Come vincere la scommessa della Decrescita?

Nel post precedente, ormai diversi mesi fa (credo che questo sia il blog più pigro del mondo), preannunciavo che avrei letto La scommessa della decrescita, un libro di Serge Latouche, e ipotizzavo che il suo contenuto potesse essere rilevante ai fini di una soluzione da dare, o almeno da progettare, al problema dell'approvvigionamento energetico nei paesi avanzati.

Sarebbe bello poter dire che ho trovato nel libro il Sacro Graal, e che ora posso illustrare a tutti le dieci semplici innovazioni da introdurre nel nostro sistema economico e produttivo per non aver mai più problemi né di sovrapproduzione né di scarsità di risorse. Le cose non stanno proprio così, ma la lettura è stata stimolante, e vorrei appunto condividere alcune considerazioni partendo dalle tesi del libro.

La premessa è, per me che peraltro ho dedicato numerosi post all'argomento, pacifica: il modello capitalistico-liberista basato sulla Crescita illimitata della produzione e dei consumi è insostenibile, ed è già giunto oltre i limiti della sua praticabilità. Non si tratta insomma di collocare in un qualche momento del futuro la necessità di cambiare modello economico: la necessità c'è già oggi, e il cambiamento deve rimediare a distorsioni già presenti, e non solo prevedibili. Come annotazione personale, ricordo che ho già argomentato che, paradossalmente, il modello basato sulla Crescita illimitata è valido ed efficace solo in economie "piccole" e in società "a bassa disponibilità di beni", e ho spiegato altrove cosa intendo con i termini tra virgolette.

Tornando al libro di Latouche, l'autore propone quindi la Decrescita come modello alternativo, non semplicemente economico, ma filosofico. Il punto centrale, in altre parole, è che Latouche ritiene che la trasformazione debba essere culturale, anzi quasi antropologica, e ridefinire la nostra scala di valori, dando per assunto che una società che adotta l'individualismo e l'utilitarismo come valori di riferimento in nessun caso possa darsi un assetto e un modello rispettosi dell'Uomo e dell'equilibrio con l'ambiente e le sue risorse. La tesi centrale, in un certo senso, del libro e dell'intero messaggio di Latouche, è quindi che il mito della Crescita illimitata, oltre a essere impossibile e distruttivo, è anche da respingere in sé, perché si basa su una filosofia che pone l'Economia (e in particolare l'idea che essa si fondi sulle scelte razionali di un agente perfettamente egoista) al centro di tutto, impoverendo e distorcendo le relazioni umane e sociali.

Ne consegue che questa scuola, nel ricercare una trasformazione così profonda, polemizza non solo, ovviamente, con la scuola economica neoclassica dominante, ma anche con coloro che cercano le contromisure al folle modello della crescita esponenziale all'interno dei presupposti teorici e pratici dell'economia, ossia senza attendersi che le priorità degli individui siano rimodellate dalla consapevolezza delle distorsioni della società consumista, ma cercando mezzi per "governare" la dinamica economica agendo, quindi, principalmente a livello politico.

In altre parole, c'è da chiedersi: è più utopistico pensare di cambiare l'Uomo (partendo dall'idea che la sua "vera natura" non sia quella rispecchiata nel consumismo) per cambiare l'Economia, oppure pensare di poter cambiare l'Economia senza cambiare il modello di "agente razionale" in cui essa incasella l'Uomo?

Io temo onestamente che la posizione di Latouche, pur suggestiva, sia velleitaria, e che le sue idee, utili e importanti per contribuire alla presa di coscienza delle contraddizioni del nostro attuale sistema economico, difficilmente saranno alla base di un'alternativa praticamente realizzabile. Ma magari ne parliamo in un prossimo post.

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