Elogio dell’Egoismo – 5: Conclusioni

Possiamo a questo punto riassumere alcuni dei risultati dimostrati nel corso del nostro studio circa le proprietà della funzione S, che corrediamo della loro traduzione nel linguaggio delle nostre relazioni sociali:

|S| <= 1 : l’eguaglianza vale per se stessi e, nei deleteri casi di coppia simbiotica, per il partner. Non esistono in natura casi di altruismo estremo, che rappresenterebbero comunque una patologia, ovvero corrisponderebbero a persone estremamente instabili e soggette a catastrofica distruzione. Le persone che tendono ad avere rapporti in cui S=1 vanno accuratamente evitate, sia come partner che come normali conoscenti; rapporti interpersonali stabili richiedono valori di S relativamente bassi.

S(p1,p2) = S(p2,p1) : in un rapporto equilibrato, l’interesse reciproco è uguale. Nei casi in cui questo non si verifica, esistono dei meccanismi legati all’impatto di feedback che consentono di ricondurre il rapporto verso l’equilibrio. Rendere pan per focaccia è un comportamento sano e non segno di egocentrismo o permalosità.

S(p1,p3) >= S(p1,p2) * S(p2,p3) : le persone che sono in relazione con persone che ci interessano acquistano automaticamente un livello minimo di influenza sulla nostra vita. E’ perfettamente naturale interessarsi ad una persona solo in funzione del nostro rapporto con una conoscenza comune, e quindi disinteressarsene al cessare del rapporto che giustificava la nostra attenzione.

S*r3 -> 0 per r -> : relazioni sane con il resto dell’umanità presuppongono un elevato grado di indifferenza per le persone lontane da noi.

A questo punto, ci troviamo ad aver dimostrato, utilizzando esclusivamente strumenti matematici, che numerosi comportamenti normalmente considerati “egoistici” e perciò riprovevoli sono conseguenti alla natura stessa delle relazioni sociali, e che, viceversa, comportamenti lodati come “altruistici” o “filantropici” rappresentano un pericolo per la stabilità delle persone che li attuano e di chi li circonda, quando non sono semplicemente impossibili e quindi da considerarsi modelli puramente fittizi.

L’egoismo appare essere semplicemente l’atteggiamento di un persona che intrattiene relazioni sociali sane e positive con i suoi simili, contribuendo così, paradossalmente, all’armonia della comunità in cui vive. Un'ulteriore spinta verso l’egoismo viene dall’ampliarsi dell’orizzonte delle relazioni umane : il fatto di aver esteso, grazie alle moderne comunicazioni, praticamente all’infinito il numero di persone con cui siamo potenzialmente in relazione, anziché portare ad una maggiore apertura verso il prossimo, comporta la necessità di proteggerci da choc emotivi e materiali riducendo a zero il nostro coinvolgimento effettivo nelle vicende delle persone non immediatamente prossime a noi.

Elogio dell’Egoismo – 4: Ama il Prossimo Tuo come Te Stesso

Dopo aver discusso di rapporti “bilaterali”, è necessario allargare il campo della nostra analisi, passando a considerare i rapporti di “simpatia” verso l’ampia popolazione di coloro che conosciamo solo superficialmente o non conosciamo affatto.

Scegliamo dunque come sistema di riferimento quello di una qualsiasi persona di cui ci interessi studiare la funzione S; vedremo che troveremo alcune leggi applicabili in generale a tutti gli esseri umani, e quindi è utile analizzare il sistema di relazioni del generico membro della nostra società. Se definiamo un sistema di riferimento con centro nella persona data, è conveniente utilizzare un sistema di coordinate polari, caratterizzando ciascun altro essere umano con una posizione nel sistema dato definita dalla sua distanza r dal centro del riferimento.

Beninteso, dal momento che, in realtà, la “distanza” tra due persone deve essere intesa ai fini della nostra discussione come distanza psicologica e non semplicemente materiale (pur se la distanza materiale è una componente della distanza psicologica), lo spazio in cui rappresentiamo l’umanità non coincide con lo spazio tridimensionale ordinario, ma dovrebbe usare coordinate che rappresentino distanze relative a legami psicologici o di interesse, di modo che ad esempio valori piccoli di r corrispondano a consanguinei, amici intimi, colleghi di lavoro, e simili. In questo modo, la rete di relazioni di una persona potrebbe essere rappresentata dai valori della funzione S (in effetti un campo scalare) in questo spazio fittizio. Questi valori costituirebbero l’impronta caratteristica della personalità di ciascuno di noi, limitatamente ai rapporti con il resto del mondo.

 La tesi che cerco di dimostrare è che questa “mappa” non è arbitrariamente diversa per ciascuno, ma che è soggetta ad alcune regole generali valide per tutti, la prima delle quali abbiamo già scoperto essere S <= 1: la funzione ha quindi il massimo nell’origine r = 0. Ora, per semplificare un po’ i calcoli, adottiamo alcune approssimazioni basate su ragionevoli ipotesi sulla forma della funzione S:

  1. supponiamo che, in analogia con le dimensioni spaziali, si possa fissare a tre il numero delle dimensioni dello spazio fittizio dove studiamo la funzione S;
  2. consideriamo di poter scegliere le unità di misura sugli assi coordinati in modo tale che S = S(r), ovvero che S dipenda solo dalla distanza r;
  3. assumiamo che le persone siano rappresentabili mediante una funzione di densità di persone h, approssimativamente uniforme (cioè indipendente da r);
  4. ammettiamo che a tutti gli effetti pratici si possa considerare infinito il numero di persone esistenti e la distanza massima a cui si possono trovare (questo assunto è ragionevole in quanto stiamo considerando le nostre interazioni personali che tipicamente si svolgono con un numero di persone rispetto al quale la popolazione terrestre è praticamente infinita).

Queste assunzioni consentono di passare dal discreto al continuo e di utilizzare quindi il calcolo infinitesimale per alcuni dei passaggi successivi.

Consideriamo ora uno dei luoghi comuni più consolidati: quello secondo il quale l’atteggiamento più lodevole nei confronti del proprio prossimo è quello di “amarlo come se stessi”. Abbiamo già dimostrato che questo è impossibile, salvo eventualmente per una sola persona; tuttavia, quello di cui la migliore tradizione cattolica cerca di persuaderci ormai da diversi secoli è che l’uomo ideale (“santo”) si avvicina il più possibile a questo modello umanamente irraggiungibile, e che a tutti noi compete il dovere di considerare l’amore verso il prossimo come un bene incontestabile, in cui non  si può peccare per eccesso.

 Proviamo ora a considerare cosa comporta, nel sistema di riferimento che abbiamo adottato, aver maggiore o minore attaccamento per il nostro prossimo. E’ chiaro che, se consideriamo il complesso dell’umanità, ha senso esclusivamente effettuare analisi di tipo statistico, per i grandi numeri in gioco; di conseguenza, anziché porci in coincidenza con il verificarsi di uno specifico evento, supponiamo di voler calcolare il valore medio dell’impatto sulla nostra vita dovuto a tutto ciò che accade al resto dell’umanità. Questo valore medio, come è facile vedere, dipende esclusivamente dalla forma della nostra funzione di simpatia:

 <I> = <Ie>* ∫4π*h(r)*S(r)*r2dr, (il termine 4πr2 deriva dall’integrazione sugli angoli delle coordinate polari)

 dove <Ie> è un valore medio temporale dell’entità degli eventi che accadono agli altri. Ora, è evidente che nessuno di noi è in grado di sopportare choc illimitati ; pertanto, perché una qualsiasi persona possa sopravvivere, deve essere 0S( r )*r2dr < + ∞. Ora, come è noto, r0R(1/r)dr = ln (R/r0) che tende a infinito al crescere di R, ed anzi r-1 rappresenta la più bassa potenza di r il cui integrale diverge. Di conseguenza, S(r) deve tendere a zero più rapidamente di 1/r3 (o, nel caso più generale di uno spazio fittizio n-dimensionale, 1/rn).

Questo risultato sembra in stridente contrasto con le dichiarazioni di principio sull’obbligo morale che tutti noi avremmo di guardare con sollecitudine alla sorte di ogni nostro simile, per quanto esso sia fuori dalla nostra normale cerchia di relazioni. Quotidianamente, siamo messi a confronto con sciagure assortite che colpiscono orrendamente paesi e popolazioni da noi lontane, e sembra che giustamente la nostra coscienza ci rimorda per l’indifferenza con cui abitualmente accogliamo questo genere di notizie. E’ chiaro che questa visione altamente etica e cosmopolita è incompatibile con il fatto che, come l’analisi svolta mostra incontestabilmente, un essere umano dotato di relazioni sociali sane ha un interesse per il prossimo che cala drasticamente con l’aumentare della distanza.

Per la verità, se consideriamo la realtà dei fatti, possiamo verificare che per la stragrande maggioranza delle persone S cala ben più rapidamente di 1/r3 ; non v’è essere umano cui non interessi più il raffreddore del figlio di una luttuosa inondazione in Pakistan o di un terremoto nelle Filippine. Il motto “ama il prossimo tuo come te stesso” rappresenta non solo un’iperbole poco realistica, ma un incoraggiamento poco sensato: guai al malcapitato che dovesse riuscire a metterlo in pratica !

Elogio dell’Egoismo – 3: Ti Amo più di Me Stesso

Frequentemente ci capita di cercare di convincere gli altri, e talvolta persino noi stessi, che il benessere e la felicità di qualcuno ci stanno più a cuore persino dei nostri. In effetti la letteratura e la retorica ufficiale dei sentimenti pullulano, ad esempio, di coppie di amanti indissolubilmente vincolati da legami amorosi tali da spingerli, se necessario, sino all’estremo sacrificio (di solito, per fortuna, non c’è  niente di vero). Quale attendibilità si può attribuire a questo tipo di modello dei rapporti sentimentali?
Senza voler necessariamente svilire il fascino dei sentimenti forti, è necessario osservare che, sulla base dei risultati del capitolo precedente, si può immediatamente riconoscere che:
-1 <= S(p) <= 1
ovvero di nessuno ci importa più che di noi stessi. Infatti, supponiamo per assurdo che le persone p1 e p2 fossero legate da una relazione reciproca così stretta e profonda che fosse S(p1,p2) = S(p2,p1) > 1 (definiamo una tale ipotetica coppia una coppia eccessiva).
E’ facile mostrare che questa situazione è impossibile, o quanto meno incompatibile con la sopravvivenza delle persone in questione. Infatti, al primo verificarsi di un evento e che interessi direttamente, ad esempio, p1, si produrrebbe un impatto I(e,p1), piccolo quanto si vuole. A seguito di questo impatto, p2 risentirebbe un effetto I(e,p2) = S(p2,p1) * I(e,p1) > I(e,p1). Questo evento innescherebbe un impatto di feedback in p1 che sarebbe superiore a quello dell’evento originale! Le due persone, che possiamo immaginare l’una accanto all’altra, continuerebbero a provocare l’una nell’altra emozioni sempre più violente, in un circolo vizioso che non potrebbe che vederli abbracciati soccombere alla forza del loro amore.
Ora, non è difficile constatare che, per fortuna, le coppie eccessive che patiscono una sorte così pura sebbene un tantino grottesca, seppure esistono, sono una sparuta minoranza, che ci permetteremo di tralasciare.
Questo lascia tuttavia la porta aperta alla possibilità ideale S(p2,p1) = S(p1,p2) = 1, che, almeno all’apparenza, si osserva effettivamente in natura. Questa configurazione, che potremmo definire della coppia simbiotica, comporta, come è evidente, una totale immedesimazione dei due soggetti. Essi provano le stesse sensazioni, hanno gli stessi gusti, si specchiano uno nell’altro traendo perpetuo alimento l’uno dalla consonanza dell’altro. A tutti i fini sociali, devono essere considerati una sola persona, in quanto ogni azione intrapresa nei confronti di uno di essi avrà esattamente gli stessi effetti sull’altro; è altresì evidente che nessuna persona può avere un rapporto simbiotico con più persone diverse, in quanto non è possibile provare simultaneamente con uguale intensità gli effetti delle vicende di due persone diverse.
Le coppie simbiotiche, allo scopo di evitare traumi, fanno tutto il possibile per non separarsi in nessuna occasione e, anche se la loro compagnia non è delle più ricercate, rappresentano spesso un esempio di convivenza ai limiti dell’umano, costituendo quasi un organismo a parte. Il punto debole della coppia simbiotica sta proprio nella forza del suo legame: una fase negativa che si prolunghi oltre un certo limite può innescare una risonanza di malessere che si trasmette senza soluzione di continuità dall’uno all’altro dei componenti la coppia, autoalimentandosi attraverso la propagazione "da simpatia".
In questi casi, si rischia l’autodistruzione, oppure, qualora le violente oscillazioni cui la coppia è soggetta portino accidentalmente fuori fase lo stato dei due  può accadere che S subisca una transizione di parità passando da +1 a -1 (valore estremamente difficile ad aversi in condizioni ordinarie, in quanto ciascuno di noi tende a evitare le persone antipatiche, il che fa sì che i casi in cui S < 0 corrispondano in genere a valori assoluti della funzione piuttosto piccoli).
In questo caso, i due si convincono inevitabilmente che condizione essenziale per la propria felicità è la disgrazia dell’altro, e, senza riuscire a ignorarsi, si adoperano con tutte le proprie forze per rendersi la vita vicendevolmente impossibile. Con certezza, rendono impossibile la vita a chi li circonda e si trova a diventare involontario strumento del loro conflitto; ne consegue che l’unica cosa da fare se si conosce una coppia simbiotica, sia essa in fase positiva che negativa, è di evitarla come la peste.

Lo Spettatore Professionista

E’ tempo di Olimpiadi, e mi sembra appropriato recuperare un articolo che avevo scritto qualche tempo fa, abbastanza in “stile Incompetente”, e che spero possa essere un intermezzo divertente… buona Olimpiade a tutti!

———————————————————–

Tra tutti coloro che in qualche modo gravitano intorno allo Sport (atleti, arbitri, allenatori, giornalisti, …), si potrebbe credere che quello con meno problemi sia lo spettatore, che comodamente sprofondato in poltrona ammira gli sforzi dei suoi beniamini, senza faticare più di chi assista a un qualsiasi varietà televisivo. Errore! Il vero spettatore di sport è a sua volta un professionista, e il suo ruolo è altrettanto impegnativo di quello giocato dai divi del calcio o dell’atletica, come apparirà evidente da quello che state per leggere.

Certo, non tutti gli spettatori possono considerarsi dei professionisti; la maggior parte, anzi, si limita a guardare la tv quando c’è qualche appuntamento particolarmente importante. Ma quelli che diventano tifosi di calcio ogni quattro anni per seguire la Nazionale ai Mondiali, o si improvvisano appassionati di vela perché c’è la Coppa America in televisione non possono che essere guardati con compatimento dal vero Spettatore, che sa quanto impegno e quanta preparazione ci vogliano per seguire nel modo giusto quegli eventi. Quello dello Spettatore non è un ruolo che si possa improvvisare: si costruisce con serietà e pazienza, e richiede grande dedizione.

Studio e documentazione

E’ quasi inutile dirlo, ma lo studio è il primo dovere di uno Spettatore professionista. Infatti, un vero Spettatore non è uno specialista di questo o quello sport, bensì conosce e apprezza tutti gli sport possibili. Capire qualcosa di calcio è facile, ma gli altri sport? Quanti conoscono il football australiano, o il lacrosse? O la differenza tra Rugby Union e Rugby League? Chi conosce le regole sia del biliardo a 5 birilli che dello snooker?

Il nostro Spettatore sa tutto questo e molto altro ancora, e per saperlo deve documentarsi continuamente. Inoltre, deve anche avere profonde conoscenze tecnico-tattiche dei principali sport: non solo deve riconoscere la diagonale difensiva nel calcio e la zona mista nel basket, ma deve saper distinguere tra un servizio kick e uno slice nel tennis, tra una beduina e una palombella nella pallanuoto, tra una garuffa e un rinterzo nel biliardo, tra una formazione a “shot gun” e una a “I” nel football americano… insomma, lo Spettatore professionista conosce regole, tecnica e tattica degli sport quasi quanto gli addetti ai lavori, con la differenza che lui è esperto di qualsiasi sport.

Preparazione fisica

L’immagine generalmente accreditata dello sportivo contemplativo è quella di un signore pigro e sovrappeso, mollemente abbandonato in una poltrona. Pochi in realtà comprendono la dura preparazione fisica che occorre: il nostro eroe si trova infatti spesso ad affrontare dure prove quali:

  • la domenicale spedizione allo stadio, che prevede ore e ore di attesa all’addiaccio, e, durante tutta la partita, salti, canti, grida (senza contare la deprecabile possibilità di doversi impegnare, causa tifosi avversari, in prove di corsa, lotta o pugilato)
  • assistere a manifestazioni (Olimpiadi, Mondiali di calcio, ecc.) che durano più settimane e si svolgono in altri continenti. In tal caso, lo Spettatore trascorre la maggior parte della notte davani al televisore (ovviamente, lui guarda le gare solo in diretta). Eventuali necessità fisiologiche vanno espletate durante le pause pubblicitarie
  • affrontare lunghi viaggi per assistere dal vivo a gare all’estero, in precarie condizioni di comfort

Tutto ciò richiede una appropriata preparazione, tesa sia a sviluppare la capacità di alterare il ciclo del sonno senza perdere in attenzione e percezione, sia a produrre la resistenza a lunghe permanenze in ambienti sfavorevoli e in condizione di forte stress emotivo.

Astinenza dallo sport attivo

Alcuni aspiranti Spettatori, fuorviati dalla loro stessa passione, finiscono per praticare in prima persona degli sport sperando di tenersi in forma e di apprezzare meglio le loro discipline preferite. Questa tentazione, pur comprensibile, è un serio errore e va evitata da parte di chiunque desideri diventare un autentico Spettatore; infatti, quest’ultimo ha una conoscenza profonda ma rigorosamente astratta degli sport, e questo per due ottimi motivi.

Innanzitutto, la pratica sportiva non può essere così generalizzata e imparziale come abbiamo detto dover essere il vero Spettatore: chi fa sport può praticarne non più di uno o due, ed inevitabilmente finisce per privilegiarli rispetto agli altri, diventando, nella migliore delle ipotesi, un appassionato settoriale. In secondo luogo, la conoscenza sportiva dello Spettatore deve essere rivolta al massimo livello professionistico; la pratica amatoriale di uno sport, lungi dall’accrescere le competenze del Nostro, le inquina con esperienze inevitabilmente legate alle sue mediocri capacità. Viceversa, la pratica sportiva per uno Spettatore è sempre condizionata dalla consapevolezza della distanza abissale tra le proprie prestazioni e l’ideale del perfetto atleta. Come si può infatti criticare serenamente un errore di Federer se si pensa che quella palla noi non l’avremmo neanche vista? E, viceversa, come si può giocare a tennis sapendo a ogni colpo che la corretta strategia di gioco richiederebbe un attacco con rovescio lungolinea in back seguito da una volée bassa incrociata con effetto a uscire? No, nella vita bisogna scegliere, e la carriera dello Spettatore e quella dell’Atleta sono inconciliabili; d’altronde è solo con i sacrifici che si può raggiungere l’eccellenza.

Se dopo aver letto questo articolo desiderate diventare Spettatori, ebbene congratulazioni! Avete scelto la più nobile carriera legata allo sport, priva di onori e guadagni, ricca di fatiche e sacrifici; eppure, in fin dei conti, lo sport si regge sugli Spettatori, ancor più che sui campioni. Sarete voi a garantire il futuro dello sport, e a trasmetterne la passione ai vostri figli (se troverete il tempo di averne).

Struscio Comunale

Oggi rientro dalle vacanze estive, ed eccezionalmente vorrei dedicare questo post a un piccolo aneddoto personale. Ho infatti scoperto l’esistenza di quello che potrei definire lo Struscio Comunale.

Qualcuno potrà pensare che la scoperta dello struscio sia un po’ come quella dell’acqua calda, ed è vero. Tuttavia, lo confesso, non mi era mai capitato di trovarmi di fronte allo struscio istituzionale. Dalle mie parti, in Campania, lo struscio è un po’ un’istituzione spontanea: con l’arrivo delle fresche ombre della sera, giovani e meno giovani emergono dalle stanze dove si erano rifugiati durante la controra, e si dedicano al passeggio per guardare e farsi guardare. Insomma, lo struscio è nato a Napoli, no?

Eppure, la settimana scorsa sono arrivato a Marcelli di Numana, nelle Marche, dove ho scoperto un fenomeno a me sconosciuto. La sera, esco dall’albergo e scopro che di sera il lungomare è isola pedonale. Non solo: un vasto parcheggio nelle vicinanze, che di giorno è gratis, la sera, per due ore soltanto, è a pagamento. Insomma: a Marcelli hanno un parcheggio di scambio con lo struscio! Non con la metropolitana o con gli autobus, ma con lo struscio; e lo struscio funziona da attrazione verso i passeggiatori dell’entroterra, che pagano volentieri un paio di Euro per unirsi alla folla locale (infatti il parcheggio era pieno). Forte, no?

Insomma, a Marcelli lo struscio è patrocinato dal Comune, e rappresenta una fonte di introiti, una specie di versione da Azienda Provinciale del Turismo del vecchio struscio popolare. Interessante…

Gialli, Entropia e Teoria dell’Informazione

In un post precedente, sostenevo che due caratteristiche tipiche dei Gialli sono:

  1. Un Giallo è di fatto un messaggio in codice, inviato dall’Autore al Lettore, la cui decodifica è la Soluzione del Giallo;
  2. Il Giallo, in quanto presenta l’evoluzione dal Caos (un omicidio, l’Assassino ignoto, numerosi personaggi sospettabili) all’Ordine, rappresenta una riduzione di Entropia.

In questo post, vorrei mostrare come, in base alla Teoria dell’Informazione, queste due caratteristiche siano in realtà legate in modo più profondo di quanto appaia.

Partiamo dalla considerazione che un qualsiasi romanzo è una comunicazione o un messaggio tra l’Autore e il Lettore. Come tale, possiamo applicargli i risultati della Teoria dell’Informazione (v. ad esempio la corrispondente voce su Wikipedia), secondo cui a ogni messaggio è attribuibile una determinata quantità di Entropia.

Questa quantità di Entropia corrisponde in senso stretto alla quantità di informazione scorrelata che il messaggio trasporta, e, nel caso in cui il messaggio sia costituito di unità totalmente scorrelate tra loro, è proporzionale al logaritmo della dimensione del messaggio. Ne consegue che, considerando un generico romanzo in cui gli avvenimenti si susseguono in modo "libero", l’entropia del romanzo è pari al logaritmo della sua dimensione.

Vale la pena di ricordare che, in Teoria dell’Informazione, il concetto di Entropia è strettamente legato a quello di comprimibilità: se i contenuti di un messaggio sono scorrelati tra loro, non c’è modo di comprimere il messaggio senza perdere informazione, e si ha il massimo di Entropia. Viceversa, se in un messaggio alcune parti sono logicamente correlate ad altre, l’Entropia è inferiore e il messaggio può essere "compresso" senza perdita di informazione.

Quindi, in altra forma, possiamo dire che è possibile ridurre l’Entropia di un messaggio se esiste un algoritmo di compressione che riduca la dimensione del messaggio conservandone l’essenza, e che questo algoritmo esiste se esiste una logica interna al messaggio per cui alcune sue componenti sono strettamente deducibili da altre. In un romanzo ordinario, questo legame deduttivo è assente, e comprimere il testo significa perdere informazione: possiamo sempre dire che i Promessi Sposi sono la storia di due fidanzati che, contrastati da un potente mascalzone, alla fine riescono a sposarsi, ma perderemo "pezzi" di romanzo.
Interessante, no? Perché a questo punto siamo in condizione di concludere il nostro discorso: un Giallo è infatti appunto un romanzo nel quale esistono rapporti logico-deduttivi tra gli eventi narrati. Di conseguenza, esiste un algoritmo che consente di comprimere il "messaggio" e la sua Entropia. Questo algoritmo di compressione, questo codice, tuttavia, non è noto a priori: esso è appunto l’oggetto della "metacomunicazione" tra Autore e Lettore.

Il Lettore, dall’esame del testo, deve ricostruire la corretta interpretazione del Giallo, ossia il suo codice. Senza l’interpretazione logica, i fatti narrati nel Giallo mancano della giusta correlazione, e l’Entropia del testo è pari a quella di un qualsiasi altro romanzo. Ma una volta nota l’interpretazione esatta, è possibile ricostruire le relazioni logiche tra le parti del Giallo, la cui Entropia si riduce tanto più quanto più rigorosa e pervasiva è la componente deduttiva (ossia, quanto minore è l’elemento casuale o episodico nei fatti narrati). Ovviamente, il Giallo contiene anche il suo codice "in chiaro", esposto dall’Investigatore nella Soluzione, una sezione del Giallo logicamente separata (e che in alcuni casi è addirittura "annunciata" dall’Autore).

Potremmo quindi concludere dicendo che un Giallo è tanto migliore quanto più risponde al requisito di presentare un’intelaiatura logica, ossia quanto più bassa è la sua Entropia. In un prossimo post, cercheremo anche di ampliare questa definizione.

La scomparsa del punto e virgola

Questo è il primo post che classifico come articolo (ne ho un po’ da parte, ahivoi). Comincio con uno "leggero"…

Una delle poche cose, anzi forse la sola ch’io sapessi di certo era questa: che mi chiamavo Mattia Pascal.” Ecco, con questa frase comincia un giallo appassionante.

No, “Il fu Mattia Pascal” non è un giallo, nonostante narri vicende sorprendenti e, almeno per alcuni personaggi, misteriose. Il giallo al quale voglio interessarvi è: chi ha ucciso il punto e virgola? Già, perché in questo che è il più importante romanzo italiano del primo Novecento nella prima pagina compare un punto e virgola; nella seconda due, nella terza due, e così via. Era ben vivo il punto e virgola, nel 1904. A ucciderlo non è stato, quindi, Luigi Pirandello.
Prendiamo ora un romanzo di oggi: “Senza sangue”, di Alessandro Baricco: nelle prime dieci pagine, salvo errore, non c’è neanche un punto e virgola. Anzi, sarei sorpreso se ce ne fosse uno in tutto il libro.
Sarà un caso? Provo un altro paio di romanzi recenti: nulla. Voglio fare una controprova: finora ho controllato autori che scrivono con uno stile relativamente simile, frasi brevi, pochi periodi ariosi. Prendo un libro recente di Antonio Tabucchi, uno agli antipodi, con uno stile classico e molto piacevole: “Si sta facendo sempre più tardi”. Uno, nelle prime sei pagine. Un sopravvissuto, di una specie praticamente estinta. Ultima verifica: articolo di fondo del giornale di oggi: neanche un punto e virgola.

Eppure, quando andavo a scuola, era ancora vivo: leggevo Italo Calvino, ad esempio, che, cinquant’anni dopo Pirandello, ne faceva ancora un buon uso. Ed io sono cresciuto convinto che avesse un senso, il punto e virgola. Perché il punto dà il segnale della chiusura di un pensiero, mentre il punto e virgola no, separa due frasi che hanno qualcosa in comune, sgorgano dallo stesso moto di pensiero.
Ma se l’eliminazione del punto e virgola è il segno più evidente, altri indizi ci fanno sospettare un delitto su più vasta scala: la soppressione della punteggiatura. Lo so che virgole e punti sono vivi e vegeti, che i due punti sopravvivono un po’ a fatica, e i puntini di sospensione prosperano; ma sono vuote parvenze dei segni di una volta. Una volta, i segni di interpunzione riflettevano la struttura sintattica di un periodo: le virgole separavano principali e subordinate, e i punti chiudevano un periodo logicamente concluso. Oggi, a me sembra che i segni trascrivano piuttosto le cadenze del parlato, e se queste non coincidono con la struttura, peggio per la struttura.

E c’è chi fa di peggio: mai separare con una virgola soggetto e predicato!

Sono superato, senza speranza? Ho controllato: temo di sì. Nelle cose che scrivo, sia pure saltuariamente, uso il punto e virgola, e anche altri segnali testimoniano impietosamente che sono legato ad una vecchia concezione della punteggiatura.

A questo punto, chiamerei in causa qualche esperto, perché mi illumini: cosa è accaduto? Perché la scrittura sta diventando una specie di trascrizione della lingua parlata, comprese pause brevi, lunghe e sospensioni? O forse abbiamo perso la capacità di pensare (e scrivere) due cose di fila senza fermarci a prendere fiato?