazione neurologica. Un recente articolo sembra indicare che l’idea di “leggere la mente” di qualcuno rilevandone l’attività cerebrale e poi elaborandola grazie a un computer possa non essere pura fantascienza, come al momento può apparire una scena del telefilm Dr. House… La cosa forse più interessante nell’articolo che citavo è che si afferma che i pattern neurologici correlati alle immagini sono molto simili tra persone diverse, il che lascia spazio all’ipotesi, sia pure molto speculativa, che sia possibile in futuro associare in generale specifici pattern neuronali a specifici costrutti mentali (immagini, concetti, ecc.). Questa ipotesi rappresenterebbe un bel sostegno alle tesi riduzioniste, o no?
Infine, spenderei qualche parola sull’idea di una discontinuità di paradigma ad alto livello. Una sua possibile “lettura”, che trovo personalmente convincente, è che mentre i processi cognitivi “base” potrebbero cadere preda del riduzionismo, risulti impossibile descrivere con uguale efficacia i processi mentali “superiori” senza utilizzare gli strumenti propri della psicologia. Ovviamente, per affermare questo dovrei chiarire cosa intendo per processi “superiori”, e quali strumenti della psicologia siano efficaci per descriverli. Proverò a ricorrere ancora una volta a un’analogia con le scienze fisiche.
In un certo senso, penso ai processi cognitivi come a equivalenti dei processi di Chimica Inorganica. Si tratta di processi sufficientemente “macroscopici” (rispetto alle interazioni ad esempio tra elettroni o protoni) da poter essere osservati direttamente, e un tempo erano descritti in termini “umani”: “si prende un pezzetto di ferro e lo si immerge in una soluzione di solfato di rame…”. La descrizione “fenomenologica” della Chimica è stata poi di fatto affiancata e sostituita da quella “microscopica”, basata sulla conoscenza della struttura della materia e delle forze elettromagnetiche che determinano la cinetica chimica. E’ certamente ancora possibile usare la descrizione fenomenologica della Chimica, ma essa non aggiunge nessuna informazione rispetto alla descrizione microscopica, che anzi collega le “leggi” empiriche della chimica pionieristica alle leggi fondamentali della Fisica. Mi sembra onestamente possibile, se non probabile, che lo studio delle neuroscienze porti allo stesso risultato per quanto riguarda i processi cognitivi come percezione, memoria, emozioni, ecc.
Tuttavia, noi non siamo solo un coacervo di processi di questo tipo; esiste una parte della psicologia che si occupa di ciò che costituisce la personalità complessiva di un individuo. Prima che vi indigniate ulteriormente, vi do ragione: la mia ignoranza in questo settore si estende fino a includere la terminologia di base. Sono estremamente disorientato da termini come Io, Coscienza, Sé, Psiche, Inconscio, e altri ancora più vaghi, come Anima o Spirito, e non saprei neanche con certezza quali scuole psicologiche usino l’uno o l’altro termine, e in che accezione. Quindi, li userò a casaccio e mi guadagnerò un altro po’ del vostro disprezzo.
Come dicevo, la Psicologia non studia solo processi mentali “delimitati”, o certe capacità cognitive, ma anche i fenomeni che coinvolgono quanto di una persona è individuale e persistente, ossia il suo Io. E’ evidente che le caratteristiche psicologiche che intervengono a questo livello di descrizione sono particolarmente importanti, in quanto sono quelle che più distinguono una persona dall’altra, e i processi e le forze che agiscono a questo livello sono di grande rilievo. Questo è quello che intendo per alto livello relativamente ai fenomeni mentali.
A questo punto, ha senso chiedersi, come ho fatto per i processi cognitivi di basso livello: è prevedibile che i progressi nelle neuroscienze finiscano per rendere irrilevante e ridondante la descrizione che la (o meglio, le diverse scuole della) Psicologia dà dell’Io? Potremo dire che questo tipo di descrizione, ammesso che sia valida, non aggiunge informazione a quello che possiamo ricavare dalle neuroscienze?
Io al momento mi sentirei di rispondere di no. A mio parere, questo livello di descrizione giustifica un effettivo “salto di paradigma”, o se vogliamo l’emergere di un modello descrittivo “macroscopico” che, pur non introducendo nuovi “oggetti ontologici” fondamentali, proponga un’organizzazione e una struttura che sarebbero praticamente inaccessibili altrimenti. Proprio come la termodinamica rappresenta una descrizione alternativa non banale per fenomeni fisici che coinvolgano quantità sterminate di elementi base, così la descrizione della Psiche fatta dalla Psicologia, seppure in linea teorica spiegabile in termini “microscopici”, in pratica offre strumenti di comprensione che resterebbero inaccessibili a una descrizione riduzionista. Non a caso, è proprio da uno di questi concetti termodinamici, l’entropia, che siamo partiti per un lungo viaggio nel Principio Olografico, un concetto che per definizione è comprensibile solo all’interno di una descrizione “macroscopica” e le cui numerose e illuminanti applicazioni sono stimolanti se non addirittura entusiasmanti. Chiuderei questo excursus proprio abbozzando un parallelo, del tutto privo di fondamenti certi ma forse suggestivo, del Principio Olografico con un particolare modello della Psiche.
Abbiamo visto in precedenti post che, espressa in forma generale, l’idea di introdurre un “livello emergente” di descrizione può essere equiparata alla costruzione di uno spazio “convenzionale”, non fisico, e che se questa operazione segue le modalità esposte per la Loop Quantum Gravity nello spazio che “emerge” risulta automaticamente valido il Principio Olografico. Se coniughiamo questa premessa con i modelli della psicoanalisi, e adattiamo conseguentemente la terminologia della figura adottata nel post per illustrare il Principio Olografico, potremmo trovare qualcosa del genere:
Qui ho interpretato l’”orizzonte” olografico come quello che separa il Conscio dall’Inconscio, che (secondo quanto mi pare di capire delle teorie analitiche di Freud e più ancora di Jung) sarebbe inaccessibile alla conoscenza diretta, ma proporrebbe una parte dei suoi contenuti “codificati” in forma simbolica all’interno di prodotti e materiali non controllati dal pensiero conscio, come i sogni o le immaginazioni.
Particolarmente suggestiva, nel caso di Jung, potrebbe essere la visione dell’Inconscio come ricco di energia psichica e di contenuti e costrutti profondi, tali da costituire una parte importante della Psiche, proprio come dietro l’orizzonte olografico fisico può celarsi una grande quantità di energia (o di massa, che è lo stesso). Ma eviterei di spingere l’analogia fino al punto di disgustare definitivamente tanto i fisici che gli psicologi…

6 pensieri su “Principio Olografico e Psicologia: fine del viaggio

  1. Non sono un fisico e tanto meno uno psicologo. Però la mia esperienza e le mie letture in visione artificiale mi fanno propendere per un salto a livello abbastanza alto.Infatti è molto notevole il progresso che è stato compiuto, nei ~40 anni di Computer Vision, nell'organizzazione "dal basso" dei dati visivi. Penso al magnifico esperimento quasi filosofico di Béla Julesz sugli stereogrammi a punti casuali (http://en.wikipedia.org/wiki/Random_dot_stereogram), agli studi di Hubel e Wiesel sull'organizzazione della corteccia visiva (e successori), a tutta la visione robotica industriale che, in ambienti via via meno addomesticati è riuscita a produrre risultati anche molto sorpendenti: per esempio i veicoli autonomi che hanno superato il DARPA Grand Challenge (http://en.wikipedia.org/wiki/DARPA_Grand_Challenge) o – ma con molto sospetto da parte mia – il troppo bravo ASIMO della Honda.Tuttavia nell'ambiente è ben noto il maledetto e onnipresente "semantic gap" fra immagine e significato, che tutti affrontano e nessuno supera… (Approfitto per un po' di pubblicità: http://www.dm.unibo.it/~ferri/hm/pubbl/CerriFerriGiorgiCIVR05.pdf)

  2. Ah, se è per questo, io non sono niente…Si sarà capito, comunque, che anch'io credo che alla fine i processi mentali "di basso livello" saranno compresi senza la necessità di un "salto" di paradigma descrittivo: si identificheranno nel dettaglio le strutture cerebrali responsabili di specifiche "funzioni operative" e i loro pattern di attivazione, nei limiti ovviamente della variabilità individuale. A quel punto, sarà probabilmente possibile identificare una relazione "uno-a-uno" tra stati mentali e classi di configurazioni neuronali…Dove invece io collocherei una discontinuità è, come dico nel post, nella descrizione della personalità, che mi piace avvicinare al modo in cui affrontiamo i problemi della Cosmologia, studiando le forze che guidano l'evoluzione su scala cosmica e utilizzando grandezze e leggi della termodinamica applicate a energie e dimensioni quasi inconcepibili.E' per questo che trovavo suggestivo un parallelo con il "salto" che c'è nel passare da una descrizione cognitivo-operativa della mente a una concezione della psiche come "popolata" di strutture macroscopiche (alimentate da emozioni, episodi di vita, pensieri, ecc.) che si accrescono e si attivano accumulando energia psichica (o Libido). ossia i complessi (sto usando questi termini, almeno nelle mie intenzioni, nell'accezione junghiana). Come descrivere la dinamica di queste strutture, e la loro interazione con la coscienza? Un modello psicologico analitico ispirato all'approccio junghiano è (o può essere), a questo fine, efficace, e, se sì, è non-isomorfo alla descrizione neurologica della mente? Se si rispondesse sì a entrambe le domande sarebbe secondo me molto interessante approfondire lo spunto che ho cercato di dare su come si possa giustificare una dualità nei modelli della mente senza voler affermare un dualismo ontologico ormai improponibile.

  3. Sto diventando incomprensibile? Provo a spiegarmi meglio.Un programma riduzionistico non ha grossi problemi concettuali: presume che prima o poi si arriverà a descrivere tutto all'interno di un unico paradigma, che guardacaso è quello che corrisponde al modello "fisico" fondamentale. L'unica difficoltà è l'onere della prova (o almeno della plausibilità) che questo obiettivo sia raggiungibile.Se si ritiene che esista un tipo di descrizione (quella psicologica dei fenomeni mentali, ad es.) che offre un contenuto informativo non surrogabile da una descrizione riduzionista, allora delle due l'una:- si accetta una posizione dualista, con la "mente" e il "cervello" che sono realtà indipendenti e solo correlate (posizione questa credo ormai irrimediabilmente screditata);- si ipotizza un modello in cui la descrizione "psicologica" emerge da quella "neurologica", e in questo caso si ha l'onere della prova (o almeno della plausibilità) che sia possibile far emergere una descrizione sufficientemente ricca da una "fondamentale" simile a una rete neurale. Io credo di aver dimostrato esattamente questo punto, grazie all'analogia con la Fisica, e ho ipotizzato che da questa analogia si possa congetturare che il modello psicologico "emergente" abbia alcune caratteristiche in comune con i modelli fisici, in quanto intrinseche al meccanismo "emergente" più che alla Fisica in senso stretto.Infine, ho fatto riferimento ad alcune caratteristiche dei modelli della psicologia analitica junghiana per evidenziare che essi mostrano appunto, in una qualche misura, queste analogie con particolare riferimento al "nostro" Principio Olografico e ai Buchi Neri. Ovviamente quest'ultima è una pura suggestione.

  4. Scusa, tu sei stato chiarissimo. Sono le mie conoscenze che sono lacunose.Personalmente non mi sono fatto un'opinione netta. Stento a credere ad un dualismo "puro", ma vedo quell'emergere – che mi convince molto di più – come un percorso molto mediato e complesso; come d'altra parte è già nei fenomeni fisici "elementari".

  5. Beh, considera ovviamente tutto quello che scrivo (come al solito) da prendere come un mezzo vaniloquio…

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