Pomigliano: tiriamo le somme

Proviamo, dopo aver presentato alcune possibili ragioni per solidarizzare con l’una o l’altra posizione in gioco sull’affaire Pomigliano, a tirare le somme. In questo post, insomma, proverò a esprimere la mia posizione personale.

Prima premessa: contro la forza, la ragion non vale. Quand’anche per assurdo si dovesse concludere che da un punto di vista strettamente economico la Fiat avesse torto nel pretendere una radicale revisione delle modalità di lavoro a Pomigliano, i rapporti di forza sono tali che io in questo momento raccomanderei al sindacato di accettare.

Seconda premessa: tutti i dati e le considerazioni che ho presentato sono generali, e non specificamente centrati sulla realtà di Pomigliano. Nel documento di Marchionne che ho già citato, si dice che gli interventi degli anni passati hanno risolto i problemi di qualità dello stabilimento, che però finora ha prodotto modelli la cui domanda è bassa e quindi insufficiente a saturare la capacità produttiva degli impianti (nel 2009 è stato prodotto solo il 15% delle auto teoricamente producibili, e non per scarsa produttività, ma perché non ci sarebbe stato modo di venderne di più). C’è stato un uso massiccio della cassa integrazione.

La scommessa della Fiat nel puntare su Pomigliano richiede quindi innanzitutto un investimento da parte dell’azienda, visto che senza cambiare tipo di produzione non avrebbe senso chiedere un maggiore impegno ai lavoratori. E’ pienamente legittimo che in vista di questo investimento la Fiat chieda certezze ai sindacati: Pomigliano deve funzionare, se deve produrre uno dei modelli di punta: una volta collocata lì la produzione non è che poi la Fiat possa spostarla. Pomigliano deve garantire standard di efficienza e qualità tali da remunerare l’investimento dell’azienda. Le "anomalie di contesto", se ci sono, devono essere sanate, o altrimenti per la Fiat non ha senso investire.

Ma per questo, secondo me, non è necessario e non è giusto trasformare Pomigliano in un "laboratorio" della spirale discendente di diritti e condizioni di lavoro. L’Italia, come gli altri Paesi europei, deve prendere una decisione strategica su come rispondere alla concorrenza internazionale. Nel mondo, ci sarà sempre una "Polonia", ossia un luogo dove sia possibile produrre a costi più bassi; se accettiamo la logica dell’alternativa tra lo smantellamento delle attività produttive (non solo dell’industria manifatturiera) e l’abbassamento delle condizioni di lavoro, imbocchiamo una strada che condurrà intere categorie all’impoverimento o a una qualità di vita inaccettabile.
Ebbene, la mia opinione è che non è vero che questo sia l’unico modo per le aziende per fare profitti; questo è piuttosto il modo per fare i profitti più alti. Se la Fiat producesse la Panda in Italia, con condizioni di lavoro e costi italiani, avrebbe lo spazio per guadagnare, come ho cercato di dimostrare. Volere di più a spese delle condizioni di vita degli operai non è un obbligo imposto dal mercato, è un modo per fare più soldi, un obiettivo comprensibile per l’azienda ma non positivo per il "bene sociale". Un obiettivo, insomma, per cui la politica e gli osservatori non interessati non dovrebbero avere davvero motivo di fare il tifo.

Io credo che la Fiat abbia il diritto di chiedere e ottenere che Pomigliano lavori ai migliori livelli degli altri stabilimenti italiani, come Melfi o Mirafiori. Credo che il sindacato abbia l’obbligo di non difendere comportamenti lassisti, assenteismo, iperconflittualità. Ma credo che la Fiat e tutta l’industria italiana debba accettare il fatto che i loro profitti presenti e futuri non possono e non devono venire dall’abbassamento degli standard di vita dei loro dipendenti, né dallo svuotamento del ruolo dei sindacati. Ho cercato di dimostrare che le aziende possono fare oggi gli stessi profitti di dieci anni fa, anche nel mercato competitivo di oggi, senza ricorrere a questi mezzi; il punto è che alle aziende i profitti di dieci anni fa non bastano: vogliono di più.

Un’ultima notazione: naturalmente dire che una catena produttiva è in grado di generare profitti non vuol dire che questi profitti ci siano: se, ad esempio, una fabbrica efficientissima produce prodotti obsoleti, il mercato non li compra e l’azienda fallisce. Oppure, se i costi aggiuntivi rispetto a quelli di produzione sono sporporzionati rispetto alla concorrenza, l’azienda non è lo stesso competitiva. Però, in questi casi, l’intervento necessario non è sulla catena produttiva: è sul marketing, sul design, sull’organizzazione, sulle vendite, ecc.. Ancora una volta, queste considerazioni sono valide a partire dall’ipotesi che la Fiat sappia cosa sta facendo, ossia che il nuovo modello di autovetture da produrre a Pomigliano si venda bene e a un prezzo coerente con l’attuale mercato.

2 pensieri su “Pomigliano: tiriamo le somme

  1. Occorre che il sindacato superi la concezione della sua missione in chiave "calcistica": per il lavoratore (dipendente) sempre e comunque, considerando una vittoria anche le mancate sanzioni nei confronti di lavativi e profittatori.Vorrei sapere da te se è corretta la mia impressione che gran parte dei guai in cui ci troviamo derivi dalle enormi concessioni che vennero fatte ai sindacati negli anni settanta, pur di scongiurare una sovversione sociale: a me pare che allora non fosse il sindacato a fiancheggiare il terrorismo, ma il terrorismo a fiancheggiare il sindacato (scala mobile e pensioni baby come esempi clamorosi).

  2. @Max: guarda, qui si esce dalla valutazione obiettiva dei fatti e si entra nelle opinioni, e la mia vale quanto qualsiasi altra.Secondo me, il sindacato non deve difendere l'indifendibile, ma deve chiedere per i lavoratori una equa partecipazione alla ricchezza che si produce e una ragionevole tutela rispetto alle oscillazioni del mercato. Ormai siamo al paradosso che i veri "imprenditori" in Italia sono i lavoratori precari, perché le imprese scaricano su di essi il rischio imprenditoriale.Negli anni '70, come ricordi, c'era invece l'idea del salario come "variabile indipendente", che era certamente un'assurdità, così come era un'assurdità un sistema pensionistico scorrelato dai contributi effettivamente versati.Se io dovessi dire da dove vengono i "guai in cui ci troviamo", pero', direi:- dall'esplosione del debito pubblico, specie negli anni '80.- dall'uso della Pubblica Amministrazione come "parcheggio illimitato" di dipendenti.- dalla deindustrializzazione nei settori tecnologici, derivante dalla bassa capitalizzazione delle nostre industrie e dall'assenza di strategie industriali nei settori chiave (un esempio per tutti, quello che è accaduto nell'informatica e nelle telecomunicazioni).Delle prime due cose sono responsabili politici ma anche sindacati. La terza è forse frutto della collusione tra imprenditori e politici, che ha consentito ai primi di utilizzare mezzi "non imprenditoriali" per arricchirsi, oltre che del basso livello culturale del nostro Paese.

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