Elogio dell’Egoismo – 4: Ama il Prossimo Tuo come Te Stesso

Dopo aver discusso di rapporti “bilaterali”, è necessario allargare il campo della nostra analisi, passando a considerare i rapporti di “simpatia” verso l’ampia popolazione di coloro che conosciamo solo superficialmente o non conosciamo affatto.

Scegliamo dunque come sistema di riferimento quello di una qualsiasi persona di cui ci interessi studiare la funzione S; vedremo che troveremo alcune leggi applicabili in generale a tutti gli esseri umani, e quindi è utile analizzare il sistema di relazioni del generico membro della nostra società. Se definiamo un sistema di riferimento con centro nella persona data, è conveniente utilizzare un sistema di coordinate polari, caratterizzando ciascun altro essere umano con una posizione nel sistema dato definita dalla sua distanza r dal centro del riferimento.

Beninteso, dal momento che, in realtà, la “distanza” tra due persone deve essere intesa ai fini della nostra discussione come distanza psicologica e non semplicemente materiale (pur se la distanza materiale è una componente della distanza psicologica), lo spazio in cui rappresentiamo l’umanità non coincide con lo spazio tridimensionale ordinario, ma dovrebbe usare coordinate che rappresentino distanze relative a legami psicologici o di interesse, di modo che ad esempio valori piccoli di r corrispondano a consanguinei, amici intimi, colleghi di lavoro, e simili. In questo modo, la rete di relazioni di una persona potrebbe essere rappresentata dai valori della funzione S (in effetti un campo scalare) in questo spazio fittizio. Questi valori costituirebbero l’impronta caratteristica della personalità di ciascuno di noi, limitatamente ai rapporti con il resto del mondo.

 La tesi che cerco di dimostrare è che questa “mappa” non è arbitrariamente diversa per ciascuno, ma che è soggetta ad alcune regole generali valide per tutti, la prima delle quali abbiamo già scoperto essere S <= 1: la funzione ha quindi il massimo nell’origine r = 0. Ora, per semplificare un po’ i calcoli, adottiamo alcune approssimazioni basate su ragionevoli ipotesi sulla forma della funzione S:

  1. supponiamo che, in analogia con le dimensioni spaziali, si possa fissare a tre il numero delle dimensioni dello spazio fittizio dove studiamo la funzione S;
  2. consideriamo di poter scegliere le unità di misura sugli assi coordinati in modo tale che S = S(r), ovvero che S dipenda solo dalla distanza r;
  3. assumiamo che le persone siano rappresentabili mediante una funzione di densità di persone h, approssimativamente uniforme (cioè indipendente da r);
  4. ammettiamo che a tutti gli effetti pratici si possa considerare infinito il numero di persone esistenti e la distanza massima a cui si possono trovare (questo assunto è ragionevole in quanto stiamo considerando le nostre interazioni personali che tipicamente si svolgono con un numero di persone rispetto al quale la popolazione terrestre è praticamente infinita).

Queste assunzioni consentono di passare dal discreto al continuo e di utilizzare quindi il calcolo infinitesimale per alcuni dei passaggi successivi.

Consideriamo ora uno dei luoghi comuni più consolidati: quello secondo il quale l’atteggiamento più lodevole nei confronti del proprio prossimo è quello di “amarlo come se stessi”. Abbiamo già dimostrato che questo è impossibile, salvo eventualmente per una sola persona; tuttavia, quello di cui la migliore tradizione cattolica cerca di persuaderci ormai da diversi secoli è che l’uomo ideale (“santo”) si avvicina il più possibile a questo modello umanamente irraggiungibile, e che a tutti noi compete il dovere di considerare l’amore verso il prossimo come un bene incontestabile, in cui non  si può peccare per eccesso.

 Proviamo ora a considerare cosa comporta, nel sistema di riferimento che abbiamo adottato, aver maggiore o minore attaccamento per il nostro prossimo. E’ chiaro che, se consideriamo il complesso dell’umanità, ha senso esclusivamente effettuare analisi di tipo statistico, per i grandi numeri in gioco; di conseguenza, anziché porci in coincidenza con il verificarsi di uno specifico evento, supponiamo di voler calcolare il valore medio dell’impatto sulla nostra vita dovuto a tutto ciò che accade al resto dell’umanità. Questo valore medio, come è facile vedere, dipende esclusivamente dalla forma della nostra funzione di simpatia:

 <I> = <Ie>* ∫4π*h(r)*S(r)*r2dr, (il termine 4πr2 deriva dall’integrazione sugli angoli delle coordinate polari)

 dove <Ie> è un valore medio temporale dell’entità degli eventi che accadono agli altri. Ora, è evidente che nessuno di noi è in grado di sopportare choc illimitati ; pertanto, perché una qualsiasi persona possa sopravvivere, deve essere 0S( r )*r2dr < + ∞. Ora, come è noto, r0R(1/r)dr = ln (R/r0) che tende a infinito al crescere di R, ed anzi r-1 rappresenta la più bassa potenza di r il cui integrale diverge. Di conseguenza, S(r) deve tendere a zero più rapidamente di 1/r3 (o, nel caso più generale di uno spazio fittizio n-dimensionale, 1/rn).

Questo risultato sembra in stridente contrasto con le dichiarazioni di principio sull’obbligo morale che tutti noi avremmo di guardare con sollecitudine alla sorte di ogni nostro simile, per quanto esso sia fuori dalla nostra normale cerchia di relazioni. Quotidianamente, siamo messi a confronto con sciagure assortite che colpiscono orrendamente paesi e popolazioni da noi lontane, e sembra che giustamente la nostra coscienza ci rimorda per l’indifferenza con cui abitualmente accogliamo questo genere di notizie. E’ chiaro che questa visione altamente etica e cosmopolita è incompatibile con il fatto che, come l’analisi svolta mostra incontestabilmente, un essere umano dotato di relazioni sociali sane ha un interesse per il prossimo che cala drasticamente con l’aumentare della distanza.

Per la verità, se consideriamo la realtà dei fatti, possiamo verificare che per la stragrande maggioranza delle persone S cala ben più rapidamente di 1/r3 ; non v’è essere umano cui non interessi più il raffreddore del figlio di una luttuosa inondazione in Pakistan o di un terremoto nelle Filippine. Il motto “ama il prossimo tuo come te stesso” rappresenta non solo un’iperbole poco realistica, ma un incoraggiamento poco sensato: guai al malcapitato che dovesse riuscire a metterlo in pratica !

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