Le Forche Caudine

Starete seguendo anche voi le trattative relative allo stabilimento Fiat di Pomigliano d’Arco (vero?); mi sembra un argomento degno di un po’ di approfondimento, pur sapendo benissimo che è impossibile giudicare della gestione di uno stabilimento industriale senza competenze tecniche specifiche. Non tenterò quindi di stabilire quali azioni andrebbero fatte per incrementare la produttività di Pomigliano, anzi partirei dal presupposto che su certe azioni (ad esempio i turni) la Fiat sappia meglio di chiunque altro cosa bisogni fare.

No, la questione che vorrei capire meglio è quella che poi è al centro della controversia tra Fiat e Fiom, e che ha fatto dire a Marchionne che la CGIL “gioca con la vita degli operai”: è vero che la crisi economica internazionale, e la necessità di aumentare la produttività, richiedono di fatto una riduzione delle tutele contrattuali dei nostri lavoratori, altrimenti gli imprenditori non avranno altra possibilità, per essere competitivi sul mercato, che delocalizzare sempre più la produzione in paesi dove queste tutele non esistono? Oppure, come dice la CGIL, questo spauracchio è semplicemente un’arma di ricatto di un’imprenditoria che gioca al ribasso per aumentare i propri profitti?

Naturalmente, una possibile risposta al problema è che valgono le leggi di mercato, e che quindi è perfettamente normale che entrambe le parti usino il proprio potere contrattuale per ottenere il massimo beneficio economico possibile. Dato poi che è ormai possibile stabilire un impianto produttivo praticamente in qualunque luogo del pianeta, le aziende hanno la possibilità di utilizzare un’offerta di manodopera a condizioni più favorevoli. Quindi, in sostanza, una linea di pensiero potrebbe essere “Fiat produce dove più le conviene, e non c’è motivo di sorprendersi se usa questa possibilità come leva negoziale”.

Tuttavia, che sia sul serio o che sia per ragioni di facciata, la Fiat e molti osservatori affermano che invece nelle scelte dell’azienda l’interesse “sociale” ha un peso, che la Fiat sta meritoriamente tentando di riportare in Italia un’importante linea di produzione e che l’eventuale scelta di abbandonare (anche) Pomigliano al suo destino sarebbe inevitabile se i lavoratori non dovessero accettare le condizioni che non già la Fiat, ma il mercato impone. La Fiat non avrebbe alternativa, dato che non può ovviamente accettare di lavorare in perdita, se non vuole soccombere in un mercato già in crisi ed estremamente competitivo. In altre parole, la linea della Fiat sarebbe in realtà l’unica possibile, e rappresenterebbe anche gli interessi degli stessi lavoratori.

Di fronte a questa linea di pensiero quasi unanime tra gli osservatori, io che sono per natura uno scettico non posso fare a meno di chiedermi come poter verificare se le cose stiano davvero così. Anticipo subito che non credo di riuscire a raggiungere una conclusione fondata: la complessità dei dati in gioco e la scarsa familiarità con questo tipo di analisi mi impedirà certamente di dare una risposta precisa ai miei dubbi; non è escluso, però, che da un po’ di ricerca emerga qualche dato interessante. Naturalmente la mia non sarà un’analisi politica, nonostante le importanti implicazioni di questa trattativa (è chiaro infatti che un accordo in deroga al contratto nazionale e ai diritti sindacali aprirebbe la strada a una revisione al ribasso delle condizioni per molti altri lavoratori).

Tra le fonti, peraltro, vorrei usare un documento estremamente interessante: il testo dell’intervento che Sergio Marchionne ha tenuto in un incontro con Governo e sindacati a dicembre scorso. Dico la verità: leggetelo, perché è magnifico: Marchionne presenta la situazione e la strategia dell’azienda senza furbizie, senza ammiccamenti, senza consociativismi “all’italiana”, e senza soggezione o “captatio benevolentiae” verso i politici al potere. Lucido, preciso, chiaro: il discorso di un vero manager.

Continuiamo nel prossimo post, così avete il tempo di leggere il testo di Marchionne.

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