Il giro di vite: prima in senso orario…

E’ inconsueto, per questo blog, occuparsi di letteratura “alta”, laddove a gialli e fumetti ho riservato spazi consistenti. Da un lato, ho un amore speciale per questi generi (che mi accompagnano quasi dall’infanzia); dall’altro, mi sono riproposto qui di trattare i vari argomenti sotto un’angolatura contemporaneamente originale e relativamente obiettiva, che possa avere un minimo di interesse per il lettore cui non interessi nulla della mia persona e della mia biografia. Quindi, registro le mie personali impressioni di lettura altrove (su Anobii), e preferisco lasciare questo blog relativamente neutro.
Questa premessa introduce, evidentemente, un’eccezione alla regola. Eppure, un filo neppure troppo sottile collega il libro di cui sto per parlare, e che fa parte della produzione di uno dei romanzieri più “classicamente” tali, alla mia passione per i gialli e la narrativa di genere. Parliamo de Il Giro di Vite, un romanzo breve di Henry James.

James, come dicevo, è un autore “classicissimo” del romanzo tardo ottocentesco, saccheggiato dal cinema in costume e visto da molti come un po’ stantio. Io stesso confesso che la pensavo così; poi ho letto Il Giro di Vite.
Chi non lo avesse letto dovrebbe forse evitare di proseguire, e piuttosto godersi l’opera, che è abbastanza breve da non richiedere grande investimento di tempo ed energie, e abbastanza fulminante da remunerare abbondantemente tale investimento. Per gli altri, non devo temere di rovinare il piacere della lettura, e procedo senza remore.

La prima caratteristica di questo romanzo è che è impossibile riassumerne la trama; non perché sia particolarmente intricata, ma perché riassumerla significa adottare un punto di vista, e in questo modo distruggere la ragion d’essere dell’opera. Per renderle giustizia, bisogna esporre almeno due punti di vista.

Il primo è quello del testo, che in prima battuta diciamo coincidere con quello narrato in prima persona dalla nuova governante di una casa isolata dove un gentiluomo ha collocato due nipoti orfani. Secondo questo punto di vista, la vicenda consiste nella progressiva scoperta che i due fanciulli affidati alle sue cure, Flora, di otto anni, e Miles di dieci, sono oggetto di un’orrenda minaccia costituita dagli spiriti di una coppia di amanti defunti che aveva servito nella stessa dimora e che tentano con sempre maggior aggressività di “possedere” le loro innocenti vittime. La governante, che è l’unica a rendersi conto di questo pericolo, ingaggia allora una strenua lotta con gli spiriti malvagi, che le appaiono in alcune occasioni, fino a un drammatico finale in cui la piccola Flora viene allontanata dalla casa in preda a una crisi nervosa, e Miles muore tra le braccia della governante.

Questa una sintesi stringatissima della storia come la racconta l’anonima governante, o meglio come la lascia scritta, visto che la storia viene narrata vent’anni dopo la sua morte, quando l’uomo cui lei prima di morire ha affidato il suo diario ne dà lettura a una piccola compagnia di appassionati di storie di fantasmi. Raccontata così, si tratterebbe per l’appunto di una storia di fantasmi, in linea con il gusto di un certo pubblico che è in qualche modo raffigurato nella compagnia che passa la vigilia di Natale a raccontarsi storie agghiaccianti. Ma non è questo l’unico angolo da cui si può leggere Il Giro di Vite, e James ha fatto in modo che al lettore questo non sfugga (e, comunque, su quest’opera è nata un’intera letteratura critica che davvero non può mancare di essere notata anche dal lettore più distratto). Infatti, James ci propone un gioco di specchi fin dalla più semplice e fondamentale delle caratteristiche strutturali di un romanzo: chi è il narratore?

Ebbene, non c’è un’unica risposta, piuttosto un gioco di scatole cinesi. Il libro si apre con un prologo narrato in prima persona da una donna che fa parte del gruppetto di appassionati di ghost stories di cui parlavo; nel prologo, un gentiluomo di nome Douglas informa gli altri di avere una storia straordinaria da raccontare, e lo fa leggendo il testo appunto lasciato scritto dalla protagonista, ma aggiungendo una premessa che spiega l’antefatto della vicenda, come la giovane governante avesse assunto il suo incarico dallo zio dei fanciulli, e come quest’ultimo l’avesse molto colpita. Quindi il libro figura come la trascrizione da parte dell’uditrice del racconto di Douglas, che a sua volta inizia con un breve sunto di ciò che ricorda dalle conversazioni con la governante, e poi legge pedissequamente il testo da lei stessa lasciato. Una sovrapposizione di tre narratori, tutti interni al libro, che svolgono il ruolo di autore della storia, formando una sorta di insuperabile barriera tra la realtà e noi lettori. Ciascuno di essi dovrebbe apparirci come letteralmente fedele alla versione della realtà a lui nota, eppure ciascuno può farci sospettare che il suo resoconto ci sottragga elementi decisivi della verità. James, da parte sua, tace, e resta in disparte senza apparentemente “sporcarsi le mani”, proprio  come il tutore dei fanciulli.

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