…poi in senso antiorario…

Dopo aver brevemente parlato del punto di vista “principale” di Il Giro di Vite, vediamo ora come sia possibile una lettura completamente diversa. Non entrerò nel dettaglio degli accorgimenti narrativi usati da James, per i quali rinvio all’esauriente saggio presente su www.turnofthescrew.com. Basti dire che diversi sottili indizi possono far sospettare che gli spiriti siano solo allucinazioni della governante (che, di tutti coloro che vivono nella casa, è l’unica ad affermare di averli visti), e che sia la sua instabilità mentale a creare le condizioni del dramma.

Secondo questa interpretazione, i fanciulli sono vittima della follia della governante, e il crescendo di tensione della vicenda non è dovuto alla sempre più aggressiva invadenza degli spiriti, ma al deteriorarsi della sanità mentale della narratrice. Come dice uno dei commentatori che abbracciano questa posizione, «quello che accade ai bambini è, chiaramente e drammaticamente, la governante stessa». Costei soffrirebbe di una vera e propria malattia psichica, come peraltro accadde alla sorella di James; e la sua narrazione dei fatti sarebbe alterata da questa malattia, che genererebbe le visioni allucinatorie dei fantasmi e che l’indurrebbe a coinvolgere e travolgere i fanciulli nella sua follia.

Come accennavo, e come si può approfondire nello studio online che ho citato, nel testo esistono sfumature che possono essere interpretate nell’uno e nell’altro senso, ed è probabile che James abbia appunto voluto creare un’opera radicalmente ambigua, non solo in quanto “vincolata” al punto di vista di un personaggio chiaramente alle prese con qualcosa di superiore alle proprie forze (che si tratti di un Male soprannaturale o della Malattia), ma perché la credibilità di questo personaggio è minata dall’Autore stesso, che però rifiuta di fornirci una versione alternativa. E’ chiaro quindi che una versione “giusta” della storia semplicemente non esiste, né può esistere.

D’altronde, James, nella prefazione a una riedizione delle sue opere, parla de Il Giro di Vite non come di una “classica” storia di fantasmi, ma come di un pezzo di bravura, destinato «a catturare quelli [tra i lettori] difficili da catturare», i lettori smaliziati per i quali occorre una soluzione narrativa molto speciale. E, peraltro, la stessa prefazione presenta ambiguità tali da lasciare aperta, certo non a caso, l’interpretazione del libro.
Non è quindi sorprendente che i critici abbiano versato fiumi di inchiostro su quest’opera; è semmai singolare che in tanti abbiano commesso proprio l’ “errore” contro cui mettevo in guardia prima, ossia cercare di dare una versione vera della storia.

Dunque, se il romanzo appare essere ambiguo per costruzione, che senso ha cercare una “verità” che all’interno della narrazione non può esistere? E, soprattutto, perché la tentazione di cercarla è così forte da coinvolgere anche coloro che hanno gli strumenti critici per comprendere la futilità di questo esercizio? Proverò a rispondere, riferendomi appunto alla tecnica narrativa usata da James in questo caso.

E’ pacifico che la scelta fondamentale adottata, in modo direi quasi “da laboratorio”, in Il Giro di Vite è l’abolizione del narratore onnisciente. Questo accade non solo in quanto il narratore onnisciente è assente “superficialmente”, ossia non è usata la narrazione in terza persona, ma in quanto il punto di vista narrante è deliberatamente fatto oggetto di un gioco di scatole cinesi, con la governante che ha scritto un diario (che già quindi è una rielaborazione dell’esperienza vissuta in prima persona), che viene letto da Douglas e trascritto da un’anonima ascoltatrice. La storia ci è narrata quando la protagonista è già morta da anni, e nessun altro testimone della vicenda può confermarne o correggerne le parole; quanto a James, è evidente che abdica a ogni prerogativa di “garante” della storia, visto che non ci assicura neanche che la narrazione in prima persona corrisponda alle reali esperienze e percezioni della protagonista. Forse anche per esplicitare metaforicamente questa abdicazione, James introduce, nell’antefatto della vicenda, un esplicito passaggio di testimone dal proprietario della remota residenza di Bly, zio e tutore dei fanciulli orfani, all’inesperta governante, nel quale io leggo il pubblico gesto dell’autore che, pur essendo il teorico detentore della “verità obiettiva” del romanzo, lascia alla giovane l’intero onere di presentare la storia. Le istruzioni che ella riceve dal datore di lavoro sono di «prendere ogni onere su di sé, e lasciarlo in pace, senza mai disturbarlo»; istruzioni piuttosto insolite, se pensiamo che l’uomo sta affidando a una ragazza sconosciuta una casa e due fanciulli suoi consanguinei: ci si aspetterebbe piuttosto che egli voglia vigilare sull’operato della sua dipendente.

Ma queste istruzioni, invece, sono perfettamente coerenti se il loro scopo non è quello di essere il verosimile atto di un gentiluomo inglese, ma, narrativamente, la costituzione di un milieu virtualmente chiuso, che sarà quello in cui si svolgerà il resto della vicenda, e, metanarrativamente, la dichiarazione che da quel momento in poi l’autore non vorrà più essere «disturbato», e che la governante sarà, nel bene e nel male, l’unico “interlocutore” del lettore.

Ecco che prende forma il “terreno di gioco” scelto da James: un ambiente isolato, un piccolissimo numero di personaggi, un mistero. E una vicenda a due livelli, uno esteriore, fatto di ciò che la governante vede e fa insieme agli altri personaggi, e uno privato, costituito dalle sue visioni dei fantasmi, che non è chiaro se vengano visti da altri, se siano “reali”. Questa incertezza, questa ignoranza, direi, investe sia il lettore che il piano della narrazione, e potrebbe essere risolta solo da un’autorità interna alla storia ma incontestabile, una sorta di deus ex machina che sciogliesse i nodi dell’enigma. Non credo di peccare di fissazioni letterarie se ritrovo in questa situazione i caratteri di un genere ben diverso dalla ghost story: i caratteri del giallo.

A differenza di un normale giallo, tuttavia, Il Giro di Vite manca, programmaticamente, dello scioglimento, proprio perché manca il deus ex machina che nel giallo è impersonato dall’investigatore. Questo ruolo resta dolorosamente vacante, e il lettore è irresistibilmente tratto a surrogarlo, elevandosi a demiurgo e coautore del libro, occupando lo spazio deliberatamente lasciatogli da James. Ecco, forse, perché proprio i lettori più avveduti non rinunciano a giocare la partita accuratamente predisposta dall’autore che contava, con questo romanzo, appunto di «catturare quelli difficili da catturare». Per essere sportivo, e non sottrarmi a mia volta al gioco, esporrò nel prossimo post la mia “soluzione” preferita.

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