Siamo poveri o caporali?

Mentre in questa fine estate l’attenzione pubblica è rivolta a temi come la copertura dell’IMU o la fine del calciomercato, è passata relativamente sotto silenzio la pubblicazione qualche settimana fa da parte dell’ISTAT dei dati sulla povertà in Italia. Eppure, sono piuttosto impressionanti.

Come al solito, i giornali nel darne notizia si sono soprattutto soffermati sulla cresciuta incidenza della povertà relativa. Dal mio punto di vista, invece, questo dato è sostanzialmente un indicatore indiretto di quanto sono forti le disuguaglianze di ricchezza, e visto che per questo esistono altri indicatori più precisi e diretti (ad es. il coefficiente di Gini), lo lascerei da parte.

Molto più significativi, purtroppo, sono i dati sulla povertà assoluta. Chiariamo innanzitutto di cosa si tratta: secondo l’ISTAT, si trova in una condizione di povertà assoluta una famiglia che spende mensilmente meno di quello che occorre per comprare un paniere di beni e servizi considerati “essenziali a uno standard di vita minimamente accettabile”. Insomma, io, che ho un dignitoso stipendio, in un Paese popolato solo da magnati del petrolio sarei “relativamente povero”, ma certo non “assolutamente povero”.

Ebbene, nel 2012 la povertà assoluta in Italia è cresciuta moltissimo. Secondo il rapporto ISTAT, nel 2012 colpiva 4.814.000 persone, o se vogliamo l’8% della popolazione. Nel 2011 era il 5,7%: in un solo anno, la povertà assoluta, quella vera, è aumentata di oltre il 40%!
La domanda successiva potrebbe essere: chi sono i “nuovi poveri”? La risposta può sorprendere, ed è un ulteriore segnale per la nostra società: il nuovo modello di povero non è più l’anziano solo che vive della sua pensione, anzi: gli anziani soli o in coppia sono l’unica categoria per cui l’incidenza della povertà nel 2012 è minore che nel 2011, ed è inferiore alla media generale.

Invece emergono situazioni particolarmente allarmanti: tra impiegati e dirigenti, ad esempio, l’incidenza della povertà assoluta è raddoppiata in un anno. Nelle famiglie in cui tutti i membri hanno un lavoro, la povertà assoluta è passata dal 2,5% al 3,6%, con un incremento quindi del 44%. Soffermiamoci su questo dato: il 3,6% delle famiglie in cui tutti i componenti lavorano non è in grado di sostenere uno “standard minimamente accettabile di vita”. Eppure, questa dovrebbe essere quasi per definizione la tipologia di famiglia al riparo da un degrado così pesante del suo tenore di vita. La povertà colpisce ora anche liberi professionisti, come si vede dallo stesso rapporto.

Questo significa, evidentemente, che avere un lavoro non è più garanzia di una vita dignitosa. La crisi, ed evidentemente la minaccia della disoccupazione che colpisce tanti, ha abbassato il reddito reale e condotto molti lavoratori, presumibilmente in buona parte precari, sotto la linea della povertà. Si accetta di lavorare anche per ricavarne un reddito, letteralmente, da fame. Paradossalmente, i più garantiti sono i pensionati: questa è l’Italia di oggi, dove le risorse vengono incanalate verso il “non-lavoro” (finanziamento di cassa integrazione in deroga, “esodati”, e simili) e non a favore del lavoro, e di lavoro con retribuzioni dignitose. La mia opinione è che una società civile non può accettare che chi lavora regolarmente viva in miseria, e invece questo è quello che sta sempre più accadendo. In Grecia si lavora senza stipendio; è quello il modello della nuova Italia?

Le città, mostruosità ingovernabili o modello di interazioni “peer-to-peer”?

Dunque, facendo seguito ai post precedenti, sono ancora debitore dell’ultimo tratto di strada da fare nel commentare le interessanti notazioni del fisico Geoffrey West sui rapporti matematici che si osservano in natura, tra le strutture sistemiche di diversi organismi animali e il loro metabolismo, e nel più artificiale mondo delle aziende, tra le grandezze che in quel contesto possiamo in qualche modo associare a strutture sistemiche e metabolismo.

Il risultato delle osservazioni è, come abbiamo visto, che:

  • le strutture sistemiche (di “comunicazione”, di “comando”, di “trasporto”) sono proporzionalmente più piccole ed “economiche” negli organismi grandi che in quelli piccoli, ossia scalano secondo una legge sublineare;
  • queste strutture sono organizzate in modo gerarchico, con “nodi centrali” che svolgono un ruolo preponderante (si pensi a organi come il cuore o il cervello, o al CEO di un’azienda), e “nodi periferici” che svolgono compiti via via più elementari, fino a raggiungere (in modo letteralmente “capillare”) tutte le singole unità operative);
  • ho sostenuto, credo in armonia con le considerazioni dello stesso West, che quello che fa sì che tali strutture abbiano una dimensione che cresce meno che linearmente con il “volume” dell’entità che le ospita è che esse hanno una struttura topologica frattale, e quindi una “dimensione efficace” frazionaria, e minore di quella geometrica dello spazio in cui si trovano;
  • il metabolismo più lento degli organismi grandi rispetto ai piccoli è a sua volta dovuto allo stesso motivo, assumendo che la maggior parte del metabolismo stesso sia dovuto o all’attività delle reti stesse (come accennavo, il cervello umano consuma fino al 20% dell’energia utilizzata dall’intero organismo) o alle interazioni che si svolgono tra “nodi” contigui lungo tali reti.

Ebbene, il nostro West, come ho già segnalato, ha esaminato un altro “organismo artificiale” rilevando che non segue le stesse leggi: la città. Le città, secondo i dati che ha raccolto col suo gruppo di ricerca, hanno delle caratteristiche “innaturali”:

  • analogamente ad animali e aziende, hanno strutture sistemiche (ad esempio le reti stradali o di comunicazione) che crescono in modo sublineare con la dimensione della città stessa;
  • il loro metabolismo invece (inteso in senso lato) cresce in modo superlineare, e in realtà esponenziale.

Resta quindi da dare un’interpretazione a quest’ultima osservazione: cosa rende le città così radicalmente diverse dagli organismi “normali”? Ebbene, io credo, complementarmente a quanto visto per animali e aziende, che sia il fatto che nelle città le persone interagiscono in modo non gerarchico: l’interazione è uno-a-uno, o, come si dice, peer-to-peer. In questo senso, una città è da intendersi come una comunità allargata che offra mezzi e occasioni di contatto e interazione tra persone, senza che questi contatti passino per canali centralizzati. Seguendo una terminologia recente, una città consente interazioni Social decentralizzate.

Infatti, se riprendiamo l’esempio che avevo fatto a proposito di un “organismo” bidimensionale, supponiamo di moltiplicarne la dimensione lineare per N. Avremo che il numero delle sue unità elementari crescerà come N2, la dimensione delle sue strutture sistemiche crescerà come N1,5, ma la possibilità di interazione tra due qualsiasi delle sue unità elementari crescerà come il numero delle possibili coppie di tali unità, ossia N4, e quindi con un esponente doppio rispetto a quello con cui cresce il suo “volume”. Se, più realisticamente, introducessimo un “taglio” nella probabilità con cui ogni unità elementare può interagire in modalità peer-to-peer con le altre (ad esempio in funzione della distanza), potremmo ragionevolmente trovare un rapporto tra la “crescita metabolica” e quella dimensionale poco superiore a 1, in accordo con le osservazioni di West.

Tutto ciò, ovviamente, sorprende fino a un certo punto. Sappiamo tutti che contesti ambientali che favoriscono la comunicazione peer-to-peer incrementano il “metabolismo”, anche in termini produttivi (si pensi alla celebre Silicon Valley); tuttavia mi sembra molto interessante che questo fatto si presenti in modo così chiaro e così “trasversale” rispetto a grandezze “metaboliche” anche non economiche. E’ anche chiaro che molte aziende da tempo tendono a favorire la comunicazione interna “non gerarchica”; queste osservazioni danno loro ragione in termini, diciamo, scientifici e quantitativi.

Qual è quindi la conclusione? Direi che la conclusione è diversa a seconda che si abbracci la filosofia della crescita o quella della sostenibilità. Io, che credo che la crescita illimitata sia un pericoloso miraggio, non posso che considerare auspicabili modelli di evoluzione economica che seguano quella “organica” di tutti gli esseri viventi complessi.
Dal punto di vista di un imprenditore “standard” (o di un amministratore pubblico che vuole stimolare la crescita in un’area), invece, ci sono ottime ragioni per perseguire il progressivo confinamento dell’organizzazione gerarchica ai “servizi generali” e, per tutto il resto, puntare a un diverso paradigma, che qualcuno comincia a chiamare della Social Corporation. Adottare il peer-to-peer come modalità prevalente di interazione in un’azienda significa cambiare profondamente la cultura che ancora oggi fa dire spesso «ne deve parlare col mio capo»; significa abbandonare anche per le grandi aziende un modello gerarchico-burocratico che, per quanto male se ne parli, ha una sua ragion d’essere, e la cui sostituzione non è gratuita né indolore. Senza la gerarchia a “smorzare” il metabolismo interno, le aziende potrebbero diventare come le città, ossia comunità a crescita apparentemente illimitata e “sempre giovani”, in termini biologici (potete ridare un’occhiata ai diagrammi di crescita del topo e di Walmart, che evidenziano la relazione tra giovinezza e crescita esponenziale).

Se siete un imprenditore che la pensa così, e dovete trovare un modo per sostenere le vostre idee, Geoffrey West vi ha dato gli strumenti per dimostrare matematicamente che avete ragione. Sempre se ho capito bene… 😉

Animali, burocrazia e frattali

Cari amici, torno rapidamente sul tema degli ultimi post perché voglio sfruttare il momento di buona volontà blogger che mi pervade. Chi mi segue sa che a volte taccio per mesi, quindi quando mi viene voglia di scrivere è bene sfruttarla, specie se, come in questo caso, mi trovo a metà di un argomento. E a onor del vero, neanche questo post chiuderà il discorso, quindi speriamo che la voglia regga almeno fino al prossimo.
Negli ultimi post ho riportato alcuni interessanti dati rilevati da un fisico, Geoffrey West, che non riassumo qui (ma vi autorizzo a fare un salto a rileggerli). Da questi dati, emergono almeno un paio di domande alle quali vorrei provare a trovare una risposta:

  1. Perché animali e aziende presentano economie di scala nelle strutture “di servizio” (sistemi circolatori, nervosi, ecc. in un caso e infrastrutture nell’altro) e nel “metabolismo”, e cosa hanno in comune che giustifichi questa somiglianza?
  2. Perché le città presentano una simile tendenza per le infrastrutture, ma invece hanno un metabolismo che mostra “diseconomie” di scala (ossia, che è in proporzione maggiore per le città più grandi)?

A queste domande potremmo aggiungerne una terza:

  1. Quale utilità possono avere per noi le risposte alle prime due domande (ammesso che le troviamo)?

Auspicabilmente, questo post risponderà alla prima domanda.

Prima di cominciare, vorrei però chiarire una cosa: quello che dirò, con tutta onestà, è in sostanza già nel lavoro di West. Io vi ho segnalato una conferenza di poco più di un quarto d’ora, quindi estremamente sintetica, e un articolo su una parte del lavoro (quello sulle città); in rete oltre a questo ho trovato solo traccia di un’altra conferenza (sugli animali) che però non sono riuscito a vedere perché è in un formato un po’ scomodo. Insomma, è chiaro che c’è molto del lavoro di West che non sono in grado di mostrarvi; sono convinto che le cose che dirò in questo post, però, siano sostanzialmente implicite nella sua presentazione (se l’ho ben capita). Quindi, non vi propongo materiale “originale” ma, nella migliore delle ipotesi, qualche corollario delle affermazioni di West che spero rimanga nel seminato delle sue idee.

Dunque, cominciamo col dire che West ci informa che una qualsiasi struttura sistemica di un organismo animale mostra una regolarità in come “scala” da animali piccoli e piccolissimi ad animali grandi ed enormi. In pratica, l’esponente con cui cresce la dimensione della struttura in esame è inferiore all’esponente con cui cresce la dimensione complessiva dell’animale, e il rapporto tra i due è circa 0,75-0,80. Questo dato è estremamente stabile tra diversi ordini di grandezza di dimensioni. Un rapporto simile vale anche per il metabolismo, nel senso che gli animali grandi hanno un metabolismo in proporzione più lento.

Come si spiega questa cosa? Non a caso, West nel citare questo fattore di scala mostra immagini come quella qui sotto:

West polmoni
Il punto è che la Natura ha dovuto risolvere il problema di trovare un modo efficiente di “coprire” lo spazio occupato da un organismo “servendone” in qualche modo tutte le cellule senza “spendere” in modo proporzionale al numero di cellule, ma ottenendo un’economia di scala. E, come è chiaro dalla presentazione di West, per farlo utilizza strutture gerarchiche, di topologia frattale.

Se non fosse sufficientemente chiaro, consideriamo il frattale illustrato nella figura qui sotto, e cioè il triangolo di Sierpinski, tratto da Wikipedia:Sierpinski triangle

è chiaro che si tratta di un frattale a costruzione gerarchica, con infinite (in linea di principio) diramazioni, che finiscono per ricoprire determinate aree. La somiglianza con la struttura “simil-frattale” di bronchi e vasi sanguigni è evidente.
La cosa interessante è che i frattali godono di una particolare proprietà, che è loro connaturata: hanno una dimensione “effettiva” frazionaria. In altre parole, questa figura ha una dimensione intermedia tra 1 (quella di una linea) e 2 (quella di una superficie); nella geometria siamo abituati ad avere solo valori interi per le dimensioni di un oggetto geometrico, ma per i frattali non è così: se tentassimo di misurare la lunghezza del triangolo di Sierpinski troveremmo che è infinita. Per oggetti come questi, si definisce un concetto esteso di dimensione, che può assumere valori frazionari, e che si chiama dimensione di Hausdorff; questa, per il triangolo di Sierpinski, è pari a circa 1,585, mentre la dimensione geometrica del triangolo “ordinario” che lo delimita è ovviamente 2, come per ogni figura piana.

Questo significa che se prendiamo un triangolo e ci disegniamo sopra il triangolo di Sierpinski, e poi ingrandiamo N volte il lato del triangolo, abbiamo che il “numero di punti” del triangolo (cioè la sua area) cresce di un fattore N2, mentre il “numero di punti” del triangolo di Sierpinski cresce di un fattore N1,585 : il rapporto tra gli esponenti è appunto 1,585 / 2 = 0,793, ovviamente minore di 1: ritroviamo la crescita sublineare. Ecco che quindi l’ “economia di scala” osservata nelle strutture sistemiche si giustifica se consideriamo queste ultime, come peraltro l’osservazione ci invita a fare, come approssimazioni di strutture frattali, ovviamente finite. Quanto al metabolismo, può essere ragionevole ipotizzare che sia correlato a queste stesse dimensioni, in quanto queste strutture implicano un “consumo” di energia proporzionale alla loro dimensione, ad esempio per distribuire il sangue lungo il sistema circolatorio, o per alimentare i segnali lungo il sistema nervoso, o ancora, nel cervello che controlla tutti questi sistemi e che, se non erro, consuma da solo il 17% di tutta l’energia bruciata dal nostro organismo. E infatti i cervelli degli animali più grandi, tolto l’uomo, sono in proporzione più piccoli di quelli dei piccoli animali. Anche qui, abbiamo un’economia di scala. Potete vederlo nel grafico qui sotto, che ho “preso in prestito” da http://www.neurophys.wisc.edu , dove si riscontra più o meno il solito andamento sublineare, con un rapporto 0,66.


Una volta spiegata con i frattali a struttura gerarchica la legge di scaling sublineare individuata da West, riusciamo a spiegare anche, credo, le affinità altrimenti oscure tra animali e aziende: le aziende, infatti, hanno a loro volta delle strutture di servizio e di controllo che sono progettate appunto in modo molto somigliante al triangolo di Sierpinski. E anche il metabolismo di un’azienda tradizionale è fortemente correlato alla lunghezza delle catene gerarchiche, in quanto, idealmente, in una struttura gerarchicamente burocratica ogni “cellula” può comunicare solo con i “nodi” vicini, e ogni comunicazione che dovesse essere necessaria tra “cellule” lontane passa attraverso la struttura gerarchica stessa.

Ecco quello che, a mio parere, è il significato più profondo di quanto esposto da West, e sono convinto che, ora che l’ho espresso pedissequamente, lo riconoscerete in alcuni snodi della conferenza, ammesso che non lo abbiate già fatto.
Rimane da “glossare” la parte della conferenza relativa alle città e alle loro somiglianze e differenze con il modello che abbiamo visto per animali e aziende, ma penso ormai immaginiate dove andrò a parare, se non vi era già chiaro dalle parole di Geoffrey West…

Le città, che strani animali…

Dunque, dopo qualche giorno torniamo alle riflessioni suscitate dall'interessante conferenza del prof. West, di cui ho cominciato a parlare nell'ultimo post.

Come abbiamo visto, secondo West in natura tutti gli organismi crescendo rallentano il loro metabolismo e si organizzano in modo da "economizzare": tutte le strutture che chiameremmo di distribuzione e comunicazione nell'organismo sono, in proporzione, più ridotte nei grandi animali che in quelli piccoli, secondo una legge che West chiama giustamente sublineare. Una cosa interessante emersa dalle osservazioni di West è appunto che la relazione tra le dimensioni di un animale e quelle delle strutture vitali che lo compongono è molto regolare attraverso molte specie anche diversissime, ed appunto sublineare. Lo stesso rapporto vale per il metabolismo, ossia il "consumo" dell'organismo.

Per le aziende, vale la stessa cosa: quelle grandi hanno "economie di scala" sia rispetto a quelle piccole che rispetto a se stesse quando erano piccole, e man mano che crescono rallentano la loro crescita. Sono, insomma, come "animali economici".
Ma, a differenza del mondo animale, in quello socioeconomico le "cellule", cioè le persone, interagiscono e operano in più di un "organismo", e oltre alle aziende West e il suo team hanno preso in considerazione un aggregato che connota la nostra epoca almeno quanto le aziende: le città.

Ebbene, qui West (oltre a quello che dice nella conferenza, ho scovato questo suo articolo) ha scoperto qualcosa di interessante e forse sorprendente. Nelle città, le infrastrutture seguono anch'esse leggi di scaling sublineari; in altre parole, non troppo sorprendentemente, la lunghezza delle strade, delle linee di distribuzione dell'energia, o simili, crescono meno rapidamente delle dimensioni delle città.
Questo è abbastanza logico: le città grandi possono fare, appunto, economia di scala, progettando reti efficienti proprio come in natura si sono evolute reti efficienti per la distribuzione del sangue negli animali.

La cosa sorprendente, o almeno non scontata, è che invece i parametri "metabolici" delle città crescono in modo superlineare (e dato che stiamo parlando di scale logaritmiche, vuol dire che la crescita di questi parametri è più che esponenziale). Parametri come la produzione intellettuale, i salari totali, ma anche la velocità con cui la gente cammina per strada, sono in proporzione maggiori in una città grande che in una piccola. Quindi, mentre le singole aziende sono "animali economici" normali, agglomerati socioeconomici come le grandi città sono "animali strani", che accrescono il loro metabolismo in un modo che in natura non esiste.

Ritroviamo qui uno dei temi ricorrenti di questo blog: la sostenibilità della crescita esponenziale illimitata. Secondo West, ovviamente, l'esito naturale di una simile crescita è il collasso; per evitare il collasso, occorre che da una fase di crescita iperesponenziale si "salti" avviando un'altra fase ancora più accelerata; e, per poter continuare, nel tempo questi salti devono essere sempre più ravvicinati, in un "inseguimento" continuo mostrato nella figura qui sotto, dove le linee tratteggiate verticali rappresentano i momenti in cui si avrebbe il collasso se la crescita non "saltasse" su una curva ancora più accelerata.

West crescita senza collasso
A onor del vero, West non trae da questo la conclusione che io ho tratto nei miei post sulla crescita, e cioè che un modello come questo è destinato alla catastrofe, e che più tardi questa si verificherà e maggiori saranno i danni. Di fronte al paradosso implicito nella figura qui sopra, gli autori dello studio auspicano che l'approfondimento di ricerche come questa aumentino la comprensione dei meccanismi che favoriscono la creatività e l'innovazione, e che grazie a questo si possano trovare "strade lungo le quali le dinamiche sociali possano essere messe a frutto per creare un futuro in cui l'innovazione senza limiti e i miglioramenti nelle condizioni di vita umane siano compatibili con la tutela dei sistemi di supporto vitale del pianeta " [traduzione mia].

Questa utopia, che a me suona come puro wishful thinking, ripropone però quella che, anche sulla base di queste osservazioni, è l'ipotetica via d'uscita che anche gli economisti "standard", se proprio sono costretti a parlarne, prospettano per continuare a sostenere il modello basato sulla crescita: l'innovazione che produce benefici non già costanti, ma illimitatamente crescenti e tali da compensare i maggiori consumi. Che tale astratta via d'uscita possa esistere solo in un grafico matematico ma non nella realtà, è la convinzione di chi come me non crede né nella manna dal cielo, né nelle cose "illimitatamente crescenti", o anzi sempre più crescenti, come ci dice West.
Ma su questo ho già annoiato i pochi che mi hanno letto. In un prossimo post, invece, sarebbe interessante cogliere lo spunto lanciato da West & C. sul perché le città mostrino questo anomalo fenomeno di crescita, e perché in questo senso una città sia diversa da un'azienda, e quest'ultima sia invece simile a un animale (anzi: a qualsiasi animale). West, sia pure molto sinteticamente, ce lo dice sia nella conferenza che nell'articolo, che fa cenno all' unicità della dinamica sociale umana. Su questo quindi rifletteremo nel tentare di interpretare quanto, almeno in queste esposizioni, West lascia tra le righe.

Crescita esponenziale, città e animali

Qualche giorno fa, mi sono imbattuto in una interessantissima conferenza di un fisico, tal Geoffrey West (confesso di non essere preparatissimo su di lui, come su tanti altri), che si sta occupando di studiare fenomeni di scaling su numerosi ordini di grandezza. Detta così, non si capisce granché, e non so neanche se l'ho detta bene, quindi facciamo direttamente gli esempi pertinenti.

Il nostro West (con il suo team) ha preso in esame tutti (tutti?) i tipi di organismi viventi, e con particolare attenzione i mammiferi. E' giunto alla conclusione che esiste una relazione quantitativa precisa tra la massa di qualsiasi mammifero e i suoi parametri vitali, e che questa relazione evidenzia che:

  1. gli animali più grandi presentano economie di scala: hanno bisogno, in proporzione, di "reti" più piccole per la circolazione sanguigna, o per le altre "infrastrutture" del corpo;
  2. corrispondentemente, il metabolismo degli animali cresce più lentamente del loro peso: un topo consuma, per unità di peso, più di un cane, che consuma più di un elefante, il tutto secondo una legge di scalabilità decisamente regolare.

Ecco un grafico che dimostra proprio questo: se si riporta il logaritmo del metabolismo e il metabolismo della massa corporea di mammiferi e uccelli, si ottiene una retta:
massa vs metabolismoQuesta retta ha una pendenza minore di 1 (circa 0,75) il che vuol appunto dire che in proporzione un gorilla "consuma" meno di un gatto. Ovviamente, West ritiene che non si tratti di un caso: gli animali "sono fatti" in modo da essere tanto più "efficienti" quanto più sono grandi. Naturalmente, questo è collegato al fatto che un animale più piccolo, e con un metabolismo più alto, cresce più rapidamente, come mostra la curva di crescita di un topo:
crescita di un topo
Insomma, qualunque organismo in natura "rallenta" man mano che cresce, e crescendo consuma sempre meno per unità di peso. L'evoluzione ha condotto tutti gli animali in questa stessa direzione.
Questo meccanismo evita una crescita esponenziale e consente, nelle parole di West, agli organismi viventi di esibire una grande resistenza.

Ma non è tutto. West & C., considerato che le reti di infrastrutture non sono una caratteristica solo degli organismi viventi, hanno preso in considerazione altre due categorie di entità: le aziende e le città.

Ne hanno concluso, dopo ampie osservazioni (circa 23.000 aziende), che le aziende si comportano come gli organismi viventi: all'inizio crescono rapidamente, poi rallentano (e muoiono, osserva West), e il loro "metabolismo" (il fatturato, in termini economici) segue la stessa legge in funzione della dimensione: il fattore di proporzionalità è inferiore a 1.
West scaling aziendeEcco un esempio tipico della crescita nel tempo di una singola azienda:
West crescita aziendeSembrerebbe quindi che l'economia segua le stesse leggi della natura. O no? Forse, stiamo trascurando di considerare entità più grandi e complesse di un'azienda, che sono proprio quelle su cui West punta la sua attenzione: vuole studiare entità che non mostrano di trovare limiti alla propria crescita, che non rallentano e che non muoiono: le città. Ne parliamo nel prossimo post.

Energia: dove informarsi?

Adesso, almeno apparentemente, cambiamo argomento (in realtà, le strategie di politica energetica sono strettamente legate alla crescita, ma per ora lasciamo da parte Latouche e la Decrescita). Infatti, vorrei dedicare un paio di post a una riflessione sull'Energia.

Con i referendum, abbiamo appena preso un paio di decisioni importanti, e in particolare abbiamo abbandonato forse definitivamente l'opzione nucleare per la produzione di energia. Questa scelta, che io personalmente ho condiviso, comporta però su chi l'ha fatta e imposta al Paese l'onere della prova che sia possibile, nel lungo termine, sostenere le esigenze energetiche italiane (o anche non italiane se è per questo) senza energia nucleare e, come sarà inevitabile, senza petrolio.

Peraltro, volendo riflettere con qualche costrutto su questo argomento, occorre basarsi su dati e fatti, e non sulle reazioni più o meno emotive agli avvenimenti degli ultimi mesi, quindi il primo passo da fare è ricercare fonti di informazione valide.
A questo scopo, ho letto (beh, diciamo che ho scorso) uno studio scritto in UK e che alcuni miei conoscenti credibili mi assicurano essere serio, sulle opzioni concrete per il futuro approvvigionamento energetico della Gran Bretagna in assenza di petrolio e gas naturale. Eh, sì, perché ci stiamo arrivando.

Chi sia interessato, può trovare qui lo studio completo, in inglese, qui una sua versione html, e qui una traduzione in italiano di una sintesi di alcuni suoi risultati. Partirei da questa, per poi magari approfondire, nei limiti delle mie capacità e del mio tempo, ma raccomanderei a tutti di leggere quanto più possibile del libro completo, è molto interessante.

Riporta diverse possibili strategie, da quelle più “verdi” a quelle più “capitaliste”, ma tutte hanno in comune la necessità di fare qualche scelta impopolare. Beh, forse più di qualche. O si ricorre pesantemente all’energia nucleare, o si usa pesantemente il territorio per forme di energia rinnovabili come l’eolico o il solare, e così via. Particolarmente interessanti sono le ipotesi di “megacentrali” solari in Africa (anche se con quello che sta accadendo da quelle parti…). Leggendo, dobbiamo ovviamente tener presente che tra UK e Italia ci sono enormi differenze:

  • Le forme di energia rinnovabile più efficaci in UK sono pressoché irrilevanti o quasi in Italia: maree, moti ondosi, eolico;
  • Viceversa, in Italia il solare è molto più interessante, e anche il geotermico (che lo studio trascura totalmente), oltre che ovviamente l’idroelettrico.

In un prossimo post, proverò a trarne qualche elemento utile.

Come vincere la scommessa della Decrescita?

Nel post precedente, ormai diversi mesi fa (credo che questo sia il blog più pigro del mondo), preannunciavo che avrei letto La scommessa della decrescita, un libro di Serge Latouche, e ipotizzavo che il suo contenuto potesse essere rilevante ai fini di una soluzione da dare, o almeno da progettare, al problema dell'approvvigionamento energetico nei paesi avanzati.

Sarebbe bello poter dire che ho trovato nel libro il Sacro Graal, e che ora posso illustrare a tutti le dieci semplici innovazioni da introdurre nel nostro sistema economico e produttivo per non aver mai più problemi né di sovrapproduzione né di scarsità di risorse. Le cose non stanno proprio così, ma la lettura è stata stimolante, e vorrei appunto condividere alcune considerazioni partendo dalle tesi del libro.

La premessa è, per me che peraltro ho dedicato numerosi post all'argomento, pacifica: il modello capitalistico-liberista basato sulla Crescita illimitata della produzione e dei consumi è insostenibile, ed è già giunto oltre i limiti della sua praticabilità. Non si tratta insomma di collocare in un qualche momento del futuro la necessità di cambiare modello economico: la necessità c'è già oggi, e il cambiamento deve rimediare a distorsioni già presenti, e non solo prevedibili. Come annotazione personale, ricordo che ho già argomentato che, paradossalmente, il modello basato sulla Crescita illimitata è valido ed efficace solo in economie "piccole" e in società "a bassa disponibilità di beni", e ho spiegato altrove cosa intendo con i termini tra virgolette.

Tornando al libro di Latouche, l'autore propone quindi la Decrescita come modello alternativo, non semplicemente economico, ma filosofico. Il punto centrale, in altre parole, è che Latouche ritiene che la trasformazione debba essere culturale, anzi quasi antropologica, e ridefinire la nostra scala di valori, dando per assunto che una società che adotta l'individualismo e l'utilitarismo come valori di riferimento in nessun caso possa darsi un assetto e un modello rispettosi dell'Uomo e dell'equilibrio con l'ambiente e le sue risorse. La tesi centrale, in un certo senso, del libro e dell'intero messaggio di Latouche, è quindi che il mito della Crescita illimitata, oltre a essere impossibile e distruttivo, è anche da respingere in sé, perché si basa su una filosofia che pone l'Economia (e in particolare l'idea che essa si fondi sulle scelte razionali di un agente perfettamente egoista) al centro di tutto, impoverendo e distorcendo le relazioni umane e sociali.

Ne consegue che questa scuola, nel ricercare una trasformazione così profonda, polemizza non solo, ovviamente, con la scuola economica neoclassica dominante, ma anche con coloro che cercano le contromisure al folle modello della crescita esponenziale all'interno dei presupposti teorici e pratici dell'economia, ossia senza attendersi che le priorità degli individui siano rimodellate dalla consapevolezza delle distorsioni della società consumista, ma cercando mezzi per "governare" la dinamica economica agendo, quindi, principalmente a livello politico.

In altre parole, c'è da chiedersi: è più utopistico pensare di cambiare l'Uomo (partendo dall'idea che la sua "vera natura" non sia quella rispecchiata nel consumismo) per cambiare l'Economia, oppure pensare di poter cambiare l'Economia senza cambiare il modello di "agente razionale" in cui essa incasella l'Uomo?

Io temo onestamente che la posizione di Latouche, pur suggestiva, sia velleitaria, e che le sue idee, utili e importanti per contribuire alla presa di coscienza delle contraddizioni del nostro attuale sistema economico, difficilmente saranno alla base di un'alternativa praticamente realizzabile. Ma magari ne parliamo in un prossimo post.

Il nucleare è necessario? A cosa?

In questi giorni, comprensibilmente, si è riacceso il dibattito sull'energia nucleare. Si va da ministri che rilasciano dichiarazioni pubbliche confermando la coerenza del Governo sulla decisione di costruire un certo numero di centrali, a ministre che in privato invitano i colleghi a mandare il nucleare a quel paese; sostenitori "storici" del nucleare che invitano alla riflessione e oppositori "storici" del nucleare che evocano scenari apocalittici. Ma il nucleare, insomma, serve o no?

Dopo essermi occupato della Meritocrazia, argomento che penso abbia annoiato anche i pochi fedeli lettori di questo blog, è difficile astenersi da un commento su questo discusso tema. Tuttavia, perché abbia senso, credo che un mio commento debba legarsi a una domanda che nessuno, esplicitamente, in questi giorni pone: a cosa deve servire l'energia nucleare?

Perché dobbiamo essere onesti e chiari: la scelta delle fonti di energia da utilizzare è dipendente dal modello di sviluppo che questa energia deve sostenere. Ignorando per un momento le caratteristiche singolarissime dell'Italia (le quali sono alla base del mio personale orientamento antinucleare "a prescindere"), prendiamo in considerazione il problema in termini generali e globali: si può fare a meno dell'energia nucleare?

Ebbene, con tutta probabilità la risposta è: all'interno del modello economico capitalistico-liberista globalizzato, no. Perché questo modello è basato sulla crescita esponenziale indefinita, e ha bisogno di alimentarsi con le fonti di energia e materie prime più "intensive" possibili, come appunto il nucleare. In questo senso, i ragionamenti di chi continua a sostenere il nucleare sono fondati: è praticamente impossibile sostenere un'ulteriore crescita globale senza il ricorso all'energia nucleare. Il programma nucleare cinese, destinato ad alimentare un sistema produttivo in vertiginosa crescita, in questo senso è perfettamente razionale. Ma questa è la risposta alla domanda sbagliata.

Il punto è: questa faccenda va letta al contrario. Non bisogna chiedersi se il nucleare sia utile, o necessario: bisogna chiedersi se sia utile o necessario il modello di sviluppo che rende inevitabile lo sfruttamento parossistico delle risorse naturali, in una spirale crescente che non può avere altro esito che il collasso dell'ambiente, o dell'economia, o di entrambi. Le preoccupazioni, legittime, circa l'uso del nucleare, e gli speculari allarmi di chi teme un crollo dell'economia se non si usa il nucleare, sono una delle tante spie del fatto che la nostra economia incorpora un paradosso, che non ci consente di "accontentarci" di nessun livello, per quanto alto, di produzione dei beni e di circolazione del denaro, e ci spinge a cercare i mezzi più efficienti per aggravare ulteriormente la situazione.

Ma quale può essere un modello alternativo? A questa domanda tentano di rispondere coloro che ipotizzano di adottare un'economia stazionaria, o addirittura, cosa forse anche più persuasiva seppur difficile, un'economia della Decrescita. In altri post di questo blog, ho cercato di dimostrare che gli assunti alla base della teoria economica neoclassica e della sua "applicazione" sono fallaci e validi solo nel "limite delle piccole economie", mentre sono catastroficamente errati in un sistema economico maturo e globalizzato. Ho inoltre cercato di dimostrare che anche il comportamento considerato "razionale" dalla teoria neoclassica per i singoli individui in realtà non lo è, e può essere incentivato solo utilizzando leve irrazionali. Sono invece ancora debitore di qualche post che evidenzi che anche per le imprese il modello economico "ortodosso" è subottimale. Tutto questo però deve appunto essere integrato da una proposta costruttiva, che mostri la possibilità di un modello alternativo, che con tutta probabilità deve fondarsi sulla riduzione di quello che, in base ai parametri correntemente accettati, è il nostro tenore di vita. A questo scopo appunto vorrei approfondire l'ipotesi della Decrescita, e comincerei modestamente dal leggere un libro di quello che è forse il principale teorico della Decrescita, Serge Latouche. Restate in ascolto, prima o poi vi faccio sapere.

Perché il Mercato non è “Meritocratico”

Nel post precedente, ho cercato di spiegare perché secondo me Giustizia e Meritocrazia non sono la stessa cosa. Questo non vuol dire che la Meritocrazia sia di per sé ingiusta, piuttosto che non basta la presenza di un sistema meritocratico efficiente per fare in modo che una società (intesa in senso largo) sia “giusta”.

Un’altra convinzione diffusa, ma non per questo necessariamente esatta, è che un modo per realizzare la Meritocrazia sia lasciar fare al Mercato. Il senso di questo ragionamento è: il Mercato ottimizza “spontaneamente” l’efficienza, e dato che la Meritocrazia è un sistema per ottenere l’efficienza, il Mercato distribuirà la ricchezza in modo tale da ricompensare automaticamente il Merito, e meglio di quanto farebbe un sistema basato sul giudizio umano, con tutte le implicazioni di fallibilità e distorsione che quest’ultimo comporta.

Questo ragionamento, almeno prima facie, sembra persuasivo, e merita quindi sicuramente di essere approfondito. A questo scopo, tuttavia, è opportuno delimitare preliminarmente il tipo di sistema Meritocratico che prendiamo in considerazione. Infatti, come abbiamo chiarito, la Meritocrazia, in quanto caso particolare di sistema basato su incentivi, potrebbe essere applicata a qualsiasi ambito e all’interno di qualsiasi sistema di valori; per fare solo un paio di esempi:

  • in una comunità scientifica di pari, il prestigio e la credibilità sono (idealmente) derivanti dai contributi di ricerca forniti da ciascuno alla comunità stessa
  • su Internet, nei forum o nei social network, in genere esistono dei meccanismi “premianti” in termini di “reputazione” per chi risponde alle richieste altrui o mette a disposizione i contenuti più interessanti

In questi casi, e in diversi altri che si potrebbero citare come esempio, il sistema meritocratico è basato su un obiettivo condiviso (ad esempio, l’avanzamento della ricerca scientifica) che definisce una scala di valori preesistente al sistema meritocratico, e su un meccanismo premiante “democratico” (in questi particolari casi) che “ripaga” i contributori più meritevoli “con la stessa moneta”, ossia con premi di natura coerente con i valori di riferimento della comunità. Questi esempi, che sono relativi ad ambiti “non economici”, ossia in cui non c’è uno scambio esplicito di beni e/o denaro, evidenziano bene il carattere generale della Meritocrazia, e un’altra sua differenza rispetto alla Giustizia come Equità: quest’ultima, infatti, se intesa come Giustizia Distributiva, non può prescindere dalla natura dei beni e delle risorse da distribuire, nel senso che è plausibile che i criteri di equa distribuzione dell’accesso all’acqua potabile possano e debbano essere diversi da quelli di distribuzione, poniamo, delle lauree honoris causa. In alcuni ambiti, la Giustizia Distributiva non si applica, e l’Equità si identifica con l’eguaglianza delle opportunità, che è parte integrante di un sistema meritocratico efficace.

Volendo tornare al confronto tra Meritocrazia e Mercato, è quindi necessario restringere l’ambito della nostra analisi ai casi in cui il valore di cui si intende incentivare sia di tipo economico, e quindi potenzialmente nell’ambito di efficacia dell’Economia di Mercato. Questo è peraltro anche il caso più comune di applicazione della Meritocrazia, il caso, ad esempio, in cui essa trova applicazione in ambito aziendale; in questo caso, il Merito si definisce, direttamente o indirettamente, in termini di risultati economici (direttamente se viene misurato in “unità monetarie”, indirettamente se viene misurato in termini di beni considerati strumentali alla produzione di ricchezza). È quindi in questo ristretto ambito, escludendo possibili sistemi di valori alternativi, che ha senso chiedersi se Meritocrazia e Mercato possano essere considerati equivalenti (e quindi se sia possibile contare sul secondo per ottenere gli effetti che si vorrebbero produrre con la prima); è importante tenere presente questo aspetto: per tutti i sistemi di valori non riconducibili al profitto, il “Mercato” non può produrre una dinamica equivalente a un sistema di incentivi meritocratico.

Espressa in altri termini, la domanda è questa: qualora il “valore condiviso” da perseguire sia il profitto, e il sistema premiante sia anch’esso basato sul denaro, si può considerare equivalente l’effetto del “Mercato” a quello di un sistema meritocratico, o, in termini ancora più semplici, si può dire che, nei limiti citati, l’Economia di Mercato è intrinsecamente meritocratica? A questo punto, dobbiamo richiamare la definizione di Meritocrazia che abbiamo dato all’inizio, un paio di post fa, e ricordare che la Meritocrazia implica necessariamente il concetto di uguaglianza delle opportunità. Ma cosa vuol dire in pratica “uguaglianza delle opportunità”? Vuol dire che c’è Meritocrazia se esistono delle politiche che controbilanciano attivamente le differenze originali di opportunità (dovute, ad esempio, alla famiglia o alla classe sociale di origine, o alla razza, o al sesso) garantendo che le opportunità di produrre risultati “eccellenti” e i criteri premianti siano dipendenti il più possibile solo dalle azioni delle persone e dalla loro efficacia, e non dal “background” familiare, culturale o sociale.

In Meritocracy, Redistribution, and the Size of the Pie di R. Bénabou, un altro capitolo del già citato libro Meritocracy and Economic Inequality, questa distinzione è discussa e tradotta in termini matematici, ed è poi riportata un’accurata analisi di un modello quantitativo per la valutazione del “grado di Meritocrazia” di un sistema. Senza tentare di riportarne qui una sintesi, vorrei proporre invece alcune mie considerazioni, che non rispecchiano necessariamente quelle degli autori che ho via via citato:

  1. Il Mercato massimizza il profitto a breve termine (ossia alloca le risorse in modo da massimizzare il profitto derivante dal loro utilizzo). È chiaro che, a parità di qualità personali, un individuo che ha una posizione di partenza avvantaggiata sarà in grado di produrre un profitto maggiore e più rapidamente di chi parte in svantaggio; la dinamica di Mercato tenderà a concentrare le risorse là dove esistono già delle posizioni di vantaggio (economicamente, politicamente, ecc.). In altre parole, il Mercato non garantisce l’eguaglianza delle opportunità, anzi: garantisce solo che a parità di opportunità gli individui più produttivi otterranno i profitti maggiori. Non è quindi necessariamente vero che un’Economia di Mercato, tout court, favorisca in modo decisivo la mobilità sociale basata sul merito (certamente la favorisce di più rispetto a un sistema, ad esempio, aristocratico, o basato sulla cooptazione delle élite).
  2. Mentre la Meritocrazia non garantisce la Giustizia Distributiva, ma introduce delle disuguaglianze che sono “giustificate” da un criterio condiviso di Merito (nei limiti in cui i valori rispetto ai quali si misura il Merito sono in armonia con un’etica di riferimento, ed eventualmente controbilanciati da corrispondenti azioni di Giustizia Distributiva), il Mercato distribuisce le risorse secondo una pura logica di massimizzazione del profitto, senza nessun riferimento a un sistema esterno di valori (se non si consideri il profitto stesso un valore).
  3. La Meritocrazia, favorendo la mobilità sociale, garantisce in ultima analisi una maggiore efficienza a lungo termine. Il Mercato, invece, produce un “massimo locale” di efficienza, che può essere contemporaneamente più “iniquo” del punto di equilibrio di un sistema meritocratico, e meno “produttivo” nel lungo termine.

In conclusione, mi sembra che sia giustificato concludere che, come non è possibile identificare Meritocrazia e Giustizia, tentando quindi di ottenere la seconda applicando la prima, non è neanche possibile identificare Mercato e Meritocrazia, immaginando che il primo garantisca ipso facto la seconda. Questo non vuol dire né che la Meritocrazia sia “ingiusta” (ossia che non sia possibile che una società in cui è ampiamente diffuso il metodo meritocratico sia anche equa), né che il Mercato sia “antimeritocratico”. Significa, più semplicemente, che se si vuole che in un’Economia di Mercato viga un sistema meritocratico di incentivi occorre apportare dei correttivi, che in una certa misura compenseranno e “distorceranno” alcune delle dinamiche naturali del Mercato; e vuol dire che se si vuole che in presenza di un sistema premiante meritocratico sia soddisfatto anche un principio di equità distributiva delle risorse, è necessario introdurre dei correttivi redistributivi che, in parte, compenseranno le differenze introdotte dalla Meritocrazia, attenuandone gli effetti (e anche, ovviamente, riducendone la teorica efficacia).

Perché la Meritocrazia non è “Giusta”

Torno, dopo un bel po’ di tempo, al tema della Meritocrazia. Nel post precedente, osservavo che una possibile schematizzazione della Meritocrazia richiede la presenza di tre condizioni necessarie perché questa possa sussistere:

  • L’Uguaglianza delle Opportunità
  • La Disuguaglianza dei Benefici
  • Un complesso sistema di valutazione, selezione e remunerazione

Tuttavia, è chiaro che, perché possa esistere un sistema di valutazione, deve preventivamente essere definito un criterio di valutazione, e cioè, in sostanza, cosa sia il Merito.

Se lo chiede, efficacemente, Amartya Sen in “Merit and Justice” un capitolo del libro antologico “Meritocracy and Economic Inequality”, rendendo evidente quello che dovrebbe essere ovvio, ossia che il Merito può essere definito solo in base a uno schema di valori esterno, di “ordine” più elevato. È insomma, preliminarmente, necessario definire i valori e le priorità che riteniamo “positivi” per poi pensare di premiare i comportamenti “meritevoli”, ossia quelli che producono effetti “desiderabili”. Come dice Sen, Una volta che si accetti una visione strumentale del merito, non si può evitare di considerare contingente la natura del suo contenuto, collegata alla caratterizzazione di una società buona (o accettabile) e ai criteri in base ai quali effettuare le valutazioni(la traduzione e il grassetto sono miei). Inoltre, aggiunge giustamente Sen, la Meritocrazia è una forma di incentivazione: un metodo per ricompensare le azioni concrete, “in dipendenza dal bene che producono, e in particolare dal bene che può essere prodotto premiandole” (traduzione, corsivi e grassetto sono miei).

Ma la strumentalità della Meritocrazia ha anche un’altra implicazione: la non identificabilità della Meritocrazia con la Giustizia (intesa come Equità). La Giustizia, infatti, almeno comunemente intesa, è autonoma, e incorpora i criteri di valutazione che la guidano. La Meritocrazia risponde invece a criteri ad essa esterni, e ha come obiettivo l’efficacia, non l’equità (è possibile che il sistema di valori che definisce gli obiettivi della Meritocrazia sia orientato all’equità, ma questo è un dato esterno al sistema meritocratico). Né si può dire che, anche qualora il sistema di valori in base al quale si definisce il Merito incorporasse un principio di eticità o di equità, se ne possa concludere che il sistema di incentivi meritocratici che ne deriverebbe sarebbe etico o equo. Questo punto merita forse un chiarimento, nell’evidenziare le differenze tra Meritocrazia e Giustizia.

La Giustizia, intesa come Equità distributiva, imporrebbe che a parità di Merito corrisponda parità di premio. Viceversa, un sistema meritocratico potrebbe premiare, ad esempio, il merito in un settore professionale in modo diverso che in un altro, perché l’obiettivo è l’efficacia, e non l’equità distributiva. È solo all’interno di un’area omogenea che a parità di Merito corrisponde necessariamente parità di premio. Inoltre, l’equità non riguarda solo il rapporto tra i premi dei meritevoli, ma anche il rapporto tra il trattamento dei più meritevoli e quello di chi comunque svolge correttamente il proprio compito. L’equità, infatti, impone che il divario tra i “primi della classe” e chi merita “sei e mezzo” non possa superare un certo limite (dipendente dai criteri di giustizia distributiva che si scelgono), mentre un sistema puramente meritocratico non include vincoli di questo tipo.

Se invece prendiamo in considerazione la Giustizia come Etica, allora la discrepanza con la Meritocrazia è ancora più netta: la Meritocrazia, in quanto sistema incentivante, è basata sulla valutazione e promozione dei risultati, e non delle intenzioni. In altre parole, la Meritocrazia è teleologica. Viceversa, l’Etica, almeno nelle teorie più diffuse nella filosofia morale, è deontologica, ossia valuta le azioni per il loro carattere apriori, e non per i risultati che ne conseguono. Fa eccezione l’Etica utilitaristica, che è appunto teleologica, ma che è molto poco seguita, e che a mio parere presenta difficoltà concettuali insolubili.

In sintesi, la Meritocrazia:

  • non incorpora una definizione autonoma di Merito, che non è un concetto generale, ma contingente a uno specifico ambito e dipendente da un criterio di valore esterno e preesistente al sistema meritocratico;
  • non può essere identificata con la Giustizia nella sua accezione di Equità distributiva, in quanto i principi e le finalità dell’Equità non coincidono con quelli della Meritocrazia;
  • non può essere identificata con la Giustizia nella sua accezione di Eticità, in quanto la natura teleologica della Meritocrazia lo esclude (a meno di sistemi etici estremamente peculiari).

Da tutto ciò consegue che è errato pensare di utilizzare il meccanismo meritocratico come “chiave universale” per realizzare una “Società Giusta”, qualunque cosa questo possa significare. La Meritocrazia può essere un efficace meccanismo di incentivazione, da applicare in ambiti delimitati, con obiettivi di ottimizzazione di un “valore” di agevole valutazione e che il cui perseguimento possa essere efficacemente migliorato grazie a un sistema di premi.

Infine, è interessante prendere in considerazione il caso in cui un sistema di incentivi è mirato a favorire la disponibilità di un bene X; è in questo caso verosimile che esso funzioni meglio se i premi consistono nella distribuzione di appropriate quantità del bene X. In questo modo, il sistema dei premi è alimentato dai risultati stessi delle azioni incentivate, e di conseguenza è possibile creare un sistema che si autosostenga. Un sistema meritocratico robusto, quindi, eroga premi nella stessa “unità di misura” che usa per la valutazione del merito. Per quanto questo possa essere applicabile a diversi modelli (ad esempio, si potrebbe immaginare un sistema premiante basato sulla reputazione, grazie al quale chi compie atti che aumentano il prestigio di una comunità venga “remunerato” appunto in termini di prestigio personale), non è sorprendente che questo tipo di sistemi sia particolarmente usato in contesti di tipo economico, dove sia le valutazioni che i premi possono, direttamente o indirettamente, essere ricondotti a grandezze economiche, o più volgarmente a denaro.

Nel prossimo post, spiegherò perché, almeno secondo  me, la Meritocrazia non equivale neanche all’applicazione delle leggi di mercato ai processi economici nell’ambito delimitato per il quale si sta ipotizzando di costruire un sistema di incentivazione.