Matusalemme e la tartaruga

Inutile nasconderlo: la maggioranza di coloro che si trovano oggi intorno alla cinquantina, come me, si trovano in una curiosa situazione.

Da un certo punto di vista, siamo una generazione fortunata. Chi di noi ha attraversato incolume le ricorrenti crisi che si sono verificate dalla seconda metà degli anni ’90 ha visto, solitamente dall’osservatorio privilegiato di un impiego a tempo indeterminato, nuove generazioni affacciarsi sul mondo del lavoro e trovare pochi e risicati spazi, contratti precari, prospettive incerte e mutevoli, concorrenza spietata. Onestamente, se ripenso al me stesso che, appena uscito dall’università, cominciava a lavorare con l’unica preoccupazione di fare bene il suo lavoro, non so se oggi me la caverei.

Da un altro punto di vista, siamo una generazione in crescente difficoltà. Vediamo l’attività produttiva in Italia decadere progressivamente, almeno in certi (molti) settori, i lavoratori tra i 55 e i 60 arrivare faticosamente, con “scivoli”, calci e qualche sacrificio, alla pensione, e le aziende chiedersi come fare a liberarsi di noi, che costiamo molto rispetto ai giovani “precarizzati”. Sappiamo benissimo che se cadiamo dalla scialuppa su cui siamo accalcati non riusciremo a risalire, e sarà tanto se potremo aggrapparci a un gavitello di passaggio; e peraltro vediamo allontanarsi l’estremo approdo della pensione. Mi rendo conto di descrivere la situazione in termini un po’ estremi, ma questa è almeno una faccia della realtà italiana.

Ebbene, in questa situazione, il Governo ha inserito nella Finanziaria una norma che prevede l’adeguamento automatico dell’età pensionabile all’incremento dell’aspettativa di vita di un sessantacinquenne. L’adeguamento si calcolerebbe ogni tre anni a partire dal 2015, e comporterebbe sostanzialmente lo spostamento dell’età pensionabile in avanti di un tempo pari all’incremento di aspettativa di vita rilevato rispetto a tre anni prima. Potete leggere la norma, intricata come nelle migliori tradizioni del nostro Parlamento, ad esempio qui, in particolare nei commi 12 bis e 12 ter.

Orbene, vi sono alcune incongruenze grossolane in questo testo, cui farò cenno di sfuggita, e un problema più sottile che invece merita un’analisi approfondita.

Tanto per cominciare, se ben capisco il testo, per tutti coloro che vanno in pensione l’età si sposta della stessa quantità: uomini e donne, minatori e bidelli, sessantaduenni e sessantasettenni. Il parametro è per tutti l’aspettativa di vita di un sessantacinquenne (facendo la media tra uomini e donne).

In effetti, in pratica l’idea sarebbe di mantenere costante la durata media del periodo in cui una persona sta in pensione. Inutile dire che l’idea è penalizzante: se la longevità aumenta, e il numero di anni che passo in pensione resta uguale, aumenterà, sia in assoluto che in proporzione, il numero di anni in cui lavoro. Mentre oggi, in altre parole, all’allungarsi della vita la durata del periodo lavorativo resta (facciamo finta) uguale e si allunga il periodo della pensione (il che fa sì che tutti i migliori cervelli statistici d’Italia dicano che “il sistema non si sostiene”), domani succederà il contrario, provocando così, in teoria, un danno equivalente al lavoratore. Ma evidentemente quello che è insostenibile per l’Inps è sostenibilissimo per un lavoratore ultrasessantacinquenne.

Poi, si dice esplicitamente che se l’aspettativa di vita scende, l’età pensionabile non diminuisce. Bizzarro, no? Se in un triennio l’aspettativa di vita passa, che so, da ottant’anni a settantanove, l’età pensionabile resta (poniamo) di sessantacinque anni; se poi nel triennio successivo l’aspettativa di vita cresce e torna a ottant’anni, l’età pensionabile sale a sessantasei anni. Ci vuole un genio, per escogitare una cosa del genere, ma per fortuna a noi geni di questa fatta non mancano.

Su tutto ciò si potrebbe disquisire anche a lungo, ma non è questa la mia intenzione. Voglio invece affrontare il punto centrale di tutto questo meccanismo: come si determina l’aspettativa di vita? Quali dati e quali algoritmi usa l’Istat (il soggetto individuato dalla norma citata) per prevedere quanto resta da vivere in media a un sessantacinquenne? E, infine, c’è qualcosa in questi calcoli che susciti qualche riflessione perplessa in un Incompetente?
Restate sintonizzati, e lo saprete.

2 pensieri su “Matusalemme e la tartaruga

  1. Per quanto io abbia approfondito la cosa – facendo del resto ciò che tu hai dall'inizio auspicato nei visitatori del tuo blog – i criteri del calcolo della variazione sul "dato Istat armonizzato Eurostat" riguardante la speranza di vita della popolazione residente in Italia sembra essere un arcano.E chi sono questi sacerdoti dell'Istat, che supportano il quotidiano flusso di informazioni fuorvianti sul nostro stato di benessere economico, sull'indice dei prezzi al consumo, sulle prospettive di uscita dalla crisi, di salvezza dal baratro del fare la fine dell'Argentina?  Dove lavorano, come lavorano, quali sono le loro professionalità?                      Bella e complessa categoria, l'aspettativa di vita: come si può quindi uniformare l'umanità nel genere, nella collocazione geografica, sociale, ambientale, nel tipo di vita condotto etc.?  L'altra categoria ad essa speculare, la mortalità, è finora stata descritta da studi mai perfettamente convalidati.Difficile quindi muoversi in questo terreno.L'aspettativa di vita tende naturalmente ad aumentare con il passare delle generazioni ed ho fatto fatica a pensare a come potrebbe diminuire senza l'intervento di una pandemia.  Al colmo del razzismo il ministro Sacconi ha avuto il coraggio di dichiarare che l'eventuale riduzione di aspettativa è dovuta alla componente immigrata della popolazione italiana, affermazione che che mi sembra sia tutta da dimostrare. Spero che la tua sia una pausa sabbatica o di riflessione e che tutto ti vada bene.  E' il primo commento che scrivo sul tuo blog ma ti leggo da tempo con molto interesse e, come molti, ho voglia di continuare a farlo. 
    Non posso che augurarti ogni bene!

  2. Per definizione, l' "aspettativa" si basa su delle ipotesi, più o meno condivisibili. Quelle dell'ISTAT sono molto "conservative", in un certo senso, ossia non si basano su tendenze ma solo sui dati di longevità fotografati in un dato anno.Se riesco a trovare il tempo (è sabato, e sto lavorando… sniff), spiegherò perché secondo me questo approccio è, non dico sbagliato in assoluto, ma potenzialmente foriero di distorsioni nel momento in cui questi "dati" (che dati non sono, bensì estrapolazioni) vengano usati per gli scopi qui previsti.Grazie per l'incoraggiamento, continuerò senz'altro a scrivere, sperando che qualcuno legga…

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