Una parola in difesa degli introversi

Tutti noi sappiamo che l’estroversione è una bella cosa, no? Gli estroversi sono simpatici, stanno bene in compagnia, sono cordiali, sono quelli che fanno stare insieme le persone sia sul lavoro che tra amici. Gli estroversi si trovano più a loro agio nel “fare squadra”, hanno doti di leadership forse più naturali, traggono energia dall’interazione con gli altri e con l’esterno.

Tutti noi poi, chi più e chi meno, dobbiamo “vendere” qualcosa e persuadere qualcuno, e non c’è miglior venditore o persuasore di un estroverso, perché un estroverso prova davvero piacere a parlare con il suo interlocutore, ed è davvero capace di far percepire all’altro che, sì, lui ha un interesse nella cosa che gli sta dicendo, ma è secondario rispetto alla relazione.

Confesso: io sono un introverso. Ed è un dato di fatto che il nostro mondo non è fatto per gli introversi, anzi spesso l’introversione è vista come un problema psicologico, e combattuta, specie nei ragazzi. Anche in questo bizzarro mondo che è Internet, non è difficile riconoscere gli estroversi, e i loro blog, in cui pubblicano qualsiasi cosa di sé, e cercano dialogo e amicizie con facilità.

Tutto questo va benissimo. Ma c’è un ma.

Il ma è che non tutti sono estroversi. Per chi non è estroverso, un mondo modellato su misura per gli estroversi, fatto apposta per costringere i ragazzi a fare tutto insieme, gli adulti a lavorare in gruppo e in open space, persone che si conoscono superficialmente a scambiarsi esperienze ed emozioni, in un costante inseguimento del massimo livello di coinvolgimento collettivo, fa lo stesso effetto che farebbe a Bach una discoteca con la musica al massimo. Non è tanto la musica che si suona, ma il fatto che per noi è faticoso ascoltarla!

E il nostro mondo è fatto proprio come questa discoteca, e sembra fatto apposta per gli estroversi. Ogni tanto, qualche introverso vien fuori e dice “Guardate che noi non siamo così, non vogliamo essere così, e già che ci siamo, se andiamo proprio a guardare, non siamo affatto peggio di quelli che sono così”. A questo proposito, dovete assolutamente guardare questa bella conferenza di Susan Cain, una scrittrice-avvocato che spiega molto bene le cose di cui sto parlando. Forse non è un’oratrice brillante, ma come dice lei stessa “There’s zero correlation between being the best talker and having the best ideas”.

Tra l’altro, la definizione delle personalità introversa ed estroversa risale al grande psicologo e analista C. G. Jung (uno che quando si trattava di starsene per conto suo non aveva rivali). Quando nel 1921 scrisse Tipi Psicologici, l’opera in cui propone questa classificazione, osservò che la società dell’epoca, sbagliando, favoriva il tipo estroverso, e guardava quasi con sospetto quello introverso. Questo è molto più vero oggi di allora (il 1921!), e un bambino che manifesti segni di introversione troppo spiccati rischia di venir considerato un bambino “problematico” e da “correggere”. Ma come chiariscono anche studiosi più contemporanei di Jung, non ha senso cercare di collocare estroversi e introversi in una scala di valori, ed è una pessima idea pensare di poter o dover trasformare un introverso in un estroverso (o il contrario, cosa che peraltro credo non capiti mai). Semmai, ci si può porre l’obiettivo di equilibrare inclinazioni troppo polarizzate, ma ricordando che una persona introversa ricava la sua energia dall’interazione con il proprio mondo interiore, come una estroversa la ricava dall’interazione con l’esterno.

Infine, secondo alcuni, gli introversi sono più numerosi tra le persone più colte o intellettualmente dotate. Che sia vero o meno, non è molto importante; l’importante è che ognuno possa svilupparsi nella modalità più efficace e naturale per lui, non per qualcun altro.

Per chiudere con un’altra frase di Susan Cain, che ha anche scritto un libro sul “potere degli introversi”, “Stop the madness for constant group work”: smettiamola di essere fissati col lavoro di gruppo a tutti i costi. Ci sono alcune persone che studiano, lavorano, vivono meglio quando possono ragionare e sviluppare idee da sole e condividere e discutere il risultato con gli altri alla fine. Lasciamoli in pace.

3 pensieri su “Una parola in difesa degli introversi

  1. “There’s zero correlation between being the best talker and having the best ideas.”
    Non c’è nulla di più vero!
    E’ un argomento che ho triturato più volte anche io dentro la mia testa, questo della bilancia del parlare/pensare. Anche senza conoscere profondamente i processi neuronali umani, legati al pensiero e alla parola, penso che entrambe sono attività che richiedono complesse interazioni ed un impegno mentale (in termini “computazionali”) molto elevato. Portare a termine entrambe le attività è compito assai difficile e solo chi è molto abile riesce a farlo con eleganza. Non a caso di un abile oratore che sia anche supportato da argomenti complessi e profondi si è portati a dire: “parla come un libro stampato”. Quasi a confermare che il “pensiero scritto” è in un certo senso un universo a sé stante rispetto al “pensiero parlato”. E sono comunque convinto che esistano anche abili oratori introversi (quando con abile oratore in questo caso mi riferisco ad un soggetto che sia in grado di parlare con estrema chiarezza e disinvoltura di un argomento a lui profondamente noto e nella sua area di competenza).

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