In fila per tre!

Eccezionalmente, per quelle che sono le abitudini di questo blog, mi soffermo a commentare un fatto di attualità. Più esattamente, vorrei fermarmi a commentarne i commenti, cercando di mantenere una posizione equilibrata nonostante che, ahimè, nella questione ci sia di mezzo anche, sia pur in parte, la politica.

Il fatto è costituito dalla diffusione dei dati dei test PISA 2009. Saprete già, probabilmente, che il PISA è un test applicato ogni tre anni ai ragazzi delle scuole di tutti i paesi aderenti all’OCSE; il test misura le conoscenze e le capacità relative alla lettura, alla matematica e alle scienze. L’Italia, storicamente, fa una magra figura.
Quest’anno, l’Italia continua a essere al di sotto della media OCSE in tutti gli indicatori, ma i risultati mostrano un miglioramento (mediamente di circa il 3,7%), e si potrebbe discutere su se sia un risultato positivo, e quanto.
Il dato però più clamoroso, in questa edizione del test, è che per la prima volta al test hanno partecipato anche gli studenti dell’area di Shanghai. Non si tratta dei primi studenti cinesi inclusi nel PISA: già nelle edizioni precedenti, ad esempio, erano stati inclusi studenti di Hong Kong, con risultati lusinghieri e al livello dei primissimi. Ma con Pechino le cose sono andate diversamente: in tutte le categorie i risultati degli studenti cinesi sono stati largamente migliori di quelli di tutto il resto del mondo, con margini anche notevoli.

Quello che vorrei però commentare, come dicevo, sono i commenti: quello del Corriere.it, che comprende una dichiarazione del ministro Gelmini, quello del Sole24Ore, e quello del New York Times.

L’articolo del Corriere è decisamente ottimista, sottolinea i progressi dei nostri studenti, e lascia ampio spazio alle trionfali parole del ministro Gelmini: «È un risultato che ci rende orgogliosi. In questi anni si è investito tanto sulla valutazione degli apprendimenti e ora i risultati ci premiano». Quanto alla Cina, l’articolo si limita a dire che è in testa alla graduatoria, davanti a Corea e Finlandia (che poi seguono nell’ordine la Cina solo nella classifica relativa alla lettura, ma non cerchiamo il pelo nell’uovo). Un commento, onestamente, estremamente deludente, e per di più che dimentica, e lascia dimenticare al ministro, che il test è stato svolto nella primavera 2009, e che quindi i due terzi del triennio in cui le cose per i nostri studenti sono leggermente migliorate ricadevano nella precedente legislatura, sotto il vituperato governo Prodi.

Se seguisse la stessa logica, l’articolo del New York Times dovrebbe commentare i risultati dei ragazzi americani con gli stessi toni ottimistici: i ragazzi USA (che non brillano in modo particolare, ma sono comunque più in alto dei nostri in classifica) hanno anch’essi lievemente migliorato le loro prestazioni. Invece, l’articolo centra la sua attenzione sul risultato della Cina, e sul preoccupante gap dei risultati tra gli studenti di Shanghai e gli americani; non solo, ma anche il segretario all’Istruzione commenta i dati con allarme: «Dobbiamo vederli come una sveglia. Possiamo cavillare sui risultati, oppure affrontare la brutale verità che gli altri ci superano nella qualità dell’istruzione». Insomma: almeno a parole, gli USA non si accontentano della mediocrità, e soprattutto vedono la Cina come un concorrente micidiale, laddove evidentemente non si preoccupavano più di tanto finché al vertice delle graduatorie c’erano Corea, Singapore o Finlandia.

L’articolo del Sole è una via di mezzo: mette in luce il risultato cinese (sia pure sfumandolo) e si concentra poi su quello italiano, toccando quello che anche a me sembra il tema per noi più interessante: la variabilità dei risultati. Dice il Sole, in sintesi: «la straordinaria variabilità di risultati non si può attribuire ad alcun fattore sociologico esterno, ma solo alla diversa qualità degli insegnanti». Giusta osservazione, almeno in parte: sarebbe interessante capire quali caratteristiche degli insegnanti siano effettivamente influenti sull’apprendimento dei ragazzi.

In effetti, se ci si prende la briga di leggere qualcosa di più nel rapporto (per carità, basta l’Executive Summary, che però è forse già troppo per politici e giornalisti di casa nostra), si vede che in particolare per l’Italia le performance dei ragazzi dipendono moltissimo dalla qualità della disciplina in classe, e pochissimo dalla qualità del rapporto tra insegnanti e studenti. Per qualità della disciplina, si intende sostanzialmente il livello di attenzione e di ordine che l’insegnante riesce a ottenere in classe; per qualità del rapporto personale tra studenti e insegnanti, si intende quello percepito dagli studenti, anche in termini di attenzione e disponibilità all’aiuto degli insegnanti verso gli studenti.

Insomma: ci servono insegnanti che sappiano farsi rispettare e non fare gli amici degli studenti, e studenti che stiano attenti in classe anziché mandare SMS o ascoltare musica. Suona un po’ retrogrado, forse, ma come al solito noi crediamo ai numeri, no?

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6 thoughts on “In fila per tre!

  1. ci crediamo, ai numeri 😉 una comune amica venerdì scorso ha affermato pubblicamente che "i numeri sono onesti, almeno loro"…

  2. Mmm.

    Non suona un po' sospetto che i ragazzi di Shanghai siano cosi' meglio dei ragazzi del resto del mondo? Di parecchie posizioni? Che senso ha elaborare statistiche cosi' sbilanciate, e rinfocolare la paura del pericolo giallo?

    E' un po' come se si prendessero i risultati dei miglior studenti italiani che vanno all'Avogradro, Mamiani, Visconti e cosi' via.

    A parte questo, l'estrema variabilita' dei risultati italiani e' dovuta all'inclusione delle scuole professionali, che affondano il risultato. I migliori italiani sono tra i migliori del mondo, mentre la media e' squallidamente bassa.

  3. @ Anonimo
    Perché sbilanciate? A me non risulta affatto sorprendente come risultato.

    È vero che i nostri migliori sono tra i migliori del mondo (rif. Olimpiadi Internazionali della Matematica) ma ricordiamoci pure che davanti a loro anche quest'anno c'erano Cina (anche qui…), Russia, USA, Corea (Sud), Kazakistan, Tailandia, Giappone, Turchia, Germania e Serbia.

    Qui sì che ci può essere una distorsione, perché è vero che ci sono paesi che puntano sulle eccellenze per una questione di visibilità (ricordate gli atleti della DDR?). L'OCSE-PISA mi sembra affidabile, invece.

    Il pericolo non è giallo: è bianco! Ci stiamo vorticosamente avvolgendo nella convinzione che una base culturale non serva a niente! Per di più, anche fra le persone che ancora tale base culturale la valorizzano serpeggia l'idea che la matematica e le scienze non siano poi tanto culturali. A questo punto certi ministri hanno buon gioco…

  4. @anonimo: premesso che qualche considerazione sull'attendibilità del test è svolta nell'articolo del NYT che ho citato, direi che è un dato consolidato il fatto che gli studenti orientali occupano le migliori posizioni in questi test. Non ho sottomano dati precisi da citare, ma credo che anche all'interno delle scuole e università USA gli studenti di origine asiatica siano mediamente i più bravi.
    Nel caso specifico, è anche possibile che Shanghai rappresenti una realtà in qualche modo elitaria anche all'interno della stessa Cina. La sostanza, però, è che i cinesi sono più motivati e più preparati, e non ci trovo niente di sorprendente, trattandosi di un popolo di grande cultura, estremamente sensibile al prestigio nazionale oltre che personale, e per il quale il benessere che può essere raggiunto grazie all'eccellenza negli studi è un incentivo fortissimo, rispetto al tradizionale tenore di vita cinese.
    Quanto ai nostri studenti, mi sembra verosimile dire che, se si impegnano, riescono a essere bravi; e che, in generale, non si impegnano. Il che mi pare adeguatamente rappresentativo del carattere nazionale italiano.

  5. @ Max

    Il mio punto era che gli studenti di Shanghai selezionati sono una classe di 'mathleti'.

    E' vero che la Cina non era mai stata inserita in tali classifiche, ma che vengano fuori cosi' alti rispetto a Corea, SIngapore, eccetera… lascia dubbi sull'attendibilita' di tali statistiche in generale, data l'enorme skewness (non so come si chiami in italiano) della distribuzione e la parzialita' del sample.

    Quindi l'errore e' quello del PISA, che mettendo insieme risultati che non dovrebbero essere messi insieme crea l'idea di questo gruppo di alieni gialli che e' molto piu' geniale del resto del mondo, e da' un pericoloso messaggio rispetto a come impostare l'educazione.

    Che, come tu stesso affermi, non e' standardizzabile sulla base di un test. Personalmente sono contentissimo di aver studiato letteratura italiana, Dante, latino, filosofia, storia al liceo, come fisica, chimica, biologia, vulcanologia e astronomia.

    L'universita' italiana ha sempre avuto delle pecche mostruose, e migliaia di clientelismi. Ma aveva un merito. Se non studiavi come un matto e non eri bravo, non ti laureavi. La media per laurearsi in una facolta' di ingegneria era 7-8 anni, con punte di 10. Poi i migliori si laureavano in 5 anni, ma il resto no.

    Con il 3+2 le universita' sono state trasformate in esamifici. L'incentivo e' fare test scritti piu' rapidamente possibile, laurearsi e passare ad altro. Il metodo americano ed internazionale applicato ad un Paese, l'Italia, che non ha incrementato minimamente le risorse per l'universita'. Con il risultato di sveltire il processo con cui ci si laurea e moltiplicare l'offerta, svalutando quindi il valore di ogni laurea. E svuotando il contenuto della laurea stessa.

    Con la scuola, il massacro e' piu' sottile, ma la sostanza non cambia: accorciare i tempi, ridurre le ore, far fare il balletto ai precari per assunzioni che non possono avvenire per l'immenso backlog di persone che premono per essere assunte. Italiani popolo di insegnanti, dove la scuola e' un immenso ammortizzatore sociale.

    La soluzione? Passa dall'inevitabile riduzione del numero di insegnanti per studente

    @ Ottonieri

    Condivido tutto quello che dici. Se leggi pero' un articolo di oggi del NYT, vedrai che si parla proprio del problema di cosa far fare ai sei milioni di cinesi che si laureano ogni anno, e accorrono en masse nelle grandi citta' in cerca di lavoro. E finiscono a vendere noodle istantanei con una paga di $180 al mese (e un costo della vita paragonabile a quello europeo).

    Mi ricorda le migliaia di giovani italiani, che magari sono i primi in famiglia a prendere la laurea, che diventano immediatamente precari e vanno in un modo o nell'altro ad accrescere una burocrazia di white collar che e' sempre piu' grande (e inutile).

    Invece che dare (cattiva) educazione per tutti, le scuole dovrebbero formare ragazzi molto piu' orientati all'imprenditoria, al farsi da soli e a creare nuovi posti di lavoro. Al contrario, incentivano a diventare passacarte e impiegati di concetto.

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