Siamo soli nell’Universo?

Fosse per me, che adoro Roma d’agosto, l’Universo potrebbe benissimo essere disabitato, non me ne cruccerei affatto. In un certo senso, il fascino dell’infinito è forse accresciuto dalla sensazione di solitudine…

Molti altri, invece, non chiederebbero di meglio che incontrare una civiltà aliena, e come saprete senz’altro ci sono diversi programmi scientifici che ricercano "intelligenze extraterrestri", tra cui il più noto è il SETI. Persone meno "scientificamente orientate" si rivolgono all’ufologia, e chi proprio non ha di meglio si abbevera alle panzane televisive di Giacobbo.

Ultimamente, poi, mi sono imbattuto in diverse occasioni nel tema degli UFO: prima, addirittura, leggendo le tracce dei temi di maturità, poi in un articolo sul Corriere.it che recensisce un libro sul paradosso di Fermi (che poi è un modo roboante per indicare una domanda semplice: "se gli alieni esistono, dove diavolo sono?").

Un tentativo di sistematizzare il problema è stato fatto dal fondatore del SETI, tal Frank Drake che nel 1961 propose, per stimare il numero di civiltà con cui sarebbe possibile comunicare all’interno della nostra Galassia, una nota equazione che ha preso il suo nome e che riporto qui in una forma un po’ modificata per renderne più agevole la discussione:

N = S * P * L * I * C * T

Dove:
Nè il numero di civiltà che cerchiamo di stimare
S è il numero di stelle create in media nella Galassia in un anno
P
è il numero medio di pianeti potenzialmente abitabili per stella
L è la probabilità che la vita si sviluppi su un pianeta adatto
I è la probabilità che, dato un ecosistema in cui c’è vita, vi si sviluppi una specie "intelligente"
C è la probabilità che questa specie raggiunga il livello tecnologico necessario per comunicare con altri pianeti
T è la lunghezza in anni del periodo nel quale questa civiltà esiste ed è al giusto livello tecnologico.

Non so se chi ha pensato la traccia del tema di maturità si aspettava che qualche studente tirasse fuori appunto l’equazione di Drake; tuttavia, anche se sarebbe interessante discuterne qualche parametro, non è di questo che volevo parlare (eventualmente, date un’occhiata su Wikipedia e zone limitrofe).

Volevo invece discutere un po’ proprio dell’idea di scrivere una simile equazione, se sia un’idea brillante o una fesseria, e se la sua apparenza “matematica” rifletta un approccio “scientifico” o sia un po’ di fumo negli occhi. Comincerei descrivendo le mie reazioni quando, diversi anni fa, l’ho vista per la prima volta.

Mi fece, devo dire, una pessima impressione: mi parve un modo per “vestire” di panni rispettabili una questione priva dei requisiti minimi per essere affrontata scientificamente. E’ ovvio, infatti, che alcuni parametri dell’equazione sono impossibili da stimare in modo serio: come potremmo mai dire quale sia la probabilità I, o la C? Anzi, ha senso parlare di probabilità per eventi di cui non conosciamo che un unico caso?

Queste obiezioni mi sembrano tuttora fondate, e sono aggravate dal fatto che il buon Drake non si astenne dal fornire le sue stime di tutti i parametri, arrivando alla conclusione che nella Via Lattea dovrebbero esistere 10 civiltà in grado di trasmettere comunicazioni, mentre avrebbe dovuto semplicemente dire che non c’erano informazioni che consentissero di dare una valutazione sensata. Ero convinto che l’equazione di Drake altro non fosse che un modo per far apparire plausibile l’esistenza degli extraterrestri, raccogliere fondi per il SETI, e semplificare in ultima analisi l’esistenza proprio di Drake.

Tutto vero, però…
Però, guardiamo la faccenda da un altro punto di vista: abbiamo una domanda “impossibile”: Siamo soli nell’Universo? Eppure, è una domanda lecita, con ricadute pratiche: tanto per dire, la decisione appunto di stanziare o meno fondi per il SETI dovrebbe dipendere da una valutazione, approssimativa quanto si vuole, della ragionevolezza del tentativo di mettersi in comunicazione con un’altra civiltà.
Cosa fare dunque in un caso simile?

Un approccio frequente è: cercare di rispondere con mezzi “intuitivi”, che non hanno quindi bisogno di dati scientifici, né di ricerca. C’è chi è convinto che non siamo soli, in genere semplicemente perché non vuole che siamo soli: per costoro i soldi spesi nel cercare extraterrestri sono benedetti. C’è chi è convinto che la Terra e la specie umana dovrebbero occupare ancora il centro dell’Universo, e dice che non possono esistere altre specie intelligenti. Altri dicono semplicemente che gli alieni sono già in contatto con noi, e che gli UFO ne sono la prova, o addirittura che gli alieni siamo noi, frutti tardivi di qualche remotissima spedizione di una razza in vena di esperimenti.
Nessuno di questi soggetti, però, propone un vero programma di ricerca: possiamo credere o meno a ciascuna delle possibili risposte, ma nessuna ci offre un suggerimento per saperne domani più di oggi. Eppure, siamo di fronte a una "domanda impossibile", e forse dovremmo diffidare di chi ci dice di avere già la risposta pronta…

L’equazione di Drake segue un classico approccio riduzionista al problema: dividiamo la domanda impossibile in sei o sette domande “difficili”, e vediamo se siamo in grado di rispondere. Forse no, altrimenti sarebbe troppo facile; ma semplicemente aver scritto l’equazione ci fa raggiungere alcuni risultati:

  1. Trasformare un problema generico in un problema quantitativo.
  2. Stabilire che esiste un elenco di informazioni necessarie e sufficienti per risolvere il problema senza ambiguità.
  3. Abbozzare implicitamente un programma di ricerca, identificando le lacune di conoscenza che dobbiamo colmare per poter rispondere. Ogni problema “difficile” comporta probabilmente una lunga e complessa ricerca di per sé, ma almeno sappiamo che tipo di informazione ci serve e come usarla.

In questa ottica, è perfettamente irrilevante quale fosse alla fine la valutazione proposta da Drake: quello che conta è che all’avanzare della conoscenza astrofisica o biologica le nostre risposte migliorano continuamente, e, anche se la risposta oggi dovesse essere “non si sa”, sappiamo cosa ci servirebbe per dare una risposta effettiva domani. Soprattutto, sappiamo che, se nessuno ha elementi migliori di Drake, oggi non siamo in grado di rispondere.

Oggi, insomma, giudico meno severamente di una ventina di anni fa l’equazione di Drake. Sbaglio?

8 pensieri su “Siamo soli nell’Universo?

  1. Personalmente, la valutazione di Drake mi lascia freddino, anche se ho visto ben di peggio in altre discipline. No, forse peggio no: I e C sono proprio degli azzardi sconsiderati. Scrivo qui solo per tranquillizzare il folto pubblico su un punto: il progetto SETI (almeno in Italia, per quanto mi è dato sapere) non fa affidamento su fondi pubblici.Ho avuto il piacere di collaborare al SETI e quindi so come opera il gruppo dell'INAF (Ist. Naz di Astrofisica) attivo qui al Radiotelescopio Croce del Nord: utilizzano un vecchio spettrometro regalato dal SETI USA, che collegano al loro paraboloide da 32 m. Qualunque sia l'obiettivo su cui puntano l'antenna, ad uso dei varii laboratori INAF, oltre a registrare i dati per il committente li passano anche allo spettrometro per rintracciare eventuali segnali "intelligenti". Solo nel fine settimana, quindi fuori dall'orario di lavoro, puntano sulle zone normalmente scoperte. Si tratta comunque di ricerche ufficiali INAF, che giustificano l'uso di un attrezzo come quello.

  2. Da un punto di vista personale, la questione è oziosa; da un punto di vista ozioso è  interessante. Mi piace come l'hai esaminata, ma sono soprattutto d'accordo con la premessa. La compagnia degli alieni, ecco, è per me più una metafora della impenetrabilità delle vite. Umane, non Aliene. Ma in ogni caso un po' "aliene" 

  3. Ottonieri, approfitto della tua ospitalità e metto qui un raccontino pertinente, un "esercizio" scolastico che all'"ïnsegnante" purtroppo non è piaciuto punto.

  4. Basta. È un anno che mi porto addosso questo peso, non ne posso più. Ho bisogno di dirlo a qualcuno. Mi è successa una cosa che per me è tremendamente seria, ma che se la dico diventa subito ridicola. Ecco, la dico: sono stato "rapito dagli alieni"; la scrivo così, fra virgolette, perché è una frase che mi dà fastidio; d’altra parte, non so come dirlo altrimenti.Sono il Capitano Massimiliano Ricci, del 52º Artiglieria Pesante, qui a Brescia. Parlando di questa faccenda mi espongo parecchio. Troppo facile prendermi per pazzo, e nessuno vuole un ufficiale dell’Esercito pazzo. Oddio, a noi non tocca andare in Afghanistan o in Kosovo come i parà o come quei pagliacci dei bersaglieri, noi stiamo qui, coi nostri cannoni puntati verso il Nulla. Però nessuno sarebbe contento di sapere che chi fa i calcoli di tiro al campo, sparando granate sopra alla testa della gente, è un visionario.Ecco, visionario; chi non lo penserebbe subito? Ma me lo sono chiesto anch’io se quello che mi è successo è vero o è stata un’allucinazione. Andare da uno psichiatra? No, grazie. Non mi fido; come niente mi trovo senza idoneità. Proprio adesso che è tempo di promozioni; il Maggiore Galli passa Tenente Colonnello e va a comandare il Terzo Gruppo; io passo Maggiore e prendo il suo posto di Capo Centro Tiro. Senza idoneità psicofisica col cazzo che mi promuovono.Ne ho parlato con un prete, invece. Sono entrato in una chiesa a caso, in borghese, e c’era un prete che confessava. Ho aspettato che una vecchietta si sfogasse, poi è toccato a me e gli ho spiattellato tutto. Gli ho raccontato che la cosa era successa il pomeriggio di un giorno in cui ero in licenza e in cui la mia affittacamere era fuori Brescia. Avevano scelto accuratamente; hanno perfino aspettato che dessi il mangime ai pesci, come ogni giorno, poi puff! mi sono ritrovato nel loro laboratorio. Io sono un tipo preciso: ho subito guardato l’orologio; l’avevo guardato prima di dar da mangiare ai pesci ed erano passati solo quattro minuti. Il posto era ampio, soffitto alto; visibile c’era un solo personaggio, chiaramente artificiale, tipo gli umani di Toy Story o gli “assistenti” degli help desk; non parlava, mi indicava a gesti quello che dovevo fare, dove dovevo andare. Non so bene come, mi sono trovato spogliato; l’assistente mi ha fatto fare un sacco di esami tipo TAC, ma non così opprimenti, niente claustrofobia. Niente sonde, niente punture, tutto molto tranquillo, in un’atmosfera azzurrina e un’aria fresca appena dolciastra. C’era anche musica: una selezione dei miei dischi preferiti. Poi, dopo sette ore e mezzo puff! di nuovo in camera mia. Ah, in mezzo mi avevano fatto trovare un bagno chiaramente copiato da quello che ho in casa e anche uno spuntino: qualche fetta di arrosto senza aglio e cipolla, mi conoscono bene.Quando ho finito il mio racconto, il prete è stato zitto qualche secondo, poi mi ha raccomandato di pregare; veramente me l’ha detto con tutto un giro di parole da prete, senza entrare nel merito della faccenda, senza dare un giudizio diretto, ma il succo era quello: pregare, pregare, pregare; come dire: tu sei matto come un cavallo, ma sono cazzi tuoi.Sono anche andato a un paio di riunioni di "ufologi", ma lì non mi sono sognato di parlare della mia esperienza. E ho fatto bene. Già quando li avevo contattati su Internet c’era qualcosa che mi puzzava, ma poi alle riunioni vere e proprie ho visto che era solo una manica di cretini; pazzi alcuni, cretini tutti gli altri. Ce n’era un paio che dicevano di essere in contatto telepatico con gli abitanti di non so che pianeta, e tiravano fuori tante di quelle idiozie che mi meraviglio che gli altri li stessero ad ascoltare senza ridere. Il bello è che dicevano cose in contraddizione fra loro e nessuno faceva una piega. Figuriamoci, me ne sono stato zitto e sono andato via più frustrato e più solo di prima.Sì, solo, perché la solitudine è la sensazione peggiore che ti senti addosso. Ci sarà pure qualcuno come me da qualche parte; vorrei incontrarlo, guardarlo negli occhi, abbracciarlo. Non è che non abbia amici; anzi, ho anche una fidanzata; ma il mio segreto ci divide, mi fa sentire diverso, lontano. Il momento peggiore è la sera; sì perché di giorno la routine militare mi distrae, ma la sera, a letto, mi chiedo se loro mi stanno ancora controllando; lo spero, anche se purtroppo credo di no. Poi non è vero: alle volte anche di giorno sono come colpito dal pensiero, in un flash, che tutto è così assurdo: i nostri cannoni, le nazioni, i politici, anche gli scienziati; tutto assume un altro aspetto, un’altra importanza se pensi che c'è qualcuno che ci osserva da fuori e che probabilmente ci può fare del bene o del male, e che magari da un momento all'altro ci dice Eccoci, ci cercavate e ci siamo davvero; scrivevate la fantascienza su di noi, ma noi siamo realtà. E da un momento all'altro il mondo sarà completamente diverso. Come è già diverso per me.Avevo anche pensato di prendere contatto col CICAP, quelli che smascherano maghi e astrologi. Avevo sentito che facevano indagini serie su fenomeni paranormali ma anche sugli UFO e i cerchi nel grano. Poi però su YouTube ho visto una loro intervista ad uno che sosteneva di prevedere il futuro; due stronzetti boriosi e ipocriti che, facendo finta di essere seri e professionali martoriavano il poveraccio e lo prendevano per il culo dal principio alla fine. E’ facile immaginare che farebbero altrettanto con me; ma io no, non ci sto a farli divertire. Tanto poi, cosa potrei dire? Come potrei convincerli che è successo davvero? Non ho informazioni né tantomeno messaggi da comunicare. Solo che gli "alieni" ci sono. Ma so che non mi crederebbero mai.Questo è il mio unico, altro tentativo di sfogarmi. Certo, ci sarebbe Sara; è un'infermiera qua di Brescia; l'ho conosciuta quando si è fatto male un artigliere e adesso stiamo insieme. A lei vorrei, anzi forse dovrei dirlo. Non per vantarmi; per condividere questo peso, per farle sapere la notizia più strabiliante del mondo; forse anche per farmi consolare. Ma ho paura. Paura che mi prenda per pazzo e mi pianti in asso. E io sono già abbastanza solo.Lassù loro ci sono. Ci guardano. Ci conoscono. Probabilmente, se si regolano come nei nostri sondaggi statistici, mi hanno scelto perché sono una persona qualsiasi. E scegliendomi mi hanno reso eccezionale, diverso dagli altri proprio per questa esperienza. Forse per questa eccezionalità non mi "rapiranno" più; e mi dispiace. È stato senz'altro il momento culminante della mia vita e io mi chiedo: avrei potuto fare qualcosa? dire, chiedere qualcosa? Forse; e non l'ho fatto. Vorrei che tornassero per poterlo fare.Mio padre mi diceva che da quando aveva visto in televisione gli astronauti andare sulla Luna, di notte guardava la Luna in un modo diverso da prima; era diventato un "posto", diceva. Ecco, adesso per me è diverso guardare le stelle.

  5. piace anche a me; è molto "da max", il che non piace al prof. Lui vorrebbe delle cose piene di emotività, e invece max scrive delle cose piene di non-emotività. 😉

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