Pomigliano: perché Marchionne ha ragione

Oggi è un giorno importante: i lavoratori di Pomigliano votano sulla proposta di “accordo” avanzata dall’azienda. Si tratta probabilmente della vicenda industriale più importante e più gravida di conseguenze della storia recente d’Italia, qualunque ne sia l’esito. La Fiat potrebbe spezzare definitivamente la difesa delle “protezioni” contrattuali e poi anche legali di cui “godono” oggi i lavoratori, oppure trovarsi alle prese con l’ennesimo nodo gordiano che strangolerebbe nella culla i piani di rilancio della produzione automobilistica in Italia. Non mi sembra fantasioso immaginare che il risultato della “questione Pomigliano” diventerà un modello di riferimento per tutta l’industria manifatturiera in Italia.

In questo post, proverò a esporre alcune ragioni per cui credo si possa dare ragione a Marchionne e alla Fiat. Dato che sono un po’ schizoide, nel prossimo post esporrò le ragioni per cui credo si possa dare torto a Marchionne. In questo modo conto di assicurarmi di avere contemporaneamente torto e ragione, maltrattando scientemente la logica aristotelica a me peraltro cara.

1: La scarsa produttività dell’Italia.
Tutti noi ci lamentiamo di guadagnare poco rispetto ai nostri colleghi stranieri; ebbene, è abbastanza vero, ma c’è un ottimo motivo: l’Italia ha una bassa produttività.
Peggio, la produttività del lavoro in Italia è in declino, mentre quella degli altri paesi (come sarebbe naturale) cresce. Guardate questo grafico, basato su dati Eurostat, che presenta la produttività del settore manifatturiero intesa come rapporto tra il valore aggiunto prodotto e il costo della manodopera:

La produttività dell’Unione Europea nel suo complesso cresce debolmente, mentre quella italiana nel 2007 era addirittura inferiore al 2000. Quindi, si potrebbe dire che non è vero che guadagniamo troppo poco, visto che in rapporto a quello che produciamo guadagniamo molto più dei polacchi e più anche della media UE.

Non a caso, un acuto commentatore economico, ossia il senatore Pietro Ichino, scrive in un suo articolo sulla questione di Pomigliano che uno dei più grossi problemi per l’Italia è la sua incapacità di attirare investimenti dall’estero: che motivi avrebbe un imprenditore per creare un’attività produttiva in Italia anziché altrove? Nessuno, come mostrano i dati sconfortanti esposti da Ichino. Quindi, nel momento in cui Marchionne, che deve avviare una nuova linea di produzione, decide di collocarla in Italia, anzi a Pomigliano, è perfettamente logico che come minimo pretenda di avere la certezza di poter contare su un’organizzazione del lavoro e un livello di conflittualità più vicini a quelli che troverebbe in Polonia.
Quale messaggio recepirebbero gli imprenditori italiani e stranieri se i lavoratori bocciassero la proposta di Marchionne? Quali residui spazi per investimenti nell’industria manifatturiera esisterebbero in Italia? Ahimè, sono domande fin troppo facili.

2: I morsi della crisi.
Tutto quanto sopra sarebbe forse già sufficiente, ma c’è un altro fattore importante da considerare: la crisi economica. Questa crisi, nata e pasciuta come crisi finanziaria, ha colpito duro le imprese, e continua a farlo.
In una pubblicazione della Banca d’Italia, ricca di interessanti dati, per evidenziare la presenza della crisi si usa il diagramma qui sotto, che è relativo al complesso dell’Eurozona. Come si vede, le variazioni sui profitti (attenzione: non i profitti, ma le variazioni) diventano negative nella seconda metà del 2008, e cominciano a far rilevare una timida ripresa all’inizio del 2010. Dal momento che i profitti sono determinati dai volumi di beni prodotti e dal profitto per unità di prodotto, è interessante osservare che entrambi questi fattori sono calati durante la crisi, a indicare un’accentuata contrazione della domanda, non accompagnata da una parimenti accentuata riduzione dei fattori di costo della produzione, in particolare del costo del lavoro.

Particolarmente colpita dal calo dei margini di profitto è stata l’industria manifatturiera, come si vede dall’altro diagramma qui sotto.

La cosa non è del tutto sorprendente, in quanto la riduzione della domanda porta a una riduzione della produzione che, nel caso dell’industria manifatturiera, non porta tuttavia a una proporzionale riduzione dei costi, in quanto la minore saturazione degli impianti comporta una maggiore inefficienza. Questo è quanto è accaduto in particolare in alcuni impianti Fiat in Italia, mentre in Polonia la produzione è proseguita a pieno ritmo, tanto che nell’intervento di Marchionne citato nel mio post precedente si sottolinea che nel 2009 in Polonia, dove sono impiegati 6.100 dipendenti sono state prodotte 600.000 vetture, mentre negli stabilimenti italiani, dove sono impiegati complessivamente 22.000 dipendenti, sono state prodotte solo 650.000 auto.

Ci si può sorprendere se la Fiat vuole aumentare l’efficienza nei suoi stabilimenti in Italia?

Per tutte queste ragioni, signori della Corte, oggi vi invito ad accogliere l’istanza di Sergio Marchionne. Nei prossimi giorni, la parola passerà alla difesa della Fiom.

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