Giallo di Natale

Oggi è Natale, e da bravo appassionato del genere lo sto "solennizzando" leggendomi una raccolta di vecchie storie della Camera Chiusa (I Delitti della Camera Chiusa, Polillo Editore).

Da parte mia, vi "regalo" un mio vecchio raccontino giallo, una specie di omaggio ad alcuni vecchi maestri del genere. Si chiama "Un peso morto"  (o meglio, l’ho appena ribattezzato così).

Buone feste a tutti (e cercate di sopravvivere…).

 


 

Un Peso Morto
 
Stamattina va un po’ meglio. Quel dolore sordo all’anca è diminuito, e anche la schiena si fa sentire meno. Devo dire al dottore che questo nuovo analgesico mi fa bene.
Certo, alla mia età c’è poco da farsi illusioni. Nella migliore delle ipotesi, si può sperare in una tregua dagli acciacchi. Ottantasette anni non sono pochi, e certo non posso aspettarmi di meglio di questi lenti risvegli, in cui controllo una giuntura per volta per capire se ho un nuovo dolore, o se l’artrite mi darà un po’ di respiro.
 
Comunque, per essere ottobre inoltrato non mi posso lamentare, non fa tanto freddo e riesco a muovermi abbastanza bene. Oggi quasi quasi esco e faccio un salto al mercato di Ponte Milvio, così incontro un po’ di gente, sono stufa di vedere solo Vinaya, che pur di non lavorare si mette a chiacchierare e non la smette finché non le urlo di mettersi a stirare. Mi ricorda quella ciociara che avevo negli anni ’60, non si riusciva a farla smettere di parlare, il povero Ennio non la poteva sopportare e la piantava sempre lì a parlare da sola a lavare i piatti in cucina. Alla fine arrivavo io, e lei stava ancora a sproloquiare come se Ennio fosse stato là ad ascoltarla, ci rimaneva male quando intervenivo io e capiva che se n’era andato da un pezzo.
Bene, è arrivato il giornale. Questa cosa che te lo portano alla porta non è male, specie per me che tante volte ad uscire non ci riesco proprio…
Vabbe’, vediamo cosa ci dice il giornale. Dove ho messo gli occhiali… ah, ecco. Uhm, solita roba, politica, economia… ormai le quotazioni di borsa sembra siano più importanti della politica internazionale, o forse sono la stessa cosa. La cronaca di Roma… Dio mio. Un altro.
“Nuovo suicidio di un anziano a Vigna Clara.” Non è possibile, è morto Franco Giovanardi! Figurarsi, suicidio! Quello non si sarebbe suicidato neanche tra mille anni. Ha seppellito la moglie sei anni fa, quella poveretta era arrivata allo stremo delle forze, e i figli erano scappati da anni. Franco era un tale mascalzone che ha deciso di non lasciare una lira ai figli e ha venduto tutto. Ha tenuto l’usufrutto della casa in cui abitava e ha investito tutto il resto, costituendosi un cospicuo vitalizio. Suicidarsi lui? Neanche per sogno.
Eppure, sembra proprio uno di questi assurdi suicidi che si stanno verificando in questa zona negli ultimi tempi. La polizia sta ricercando disperatamente tracce di questo “Comitato per l’eliminazione dei Pesi Morti”. Anche a casa di Franco hanno trovato uno di quei maledetti pacchetti contenenti una pistola di piccolo calibro carica e una lettera. Eccola, uguale alle altre: “Sei un inutile peso per la società, e lo sai. La medicina moderna ti permette di vivere quando dovresti essere morto da anni, sprecando risorse che spettano di diritto ai giovani capaci di produrre qualcosa di utile. Siediti, prendi questa pistola, puntala alla testa e premi il grilletto. Non sarai morto invano, e noi ti onoreremo. Addio.”
Incredibile: sembra proprio che sia quello che è successo. Franco è morto tranquillamente seduto ad un tavolo, col pacchetto aperto davanti a lui, la pistola in pugno e un proiettile nella testa. La porta era chiusa, senza segni di scasso, e tutto in casa era in ordine, d’altronde Franco era un tipo preciso fino ai limiti della pedanteria. Non avrebbe mai fatto entrare uno sconosciuto, di solito anzi teneva la porta chiusa con due serrature, mentre stavolta la polizia è riuscita a entrare forzando solo la serratura normale.
E Franco non è il primo, come ricorda il giornale. La prima, invece, è stata Laura Girasoli, quella vecchia insegnante in pensione, zitella da sempre. Viveva in una casa enorme su via Cassia, la conoscevo di vista, più che altro ci vedevamo in parrocchia. Un tipo rinsecchito, taciturno, ricordo solo che si lamentava della misera pensione che aveva, che se la mangiavano tutta le spese. Alla fine aveva venduto la nuda proprietà della casa, mi aveva raccontato Gina, la fioraia, il giorno del funerale dell’ammiraglio Tanzi. Beh, insomma la Girasoli è stata la prima, anche lei con la stessa lettera, un colpo di pistola alla testa, chiusa in casa, un classico suicidio. I giornali hanno cominciato a sguazzare in questa storia del Comitato, la collegano alla criminalità minorile e dicono che la nostra società è troppo vecchia, non dà occasioni ai giovani che poi diventano criminali, e dall’altra parte i vecchi sono sempre più soli e disperati, e hanno tirato fuori le statistiche sull’incremento dei suicidi tra gli ultrasettantenni. Pare che la maggioranza lo faccia coi farmaci, e non mi sorprende, visto quante medicine ha in casa qualsiasi anziano.
Beh, insomma, dalla Girasoli a Franco sono stati sei, i vecchi suicidatisi, tutti allo stesso modo. La polizia poi non è stata capace di trovare nessuna traccia di questo benedetto Comitato. I pacchi sono tutti avvolti in carta comune, regolarmente affrancati, con l’indirizzo scritto a stampatello, e risultano spediti da uffici postali tutti di Roma, ma sempre diversi. Tutte le vittime abitavano in questo quartiere ed erano sole al mondo, o comunque prive di qualsiasi relazione familiare importante. Le indagini non hanno portato a niente, ed anche intercettare in anticipo i pacchi è risultato pressoché impossibile, proprio perché sono comunissimi, somigliano a centinaia di altri pacchetti che vengono inviati ogni giorno. La polizia ci ha anche provato, pare, a passare al metal detector tutti i pacchetti che venivano spediti, ma non è servito a niente.
E così, si è creata la serie di quelli che un giornale di basso livello chiama “i suicidi della nuda proprietà”, proprio perché le vittime sono tutti vecchi soli, senza figli a cui lasciare in eredità l’unico bene di valore che possiedono, e che quindi decidono di vendere per vivere un po’ meglio gli ultimi anni. D’altronde, io stessa due anni fa ho venduto la nuda proprietà di questa casa; se fosse stato ancora vivo Ennio non se ne sarebbe neanche parlato, figurarsi cosa avrebbe detto lui, ma io sono sola, e gli interessi dei BOT che ho comprato col ricavato mi servono proprio. Ennio… avessimo almeno avuto dei figli! Ma sono tanti anni che mi sono rassegnata ad una vita senza figli e nipoti, e non capisco perché debbano venirmi i lucciconi proprio ora.
 
Bene, ora vado al mercato, che per un volta che mi sento bene ho voglia di fare una passeggiata. Oltretutto è un’occasione per salutare un po’ di gente del quartiere, c’è Ernesto, il portiere del palazzo accanto, simpaticissimo, lui fa il portiere apposta per incontrare gente e sta sempre seduto sui gradini del palazzo, ad alcuni capita che gli attacchi dei bottoni interminabili, capita di vederli lì che magari hanno appuntamento col notaio e lui li tiene dei quarti d’ora a raccontargli aneddoti del caseggiato, pettegolezzi mai, perché lui è uno che sa distinguere tra chiacchiere e maldicenze. Ah, stamattina ha beccato Luigi, il postino, che mi sa che non riprenderà il suo giro tanto presto. Poi c’è Anna, la fruttivendola, io ormai ci passo più a chiacchierare che a comprare, coi prezzi che fa non posso permettermi neanche un chilo di mele. Però è simpatica, e anche se vado a comprare le mele al mercato passo sempre a salutarla. Lei lo sa, e mi fa l’occhietto quando porge i sacchetti alle signore eleganti, mogli dei professionisti del quartiere, che i prezzi neanche li guardano tanto sono preoccupate di incastrare la visita all’amante con la seduta di lampada total body. Mi sa tanto che se dovessero rinunciare a una delle due rinuncerebbero all’amante.
 
È passato qualche giorno, e il tempo è peggiorato. Oggi pioviggina e il cielo è coperto, e l’artrite non mi dà pace. Se non stessi aspettando una visita mi metterei a letto con la settimana enigmistica e un thermos di tè caldo, ma devo stare in piedi e questo mi irrita ancora di più. Man mano che le ore passano, il cielo si fa sempre più cupo, eppure è quasi mezzogiorno, dovrei cucinarmi qualcosa ma non ne ho proprio voglia. Alla fine è quasi un sollievo sentire suonare alla porta, almeno mi distolgo dai miei pensieri. “Chi è?” grido, tanto tutti si aspettano che noi vecchie siamo anche sorde, e infatti anche da fuori sento la voce familiare di Luigi che urla: “Posta, signora Gemma!”. Non so quanto tempo è che non ricevo della posta vera, voglio dire non quella pubblicità tipo gita a Firenze con partenza alle cinque del mattino. Apro la porta, e vedo Luigi con un’aria timida, che mi fa: “Guardi, signora, c’è un pacchetto per lei, dovrebbe firmare qui”, e tira fuori un pacchetto avvolto in carta comune, senza indirizzo del mittente. Lo prendo mentre meccanicamente firmo il libretto per ricevuta, poi guardo interrogativamente il postino, e faccio “Non sarà mica uno di quei pacchi?” “Non so, signora, potrebbe essere, ma non c’è motivo di aver paura. Conviene però che dopo averlo aperto chiami la polizia. Vuole che le faccia compagnia?” “Sì, grazie, sono troppo nervosa per aprirlo da sola”. Entriamo in casa e mi siedo al tavolo da pranzo. Il pacchetto ha un’aria innocua, e lo apro lentamente, come se potesse esplodere. Dentro c’è solo una scatola di cartone con dentro una lettera; mi basta un’occhiata per capire che è identica a quelle che hanno ricevuto gli altri. “Ma non c’è nessuna pistola!”, esclamo. “No, di solito quella la porto io. Non si sa mai, potrebbero usare i metal detector. E poi, la pistola sta meglio in mano mia” Mi volto. Luigi ha la solita aria tranquilla, da ragazzo un po’ invecchiato, ma gli occhi sono svegli, furbi, sembra che si stia divertendo.
“Signora Gemma, non si muova, per favore. Sa, se mi costringesse le sparerei ugualmente anche da lontano, poi mi porterei via pacchetto e pistola e lascerei la porta aperta, sembrerebbe un tentativo di rapina. No, lei non mi pare il tipo. Giovanardi, lui sì che era un osso duro, appena ha aperto la porta gli ho puntato la pistola contro e l’ho spinto dentro. L’ho obbligato a firmare il registro delle ricevute, l’ho fatto sedere e gli ho sparato alla tempia, poi ho aperto il pacchetto e gli ho messo la pistola in mano. È stato un po’ rischioso, ma queste pistole non fanno molto rumore, e poi anche se mi avessero visto prima che riuscissi a uscire dal palazzo, cosa ci sarebbe stato di strano? Un postino che va in giro per le scale non insospettisce nessuno, e nessuno gli fa domande. No, signora, stia seduta per favore.” “La prego Luigi, mi spieghi, perché lo fa?” “Perché? Certo, lei magari si aspetta che io sia uno che odia i vecchi, che sia un sanguinario maniaco… No, è molto più semplice, lo faccio per i soldi. I suicidi della nuda proprietà, li hanno chiamati? Appunto. Solo che a comprare queste nude proprietà sono stato io, nel corso degli anni, usando dei prestanome, naturalmente, o la polizia a quest’ora se ne sarebbe accorta. Ovviamente lascio passare del tempo tra l’acquisto e la disgraziata morte del proprietario, ma alla fine incasso, in fondo della morte di un vecchio senza famiglia non gliene frega niente a nessuno. Io arrivo, mi faccio firmare la ricevuta, entro, sparo al vecchietto, esco chiudendomi la porta alle spalle. Tutto molto pulito, e nel tempo che ci mette la gente a capire che il colpo che ha sentito poteva essere uno sparo, e da dove proveniva, io sono fuori del palazzo, e loro picchiano alla porta del poveretto finché arriva la polizia e trova tutto esattamente come un suicidio. Ecco come funziona, signora, e ora le consiglio di chiudere gli occhi, sarà questione di un attimo.”
“Fermo! Posa la pistola sul tavolo e mani in alto!” Beh, anche a saperlo prima, devo dire che è un bel conforto sentire la voce dei poliziotti chetavano dietro la porta. Sono rimasti nascosti in cucina da stamattina alle otto, poveretti, e si vede che non vedevano l’ora di intervenire, ci mettono un attimo ad ammanettare Luigi. Lui ha l’aria completamente smarrita, mentre si rende lentamente conto di essere stato incastrato. “Vedi,” gli faccio, “la tua idea era buona. La storia del fantomatico Comitato sembrava fatta apposta per scatenare le ricerche più improbabili. Ma, vedi, io mi sono chiesta: se non si sono uccisi, chi può essere stato? Ed ho pensato che noi vecchi siamo diffidenti e paurosi, e che non apriamo volentieri la porta a nessuno. Ma con il postino è diverso, e difatti i pacchetti dovevano essere stati portati da qualcuno, qualcuno che fa le consegne in un’area limitata, dove la gente lo conosce e non gli fa caso. Quando mi è venuta in mente questa idea, ho pensato di parlarne con la polizia, e qualche giorno fa sono passata alla Questura. I poliziotti sono stati molto gentili, mi hanno portato dal commissario che mi ha ascoltato attentamente ed ha detto che poteva essere una buona idea. Vero, tenente?” “Sì, signora,” sorride il tenente Blasi, “E davvero quando abbiamo cominciato a pedinare questo farabutto non immaginavamo che il prossimo pacchetto lo avrebbe spedito proprio a lei! Comunque, abbiamo tenuto tutto sotto controllo, e sapevamo che sarebbe passato oggi per la consegna”
Ora Luigi ha capito, e mi guarda con un’espressione di incredulità e di irritazione, evidentemente pensava di essere troppo furbo per essere scoperto, specie da una vecchietta come me. Aveva trovato un metodo semplice e sicuro per arricchire e ora si ritrova in prigione, fa quasi pena. “Vedi, Luigi” gli dico, guardandolo negli occhi “Hai pensato che tutti avrebbero creduto possibile che dei vecchi soli si suicidassero solo perché qualcuno li voleva morti. Ma noi vecchi lo sappiamo che non vogliamo morire, anche se la morte non ci fa paura. Il brutto è che man mano che andiamo avanti le persone che conosciamo e a cui teniamo diventano sempre meno, e ci sentiamo sempre più soli: a noi importa se un vecchio muore. Ecco perché ci tenevo tanto a fermarti.”
 
Anche stamattina è arrivato il giornale, ma credo che non lo leggerò, non ho nessuna voglia di vedere come i giornalisti hanno ricamato su quello che è successo ieri. Ho anche staccato il telefono, tanto gli unici a chiamare sarebbero dei seccatori. Gli amici del quartiere sanno che passerò io a salutarli, e a fare due chiacchiere, ma non oggi… oggi l’anca mi fa troppo male. Penso che mi metterò a fare un cruciverba, di quelli facili, che la mia memoria non è più quella di una volta. La penna dovrebbe essere qui… no, forse in cucina, stavo scrivendo quella ricetta che davano in televisione… davvero non so più dove ho la testa!

Quattro occhi vedono meglio di due?

Chiuderei l’excursus sul ruolo della Spalla nel Giallo parlando dell’ultima tipologia che ho identificato: il Coprotagonista.

Questa definizione va presa cum grano salis: in un genere così codificato, nessun personaggio può avere uno status pari a quello dell’Investigatore. Quando diciamo che una Spalla funge da Coprotagonista, intendiamo che ha una capacità autonoma di indagine e deduzione, e che le usa all’interno della storia. Non aspettiamoci che dia la soluzione, però: quella è riservata all’Investigatore.

Ovviamente, un Coprotagonista ha una capacità di Elaborazione molto maggiore degli altri tipi di Spalla; inoltre, le sue deduzioni sono in genere più valide. La sua impronta corrisponde al diagramma qui sotto, che evidenzia come si tratti di un personaggio “a tutto tondo”: 

Tra i personaggi che ricadono in questa categoria, ne citiamo due “classici”: l’Ispettore Queen, padre del più famoso Ellery, e Archie Goodwin, indispensabile alter ego dell’ineffabile Nero Wolfe.

Entrambi, come si vede, sono dei professionisti (nella polizia o come detective privati), e male si adatterebbero al cliché della Spalla un po’ tonta e perennemente sbalordita dalle geniali deduzioni dell’Investigatore. E, infatti, l’Ispettore Queen non ha molto a che fare con il classico poliziotto incompetente dei Gialli: è volitivo, efficiente, e capace di sgombrare il campo dall’ovvio prima che il geniale figlio risolva l’enigma di turno (che, nel caso dei romanzi di Ellery Queen di solito sono davvero troppo complicati… non si può pretendere certo che i poliziotti “normali” ne vengano a capo!).

Ancora più determinante è il ruolo di Archie Goodwin, vera anima della coppia. Rex Stout, autore ironico più che “enigmista” classico, trasforma l’Investigatore classico in una sorta di Paguro inamovibile, che ha assoldato un detective della scuola “hard boiled” per fare il lavoro sporco…  cioè praticamente tutto. Archie indaga, litiga con la polizia, fa a botte, seduce le clienti e le sospette, insomma fa più o meno tutto quello che farebbe un Marlowe più spensierato e prudente. Poi, però, a un certo punto della storia Wolfe chiude gli occhi e comincia a muovere le labbra in dentro e in fuori, e allora sappiamo che il colpevole ha i minuti contati.

E’ interessante anche osservare che, a conferma della maggiore “dignità” di questi personaggi, entrambi gli esempi che abbiamo fatto si fregiano anche di aver dimostrato di poter fare a meno dei loro Investigatori (per un periodo Archie addirittura lavora da free lance, e l’Ispettore Queen ovviamente sa fare il suo mestiere anche senza Ellery), ottenendo sicuramente la simpatia dei lettori (e anche dei traduttori, visto che il titolo italiano del romanzo in cui l’Ispettore Queen risolve il suo caso tutto da solo è Complimenti, Mr. Queen!).

Questi personaggi, insomma (e ancor di più altri coprotagonisti, come Donald Lam o le coppie investigative che a volte popolano storie di genere Giallo non “classico”), dimostrano che lo schema dell’Investigatore “solitario” a volte può essere monotono, e che gli Autori hanno cercato il modo di variare un po’ la dinamica del Giallo senza rinunciare alla sua impostazione di base. Ovviamente, la rottura di questo schema è stata portata alle estreme conseguenze con la creazione di tanti sottogeneri del Giallo, meno rigorosi del Mystery classico, ma forse più accattivanti per il pubblico dei lettori moderni. Ma questa è un’altra vicenda narrativa, e io resto fedele al Giallo della prima ora…

Date un’occhiata in giro…

Non vorrei dare l’impressione che io creda che quello che scrivo sia completamente originale e un contributo inedito alla conoscenza umana .

Vi segnalo quindi qualche riferimento:

  • La (breve) voce su Wikipedia dedicata alla audience surrogate (insomma, al ruolo che abbiamo detto nel Giallo è rivestito dalla Spalla);
  • Un articolo in italiano sul ruolo delle amicizie nella letteratura poliziesca;
  • Un sito (sempre in italiano) sul Giallo nelle sue varie forme;
  • Un sito in inglese sul Giallo classico che trovo piuttosto ben fatto, anche se non ha nessuna pretesa estetica.

Chi trova un Amico…

Tornando al più accessibile (per me) tema del Giallo, stavo esplorando la mia personalissima classificazione delle Spalle dell’Investigatore.

Nel post precedente, ho parlato della categoria dei Testimoni neutri, che ho paragonato un po’ a delle cineprese animate che seguono l’Investigatore. In questo post parliamo invece dell’Amico Ingenuo.

L’Amico Ingenuo (a diversi livelli di ingenuità) è probabilmente la più classica delle Spalle. Oltre a svolgere, infatti, la funzione narrativa tipica della Spalla, è in genere anche il narratore della storia, e la sua ingenuità ha l’effetto di ridurre il senso di inadeguatezza del Lettore, che quasi sempre riesce a capire cose che alla Spalla sfuggono, e quindi a sentirsi più intelligente della Spalla, mentre l’Investigatore, nella sua aura superomistica, rimane inarrivabile anche per chi, come l’Amico di turno, è la persona a lui più vicina. Se non “ci arriva” lui, che lo conosce meglio di tutti, siamo giustificati anche noi, no?

Rispetto al Testimone, inoltre, l’Amico Ingenuo ha anche la caratteristica di poter essere meglio utilizzato per portare il Lettore fuori strada (la funzione che abbiamo chiamato di Diversione): la personalità dell’Amico, infatti, è di solito studiata in modo da risultare meno scostante e bizzarra dell’Investigatore, e mentre quest’ultimo è ovviamente parco di indiscrezioni sui suoi processi mentali, l’Amico non manca di esternare al Lettore le proprie impressioni e deduzioni (quasi sempre errate, ovviamente…).

Non a caso, gli esempi forse più famosi di Amico sono il Dr. Watson, memorialista e compagno d’avventure di Sherlock Holmes, e il Capitano Hastings, Spalla prediletta di Hercule Poirot; e forse anche grazie alle loro Spalle Holmes e Poirot sono i due più famosi Investigatori della storia del Giallo. Queste due coppie investigative sono così ben conosciute che mi asterrei dal riportare esempi dell’importanza di queste Spalle nei successi dei romanzi di Conan Doyle e della Christie. Mi accontenterei di riportare di seguito il mio diagramma dell’impronta narrativa di un Amico Ingenuo, e di citare lo stesso, inarrivabile, Holmes nel commentare la funzione di Interlocuzione di questo tipo di Spalla: “Alcuni individui, pur senza possedere il genio, hanno il notevole potere di stimolarlo. Confesso, mio caro amico, di essere molto in debito nei suoi confronti!” Forse è vero del personaggio Holmes, ma il debito più grande verso il modesto Watson e verso tutti i suoi epigoni è quello dell’Autore…

L’impronta del Testimone

Riprendiamo il discorso del precedente post sul ruolo della Spalla dell’Investigatore, concentrandoci ora sui diversi tipi di Spalla presenti nel Giallo classico.
In effetti, il ruolo di Spalla è stato affidato dai diversi scrittori del genere a personaggi diversissimi. Mentre, specie nel Giallo dell’età d’oro, esiste un cliché dell’Investigatore, ispirato dagli antesignani Dupin e Holmes, non esiste una Spalla “tipica”; tuttavia, proveremo a classificare le Spalle in categorie, evidenziandone le differenze in base alle diverse funzioni narrative che abbiamo visto che esse svolgono (Selezione, Diversione, Interlocuzione, Elaborazione).
Le categorie che vi propongo (per ora…) sono:
  • Il Testimone;
  • L’Amico Ingenuo;
  • Il Coprotagonista.
Il Testimone è il prototipo di Spalla, visto che accompagna la nascita stessa del Giallo. Infatti, come per molti altri, questo importante costituente del genere fu inventato da E. A. Poe. Un Testimone è il tipo più semplice di Spalla: è un osservatore sostanzialmente passivo, che impersona quasi perfettamente la telecamera di cui parlavo, ossia il punto di vista di cui l’Autore ha bisogno per esporre i fatti al Lettore; non a caso, in genere il Testimone è anche il Narratore della vicenda. Il Testimone non interviene mai nei fatti, e la sua presenza è quasi inavvertibile (in effetti, in un certo senso la avverte solo l’Investigatore, che ha bisogno del Testimone come “sponda”: si potrebbe quasi dire che il Testimone sia invisibile a tutti tranne che all’Investigatore).
L’impronta caratteristica di un Testimone è quella della figura sotto: si tratta di un soggetto che osserva in modo obiettivo i fatti, semmai evidenziando quelli su cui si sofferma l’attenzione dell’Investigatore, consentendo di tanto in tanto a quest’ultimo di esporre qualcuna delle sue teorie o delle sue idee.
 
Alcuni esempi di Testimone sono tra le primissime Spalle della storia:

1.       L’Anonimo compagno di Auguste Dupin (E. A. Poe):

Straordinario, e secondo me unico nella storia della letteratura, è l’atto creativo con cui Poe seppe creare un intero genere letterario in tre soli racconti, tracciandone i lineamenti con la stessa stupefacente completezza con cui un neonato riproduce in piccolo le membra di un adulto. L’intuizione del Testimone che svolge il ruolo di narratore in prima persona è, come abbiamo visto, tutt’altro che secondaria; ma Poe ha anche ideato altri “luoghi classici” del genere, a partire dall’Investigatore dilettante, al messaggio misterioso, fino al “mistero della Camera Chiusa”, che è un altro dei capisaldi del genere (magari ne riparleremo, ho un vecchio articolo sull’argomento da qualche parte).
Il Testimone di Poe è così tipico da essere addirittura privo di nome. Eppure, la sua presenza è tutt’altro che superflua, soprattutto nell’Interlocuzione come vediamo subito con qualche esempio:
§         Selezione: ne ”Il Mistero di Marie Roget”, il nostro Testimone è addirittura incaricato da Dupin di raccogliere le informazioni del caso per suo conto. Dupin si basa infatti sui resoconti dei giornali (e in realtà Poe si riferisce agli articoli su un caso reale, di cui in questo racconto volle dare la sua soluzione, in un gioco tra realtà e finzione) per ricostruire la soluzione del mistero. Ovviamente, in questo caso la selezione è appunto da testimone impersonale, basata su documenti e resoconti altrui.
§         Interlocuzione: ne “Gli Omicidi della Rue Morgue”, Dupin si esibisce in un “numero” che sarà poi replicato da Sherlock Holmes: dedurre i pensieri della sua Spalla dal susseguirsi delle sue espressioni e dei suoi movimenti. Ne “La Lettera Rubata”, l’intera spiegazione finale è un dialogo a due tra il Testimone e Dupin (o, meglio, un monologo di Dupin reso possibile dalla presenza dell’amico).

2.       Van Dine (S. S. Van Dine):

Uno dei primi Investigatori dopo Holmes fu Philo Vance, protagonista dei romanzi di Willard Huntington Wright, che nelle sue avventure è accompagnato da un Testimone che almeno ha un nome, Van Dine (per la verità, Vance ha anche un’altra Spalla, il procuratore distrettuale Markham, ma Van Dine incarna meglio il punto di vista neutrale). Anzi, Wright firmò i suoi romanzi appunto con lo pseudonimo di S. S. Van Dine, forse per rendere più reale questo silenzioso personaggio, che è forse il più vicino all’impalpabile amico di Dupin. Vediamolo all’opera (si fa per dire):
§         Selezione: ne ”La Strana Morte del Signor Benson”, Van Dine accompagna Vance nel sopralluogo nella stanza della vittima. Nel descrivere l’ambiente, a un certo punto ci dice che “sul cassettone era stato deposto un parrucchino lavorato a perfezione. Quest’ultimo oggetto attrasse Vance che si accostò per guardarlo da vicino”. Ecco che il nostro Testimone seleziona e sottolinea un oggetto, non in base all’impressione che lui stesso ne ricava, ma in base all’attenzione dell’Investigatore. Il significato di questo particolare sarà ovviamente chiarito da Vance; qui c’è anche un minimo di diversione: la fattura del parrucchino è irrilevante, e guardarlo da vicino non serve a nulla ai fini della comprensione del significato dell’indizio.
§         Interlocuzione: a parte le occasioni in cui la presenza di Van Dine consente a Vance di dilungarsi in qualcuna delle sue insopportabili teorie estetiche o filosofiche, Van Dine ha anche la funzione di cogliere stati d’animo o impressioni di Vance. Ne “La Fine dei Greene”, a un certo punto il nostro Testimone ci informa che “Vance si alzò presto, e dalle sue frasi smozzicate capii che era molto preoccupato”. Nel caso de “La Canarina Assassinata”, un mattino Vance spiega a Van Dine che “Per quanto una donna sia riservata, c’è sempre qualcuno a cui ella apre l’anima sua”; Vance deduce che la povera Canarina aveva un’amica del cuore, e si dedica a “chercher la femme”. Trovatala, ha un colloquio con lei presente Van, al quale Vance manifesta poi tutta la sue allegria perché la fanciulla “è stata una miniera di informazioni”. Ecco un’altro caso in cui l’esistenza di Van Dine permette a Vance di dirci qualcosa.
Tuttavia, i Testimoni sono personaggi deboli, e poco interessanti per i lettori. Nella maggioranza dei casi, gli Autori opteranno per Spalle più… robuste. Ma ne parliamo nel prossimo post a tema Giallo.

Vieni avanti, cretino…

Torniamo al Giallo, anzi al Giallo per antonomasia, quello classico che gli anglosassoni chiamano Mystery. In questo post analizzeremo in particolare la figura della Spalla del detective.
Cosa caratterizza la Spalla in un romanzo giallo? E perché è così diffusa?
Sì, le Spalle sono molto frequenti nel Giallo classico, e ce ne sono di molto diverse, tanto che sembrerebbero non avere nulla in comune: cosa accomuna l’ingenuo capitano Hastings con il playboy Archie Goodwin, o l’impalpabile Van Dine con il volitivo ispettore Queen?
 
Per capirlo, bisogna tornare alle caratteristiche narrative del Giallo. Sappiamo che l’ignoranza del Lettore è l’elemento chiave del Giallo, la sua ragion d’essere, e che lo scopo del Lettore è la ricostruzione del codice del “messaggio narrato” a partire dal testo stesso. Strutturalmente, dunque, un Giallo è un testo nel quale:
  • Viene narrata una vicenda “a chiave”;
  • La soluzione è esposta nel finale del testo, da parte del Detective, alter ego dell’Autore, che dimostra che tutti gli elementi della chiave erano esposti nel testo;
  • A questo scopo, è dunque necessario che il Detective e il Lettore abbiano le stesse informazioni. In base alle “regole del gioco” qualsiasi informazione nota solo al Detective e non al Lettore, oppure nota al Lettore e non al Detective, non può essere rilevante ai fini della soluzione: è destinata ad essere eliminata nell’operazione di “compressione” del testo da cui si ricava la soluzione;
  • D’altra parte, il piano narrativo della vicenda non può coincidere con il punto di vista del Detective, che deve rimanere rigorosamente nascosto al Lettore. Il Lettore deve venire a conoscenza degli stessi fatti noti al Detective, ma non deve conoscere nessuno dei pensieri del Detective;
  • Ecco che quindi si delinea come il punto di vista del Lettore (e quindi della narrazione) debba coincidere con una sorta di telecamera virtuale che accompagna passo passo il Detective.
Possiamo insomma dire che la Spalla rappresenta una personificazione del punto di vista di questa telecamera: è un espediente narrativo che trasforma in personaggio un punto di vista virtuale, con numerosi vantaggi per l’Autore, che in questo modo può ottenere alcuni effetti fondamentali per la narrazione:
  • Selezione: quasi sempre, gli indizi chiave sono notati anche dalla Spalla, o direttamente, o osservando che il Detective si sofferma su di essi. È raro che in un Giallo ben costruito la chiave risieda in un indizio al quale non si è dato nessun rilievo.
  • Diversione: se la Spalla quasi sempre aiuta a mettere in evidenza gli indizi chiave, ha anche spesso la funzione di generare falsi indizi, o interpretazioni errate di indizi autentici.
  • Interlocuzione: la Spalla svolge spesso la funzione di permettere al Detective di avere un interlocutore, e di manifestarsi come personaggio. Cosa sapremmo di Sherlock Holmes, se non fosse per le sue conversazioni con Watson? A chi Nero Wolfe permetterebbe di disturbare il silenzio del suo studio, se non ad Archie Goodwin?
  • Elaborazione: mentre la narrazione procede, il Lettore si forma delle ipotesi di lavoro, che però ovviamente non possono essere messe a confronto con quelle del Detective. La Spalla invece esprime liberamente le proprie riflessioni, che possono servire al Lettore per confrontarsi con un “comune mortale”, e anche per scartare soluzioni intermedie (in fondo, le ipotesi della Spalla non possono essere giuste…).
Per tutti questi motivi, non è sorprendente che spesso la Spalla funga anche da Narratore in prima persona della storia; tuttavia, l’entità degli effetti narrativi affidati alla Spalla è molto variabile in funzione del tipo di Spalla prescelto dall’Autore. I diversi tipi di Spalla e le loro rispettive funzioni narrative saranno argomento del prossimo post a tema giallo.

Gialli, Entropia e Teoria dell’Informazione

In un post precedente, sostenevo che due caratteristiche tipiche dei Gialli sono:

  1. Un Giallo è di fatto un messaggio in codice, inviato dall’Autore al Lettore, la cui decodifica è la Soluzione del Giallo;
  2. Il Giallo, in quanto presenta l’evoluzione dal Caos (un omicidio, l’Assassino ignoto, numerosi personaggi sospettabili) all’Ordine, rappresenta una riduzione di Entropia.

In questo post, vorrei mostrare come, in base alla Teoria dell’Informazione, queste due caratteristiche siano in realtà legate in modo più profondo di quanto appaia.

Partiamo dalla considerazione che un qualsiasi romanzo è una comunicazione o un messaggio tra l’Autore e il Lettore. Come tale, possiamo applicargli i risultati della Teoria dell’Informazione (v. ad esempio la corrispondente voce su Wikipedia), secondo cui a ogni messaggio è attribuibile una determinata quantità di Entropia.

Questa quantità di Entropia corrisponde in senso stretto alla quantità di informazione scorrelata che il messaggio trasporta, e, nel caso in cui il messaggio sia costituito di unità totalmente scorrelate tra loro, è proporzionale al logaritmo della dimensione del messaggio. Ne consegue che, considerando un generico romanzo in cui gli avvenimenti si susseguono in modo "libero", l’entropia del romanzo è pari al logaritmo della sua dimensione.

Vale la pena di ricordare che, in Teoria dell’Informazione, il concetto di Entropia è strettamente legato a quello di comprimibilità: se i contenuti di un messaggio sono scorrelati tra loro, non c’è modo di comprimere il messaggio senza perdere informazione, e si ha il massimo di Entropia. Viceversa, se in un messaggio alcune parti sono logicamente correlate ad altre, l’Entropia è inferiore e il messaggio può essere "compresso" senza perdita di informazione.

Quindi, in altra forma, possiamo dire che è possibile ridurre l’Entropia di un messaggio se esiste un algoritmo di compressione che riduca la dimensione del messaggio conservandone l’essenza, e che questo algoritmo esiste se esiste una logica interna al messaggio per cui alcune sue componenti sono strettamente deducibili da altre. In un romanzo ordinario, questo legame deduttivo è assente, e comprimere il testo significa perdere informazione: possiamo sempre dire che i Promessi Sposi sono la storia di due fidanzati che, contrastati da un potente mascalzone, alla fine riescono a sposarsi, ma perderemo "pezzi" di romanzo.
Interessante, no? Perché a questo punto siamo in condizione di concludere il nostro discorso: un Giallo è infatti appunto un romanzo nel quale esistono rapporti logico-deduttivi tra gli eventi narrati. Di conseguenza, esiste un algoritmo che consente di comprimere il "messaggio" e la sua Entropia. Questo algoritmo di compressione, questo codice, tuttavia, non è noto a priori: esso è appunto l’oggetto della "metacomunicazione" tra Autore e Lettore.

Il Lettore, dall’esame del testo, deve ricostruire la corretta interpretazione del Giallo, ossia il suo codice. Senza l’interpretazione logica, i fatti narrati nel Giallo mancano della giusta correlazione, e l’Entropia del testo è pari a quella di un qualsiasi altro romanzo. Ma una volta nota l’interpretazione esatta, è possibile ricostruire le relazioni logiche tra le parti del Giallo, la cui Entropia si riduce tanto più quanto più rigorosa e pervasiva è la componente deduttiva (ossia, quanto minore è l’elemento casuale o episodico nei fatti narrati). Ovviamente, il Giallo contiene anche il suo codice "in chiaro", esposto dall’Investigatore nella Soluzione, una sezione del Giallo logicamente separata (e che in alcuni casi è addirittura "annunciata" dall’Autore).

Potremmo quindi concludere dicendo che un Giallo è tanto migliore quanto più risponde al requisito di presentare un’intelaiatura logica, ossia quanto più bassa è la sua Entropia. In un prossimo post, cercheremo anche di ampliare questa definizione.

Giallo e (è?) Messaggio

A corredo del post precedente, aggiungo un mio vecchio "articolo" sul Messaggio nel Giallo. Forse un po’ pedante, temo possa interessare solo gli appassionati… prometto che non saranno tutti così, i prossimi post!

Fin dagli albori della narrativa Gialla, uno degli enigmi ricorrenti che l’investigatore di turno è chiamato a risolvere è stato rappresentato dal messaggio apparentemente indecifrabile.
A prima vista, il messaggio potrebbe rappresentare un indizio come un altro; in fondo, i racconti polizieschi brulicano di ceneri di sigaretta, impronte digitali, orme, attizzatoi insanguinati e così via. E, come vedremo che a volte i messaggi sono ingannevoli, anche gli indizi possono essere predisposti ad arte per ingannare l’investigatore e il lettore.
Tuttavia, l’indizio rappresentato da un messaggio ha una particolarità che lo rende ben diverso da un indizio qualsiasi: un messaggio ha un simbolismo, o meglio un codice che occorre penetrare per ricavarne il contenuto; ad esempio, se la vittima stringe tra le dita un bottone strappato in una lotta dalla giacca dell’assassino, si tratta di un indizio, e non resta che trovare la giacca con un bottone mancante. Ma se il bottone è stato strappato dalla giacca della vittima stessa, allora si tratta di un messaggio in extremis, che per essere interpretato richiede che se ne indovini il codice (ad esempio, il bottone può rappresentare la professione dell’assassino, che allora sarà un sarto o una rammendatrice). Questa caratteristica si inquadra nell’ambito di un tipo di narrativa che, unica nella letteratura, rappresenta a sua volta una forma di comunicazione enigmatica tra l’autore ed il lettore, che deve decodificare il contenuto reale della comunicazione ‘X ha ucciso Y’ a partire da informazioni parziali e volutamente fuorvianti. Toccheremo di nuovo questo argomento più avanti.
Questo topos della letteratura poliziesca ha vissuto diverse fasi e corrispondenti funzioni narrative: nel giallo classico "d’annata" si trova con una certa frequenza il messaggio misterioso, talvolta diretto a minacciare un personaggio in grado di interpretarlo, talaltra a custodire un qualche segreto dalla curiosità dei profani, dell’investigatore e, naturalmente, del lettore.
Un elemento classico del giallo non sarebbe tale, evidentemente, se non fosse stato praticato con profitto da Sir Arthur Conan Doyle; ed infatti più d’una volta troviamo il grande Sherlock Holmes alle prese con messaggi cifrati (come nel curioso "I pupazzi ballerini", che offre anche un esempio semplice ma godibile di soluzione, peraltro mutuata da "Lo scarabeo d’oro" di Edgar Allan Poe, non a caso il padre dell’intero genere poliziesco), minatòri (come nel cupo "I cinque semi d’arancia"), evocativi di trascorsi storici (come ne "Il cerimoniale dei Musgrave") o semplicemente incompleti (come ne "I signori di Reigate").
Un esempio analogo ed abbastanza piacevole (anche se un po’ cervellotico) è quello offerto da Maurice Leblanc ne "Il segreto della guglia", con protagonista un brillante Arsenio Lupin.
In tutti questi casi, il messaggio rappresenta una sfida intellettuale che l’investigatore raccoglie, ottenendo così il duplice risultato di venire a capo del mistero e di stupire il lettore incapace di penetrare il codice del messaggio; talvolta gli Autori si superano in veri e propri virtuosismi.
Tuttavia, col passare degli anni, il messaggio misterioso inteso semplicemente come espediente quasi enigmistico comincia a mostrare un po’ la corda; contemporaneamente, si fanno strada nuovi tipi di messaggio, più complessi dal punto di vista della valenza narrativa e della comunicazione.
Infatti, si può dire che il messaggio "stile Holmes" è semplicemente una "comunicazione riservata" ed ha solo due categorie di fruitori: il destinatario (per il quale il significato è palese) e tutti gli altri (per i quali il messaggio vuole essere indecifrabile). Il messaggio è in questo caso onesto, ovvero non mira a creare ambiguità. In un caso del genere, la presenza di un’indagine e di un’investigazione è in un certo senso accessoria: ai fini del mittente il messaggio anziché essere cifrato avrebbe potuto semplicemente essere chiuso in una scatola la cui chiave fosse in mano del destinatario.
La successiva categoria di messaggi, invece, in un certo senso presuppone l’esistenza di un’indagine: il messaggio è consapevolmente un indizio, e prevede quindi diverse tipologie di destinatari, nei confronti di alcuni dei quali il messaggio vuole a volte essere ingannevole, e non semplicemente oscuro (le diverse tipologie di destinatari corrispondono di volta in volta ai ruoli chiave del racconto, e naturalmente al lettore); inoltre spesso nessuno dei destinatari possiede la chiave del messaggio.
Naturalmente, anche in questa categoria si trovano molte varianti, alcune delle quali particolarmente interessanti:
1.         Il messaggio inviato dall’assassino alla vittima, o ad un insieme di persone tra cui c’è la vittima: in questo caso, il messaggio (in genere una serie di messaggi) ha lo scopo di provocare un comportamento preordinato nelle vittime, che avrà l’effetto di facilitare l’azione dell’assassino e di depistare le inevitabili indagini cui i messaggi daranno luogo. Un esempio fin troppo celebre è "Dieci piccoli indiani" di Agatha Christie. L’oscurità del messaggio è variabile, il contenuto è sempre ingannevole.
2.         Il cosiddetto "messaggio del morente", ovvero un messaggio inviato dalla vittima all’investigatore: è chiaro che l’attrattiva di questo tipo di messaggio nasce dal paradosso che ovviamente la vittima desidera che il messaggio sia compreso, laddove le esigenze narrative impongono che esso sia tutt’altro che trasparente. Di solito, l’oscurità del messaggio è giustificata o da impossibilità materiale da parte del morente di inviare un messaggio chiaro (ad esempio, in assenza di carta e penna, il morente afferra un oggetto che identifica l’assassino) o dalla necessità di celare il messaggio all’assassino (ovvero l’assassino non deve essere in grado di capire non già la chiave del messaggio, bensì il fatto stesso che esista un messaggio, che altrimenti l’assassino distruggerebbe); in compenso, il contenuto è sempre genuino.
3.         Il messaggio inviato dall’assassino all’investigatore: naturalmente spesso questo messaggio è mascherato in modo da apparire come appartenente ad una delle altre categorie. Ovviamente, questo messaggio vuole essere decodificato, ma il suo contenuto è inevitabilmente mistificatorio, e l’eventuale oscurità del codice ha lo scopo di rendere plausibile il messaggio. Gli esempi sono anche in questo caso numerosi e vari, a partire addirittura da "Uno studio in rosso" di Conan Doyle, anche se probabilmente il più ingegnoso (talvolta anche troppo) ed affezionato praticante di questo genere è Ellery Queen; in diversi suoi romanzi, il messaggio non solo viene inviato con la consapevolezza che vi sarà un’indagine, ma addirittura è modellato sulla personalità dell’investigatore, che l’assassino ha studiato con cura. Un altro bell’esempio di questa categoria è "La forma errata" di G. K. Chesterton, con Padre Brown. Comprensibilmente, spesso l’appartenenza di un messaggio a questa categoria è riconoscibile solo dopo la soluzione del caso.
 
Naturalmente, la narrativa poliziesca annovera anche degli esempi che non si inquadrano nella schematizzazione forzatamente rozza che abbiamo presentato; tuttavia, anche questo sommario excursus dovrebbe essere sufficiente a dimostrare come la stessa specificità del giallo come genere letterario porti ad una complessa ambivalenza di tutte le comunicazioni interne al racconto, in quanto funzionali al più ampio rapporto tra Autore e Lettore: in fondo, l’intera storia poliziesca rappresenta un messaggio enigmatico inviato dall’Autore al Lettore, che reca con sé, logicamente indipendente dal resto della narrazione, la decodifica (la Spiegazione del delitto esposta dall’investigatore) che è contemporaneamente, nei casi migliori, anche la dimostrazione della completezza e dell’univocità del contenuto informativo del "messaggio", in quanto prova che era possibile, utilizzando la logica, ricavarne l’informazione desiderata sul delitto e che altre interpretazioni risulterebbero logicamente contraddittorie.

Bandiera Gialla

Un’altra delle mie passioni, la mia prima passione letteraria, è il Giallo. Il Giallo, che mistero.

No, non nel senso che sia difficile penetrare l’enigma di un buon Giallo. Intanto, a volte non è così difficile, e poi il lettore tutto sommato desidera essere sorpreso dalla Soluzione.

No, il mistero è il Giallo come Genere. Anzi, secondo me il Giallo è il Genere: quando penso alla cosiddetta "letteratura di genere", penso innanzitutto al Giallo. Eppure, non è così facile capire cosa sia il Giallo, o perché sia così popolare.

Perché i Gialli sono popolarissimi. Non fatevi ingannare: sono molto amati anche dagli "intellettuali". Poe ha inventato i Gialli, Wittgenstein li adorava, Borges si mise addirittura a scriverne, Eco, quando ha deciso di esordire nella fiction, ha scritto un Giallo. Eppure, tutti sembrano considerarli letteratura "di serie B"; niente di più falso… eppure un motivo deve esserci.

Il motivo è, secondo me, lo stesso per cui amiamo tanto i Gialli: perché sono letteratura, ma innanzitutto un’altra cosa. Anzi, sono altre due cose.

Sono in primo luogo una inversione apparente dell’Entropia. Un Giallo comincia nel Caos, e finisce nell’Ordine. Si badi a non confondere questo concetto con un banale "lieto fine": in molti Gialli, peraltro, il lieto fine non c’è. No: il meccanismo del Giallo è diverso. Quello che caratterizza il Giallo è l’ignoranza. All’inizio, solo due persone conoscono il mistero su cui un Giallo è costruito: l’Autore, e l’Assassino. Il mondo è in un Caos, ma un Caos apparente: esiste un filo logico, una Interpretazione, che dimostra che il Caos nasconde un Ordine. L’Investigatore, una specie di scienziato prestato alla letteratura (sapete che Holmes fu ispirato a Conan Doyle da un medico, no?), dimostra che il Mondo è, alla fin fine, ordinato, che la crescita dell’Entropia è un fenomeno illusorio, frutto della limitatezza della nostra mente. Un gas diffuso in una intera stanza non è più "disordinato" dello stesso gas in una boccetta, per una mente in grado di vedere e localizzare mille miliardi di molecole. E un omicidio misterioso non è tale per l’Investigatore: la Soluzione non è un’invenzione, è una tautologia, ma una tautologia da semidei.

In secondo luogo, il Giallo è una metacomunicazione. Il testo stesso di un Giallo è un messaggio cifrato, e la sua chiave è la Soluzione. Il testo del Giallo, preso al suo livello narrativo "base", è ingannevole: quello che sembra un pacifico curato di campagna è un diabolico omicida, e il losco avventuriero è in realtà integerrimo. Il Lettore lo sa, e sa che il vero significato di quello che legge potrà essere chiarito solo disponendo della Chiave. Il Lettore col Giallo gioca su due livelli, può godere la narrazione, se l’Autore ha talento letterario, ma contemporaneamente sta cercando di anticipare l’Investigatore, il Demiurgo emanazione dell’Autore.

Ecco perché i Gialli sono considerati narrativa di serie B: perché un cattivo narratore può scrivere un eccellente Giallo. E quindi si presume che gli scrittori di Gialli siano narrativamente modesti, travisando il punto di forza del Genere come fosse una debolezza.

Penso che scriverò altri post sul Giallo… e sto pensando a un’intepretazione di quello che ho scritto sopra in termini di Teoria dell’Informazione. Ma ne parliamo un’altra volta…