Una proposta: il Principio Anti-Antropico

Facendo una breve appendice al post precedente, vorrei quindi proporre una generalizzazione dell’argomento di cui ho tentato di esporre i fondamenti: un livello di rappresentazione della realtà che risponda agli schemi cognitivi umani, ma che sia ridondante o potenzialmente alternativo ma incompleto rispetto a un livello di cui è possibile stabilire empiricamente la validità almeno al meglio delle attuali conoscenze, va considerato eliminabile. Il suo status, come dicevo prima, potrebbe essere definito “antropico”, ma non ontologicamente autonomo.

Enti come le credenze, la volontà, i desideri, esisterebbero in quanto costrutti utili, anche necessari, per i nostri processi conoscitivi, ma non sarebbero “oggettivi”, e non perché corrispondono a fenomeni mentali e quindi non oggettivabili, ma perché modellati sul nostro modo di percepire il mondo in generale e i modelli mentali in particolare. Se noi cambiassimo i nostri modelli conoscitivi, questi enti perderebbero senso, mentre nozioni come neuroni o sinapsi no; se le nostre menti fossero studiate da alieni dotati di processi cognitivi incommensurabili coi nostri, per loro questi oggetti sarebbero ancora parte della loro spiegazione di come "funzioniamo".

Proviamo, quindi, a sintetizzare questa posizione in un Principio Anti-Antropico: «Ogni ente che faccia parte di un modello di rappresentazione della realtà “debole” (nel senso indicato sopra) rispetto a uno più fondamentale, ma che sia strumentale alla rappresentazione della conoscenza, ossia che trovi la sua ragion d’essere esclusivamente nella sua utilità strumentale ai fini degli schemi cognitivi umani, è eliminabile».
Se quindi accettiamo questo principio nell’ambito della Filosofia della Mente, per coerenza dobbiamo essere disposti ad adottarlo anche in altri contesti… e come vedremo nel prossimo post, questo principio non è esattamente farina del mio sacco.

Tegmark e l’Eliminativismo

Vorrei, con un deplorevole ritardo per il quale bisogna ringraziare, oltre che la necessità di un minimo di riflessione, le fastidiose incombenze di lavoro che mi impediscono di occuparmi di sesso degli angeli tutto il giorno, aggiungere qualche riflessione agli ultimi post dedicati alla relazione tra modelli matematici, modelli fisici e “realtà”.

Il punto di partenza era la tesi di Max Tegmark secondo cui la matematica non sarebbe un modo di descrivere la realtà, ma sarebbe essa stessa la realtà. Provo a spiegare, rinviando comunque agli articoli di Tegmark il lettore interessato: se disponiamo di un “modello” matematico che produce predizioni accurate circa i risultati delle nostre osservazioni dei fenomeni fisici, questo “modello” non richiede un corrispondente modello fisico per essere interpretato e correlato alla realtà esterna, ma è esso stesso isomorfo con la realtà. In altre parole, la Fisica sarebbe una costruzione accessoria realizzata da noi esseri umani a solo beneficio delle nostre specifiche modalità cognitive, ma priva di relazione con la realtà, e, infine, epistemologicamente superflua. Se la matematica è isomorfa alla realtà, allora essa è la realtà, e la Fisica serve solo a noi umani per dare un’organizzazione intellegibile alle aride equazioni matematiche.

In questo post e nei successivi, vorrei esplorare alcune implicazioni di questa idea, o meglio accostarla ad alcune posizioni “classiche” in Filosofia della Mente, sperando che l’accostamento risulti stimolante. Credo infatti che ci siano aspetti comuni che possono risultare interessanti per entrambi gli ambiti.

In particolare, per quanto riguarda la Filosofia della Mente, il dibattito ontologico ha ormai alle spalle diversi secoli, e non tenterò di riassumerlo, rinviando semmai all’eccellente enciclopedia filosofica online di Stanford chi volesse ripercorrerlo. Mi limito qui a dare per scontata l’adozione di una prospettiva interamente materialista, e quindi l’abbandono di ogni tentativo dualistico, esplicito come quello originario di Cartesio o implicito come quello di alcuni filosofi più recenti. Con queste premesse, è a mio parere ragionevole uno schema che preveda che esistano diversi possibili livelli di descrizione dei fenomeni “mentali”:

  • Uno assolutamente fondamentale, che chiamerò Fisico, che corrisponde al livello “di base” di descrizione di qualsiasi parte della realtà fisica, e che è basato sulla dinamica di particelle elementari (Elettroni, Fotoni, Protoni, …) e forze fondamentali, in particolare l’Elettromagnetismo.
  • Uno, che chiamerò Neurologico, che studia i fenomeni mentali a partire dallo studio dei costituenti “elementari” del cervello e del sistema nervoso centrale umano (che assumiamo qui essere la “sede riconosciuta” della materia che costituisce la Mente), ossia Neuroni, Sinapsi, Neurotrasmettitori, e tutte le strutture che da essi sono o possono essere formate.
  • Uno, che chiamerò Psicologico, che studia i fenomeni mentali quali noi li descriveremmo usando i modelli mentali che ci formiamo relativamente a noi stessi e agli altri. Gli oggetti di cui questo livello si occupa sono quindi Percezioni, Emozioni, Credenze, Pulsioni, e altre nozioni analoghe. Queste nozioni possono appartenere a quella che Daniel Dennett e altri autori chiamano la Folk Psychology, ossia quella psicologia “spicciola” su cui noi persone qualsiasi interpretiamo il comportamento delle persone, o possono appartenere a modelli delle diverse scuole psicologiche o psicoanalitiche.

In realtà, si potrebbe essere tentati di introdurre un livello intermedio tra quello Neurologico e quello Psicologico, che sarebbe un livello Funzionale, che descrivesse, ad esempio, i processi percettivi o elaborativi “di basso livello” in modo indipendente dal substrato neurologico. Un simile livello potrebbe consentire di prendere in considerazione possibili altri substrati per la “realizzazione” di una Mente, purché sia possibile produrre risultati, appunto, funzionalmente equivalenti. Questo approccio, che è uno degli approcci tradizionali degli studi sull’Intelligenza Artificiale, non mi interessa qui e quindi assumerò che un’eventuale descrizione funzionale a un livello inferiore a quello Psicologico sia correlabile a strutture che ricadono nell’ambito del livello Neurologico (nella misura in cui si riesca ovviamente a individuare queste strutture e le loro funzioni).

Ora, se si assume che il livello Fisico e il livello Neurologico siano connessi da una relazione tale per cui:

  1. Il livello Neurologico è riducibile, ossia è possibile, almeno in linea di principio, fornire una costruzione completa di tutti gli oggetti del livello Neurologico a partire da quelli del livello Fisico;
  2. Il livello Neurologico è completo, ossia non richiede il ricorso a oggetti del livello Fisico per le proprie descrizioni dei fenomeni mentali,

allora è possibile utilizzare indifferentemente l’uno o l’altro senza perdita di informazione; ovviamente, in termini pratici, è il livello Neurologico a essere utilizzato, ma è chiaro che questa scelta corrisponde comunque a un approccio riduzionista.

Dopo questa lunga premessa, arrivo a una delle questioni centrali della Filosofia della Mente: i due livelli di descrizione a cui ci siamo ristretti, quello Neurologico e quello Psicologico, sono entrambi, in linea di principio, necessari? Oppure ci sono motivi per ritenere che uno dei due sia fallace, o ridondante rispetto all’altro?

Ovviamente, questa domanda non ha necessariamente un senso pratico immediato: ora come ora, gli ambiti naturali di applicazione dei modelli neurologici e psicologici della mente sono largamente non sovrapponibili. Tuttavia, esiste una rispettabile corrente di pensiero che sostiene l’Eliminativismo Materialista, che vorrebbe “abolire” il livello Psicologico, per lasciare campo libero allo sviluppo della descrizione della mente secondo i modelli prodotti dal livello Neurologico. I difensori della Psicologia, e della Folk Psychology in particolare (senza usare questa espressione, Hofstadter ne ha fatto una vigorosa apologia nel libro di cui ho parlato qualche post fa, Anelli nell’Io), ne sottolineano il valore esplicativo e predittivo, che gli approcci di “livello” più basso non sono (per ora?) in grado di fornire.

E’ in un certo senso interessante che Hofstadter, nel difendere la Folk Psychology, usi un argomento da “Eliminativista” (e, in effetti, un sostenitore dell’AI Forte non dovrebbe essere un Eliminativista?): in linea di principio, il livello Psicologico è interamente ricostruibile a partire da quello Fisico (e verosimilmente da quello Neurologico, aggiungo io; a volte nello scritto di Hofstadter non è chiaro se faccia distinzione tra i due), ma, date le nostre capacità cognitive che non ci consentono di studiare il cervello a livello di elettroni e fotoni, il livello che ha senso usare quando si parla di Mente è quello Psicologico.
Per mostrare come in realtà un simile argomento si presti a essere utilizzato per sostenere una tesi eliminativista, esso può essere riformulato nel seguente modo:

  1. Il livello Fisico è completo: tutti i fenomeni mentali sono in ultima analisi determinati dalla dinamica di elettroni, neutroni, protoni, ecc.. Hofstadter accetta il materialismo, e non sembra pensare che alla Fisica che conosciamo oggi manchi qualcosa di essenziale, una “materia della mente”, per così dire.
  2. Il livello Psicologico esiste in quanto le nostre caratteristiche cognitive sono quello che sono. Se noi percepissimo elettroni e fotoni, potremmo ragionare direttamente in termini fisici, ma per come siamo fatti abbiamo bisogno del livello Psicologico.

La conclusione naturale, secondo me, è che si potrebbe fare interamente a meno del livello Psicologico, e pur tuttavia essere in grado di descrivere in modo compiuto i fenomeni mentali, allo stesso modo in cui sarebbe possibile in linea di principio descrivere i fenomeni atmosferici usando i normali concetti di termodinamica e fluidodinamica, senza mai parlare di “nubi”, o “venti”, o “piogge”. Sarebbe incredibilmente complicato, ma è chiaro che venti e piogge hanno per noi molto senso perché sono nozioni “a dimensione d’uomo”; un computer inconcepibilmente potente potrebbe benissimo non aver bisogno di questi concetti per analizzare e descrivere gli stessi fenomeni a livello molecolare, oppure un essere estremamente piccolo non avrebbe ragione di dare nomi a possibili regolarità macroscopiche nei moti delle molecole di gas. Nessuno ovviamente dubita di questo, e tutti siamo consapevoli del fatto che, alla fin fine, tutto si riduce a molecole, atomi, e, ancora più in piccolo, particelle e forze fondamentali.

Ecco quindi perché mi sembra ragionevole dire che, mentre per noi il livello Psicologico di descrizione dei fenomeni mentali è imprescindibile, guardando le cose da un punto di vista “oggettivo” esso è di fatto strettamente “antropico”: utile certamente, ma non necessario. Nel prossimo post, proverò a trasporre queste considerazioni al tema proposto da Tegmark.

Principio Olografico e Psicologia: fine del viaggio

Con questo chilometrico e confuso post, chiuderei il tema del Principio Olografico e in particolare la mia incursione nel campo della Psicologia. Siate clementi, o astenetevi prudentemente dalla lettura…

Parlando di modelli “emergenti” in Fisica, abbiamo visto che è possibile dimostrare che da una struttura fondamentale “a rete” sufficientemente articolata è possibile far emergere una descrizione basata su uno “spazio” convenzionale (ossia che non è lo spazio nel quale si collocano i “nodi” della rete) nel quale si può ridefinire una dinamica che, anche se determinata dal livello fondamentale, può riprodurre enti e relazioni astratti e non immediatamente riconducibili al livello “inferiore”. Questo metodo, sempre in Fisica, è alla base degli approcci alla Gravità Quantistica fondati sulle Spin Network, che come abbiamo detto sono ancora lontani da un risultato definitivo ma mi sembrano promettenti.
Passando su un diverso terreno, e volendo ispirarsi a questo approccio per avvalorare l’idea che sia possibile “collegare” la struttura neurologica del cervello umano alle nostre ordinarie descrizioni delle funzioni mentali, e ai modelli della psicologia umana, è importante notare che l’idea che questi modelli siano “emergenti” è complementare all’idea “riduzionista che punta a ricostruire i livelli “superiori” di descrizione in modo diretto a partire da quelli “inferiori”, senza introdurre un “salto” di paradigma descrittivo. Proverò a essere più chiaro nel seguito.
Il livello fondamentale di descrizione della nostra mente è sicuramente quello neurofisiologico. E’ ovviamente una semplificazione indebita considerare l’encefalo come l’unica sede dei processi che definiamo “mentali”, ma per comodità ragionerò come se così fosse, anche perché credo che questa scelta non comporti perdite di generalità. A questo livello, ovviamente, troviamo la nostra descrizione “a rete”, che è poi una rete di neuroni; gli stati e i processi che si realizzano su questa rete sono caratterizzati da grandezze (potenziali, attivazioni, correnti, ecc.) che nulla hanno, prima facie, a che vedere con i fenomeni mentali. Non appare quindi del tutto improprio, anche epistemologicamente, il parallelo con le “reti” dei costituenti fondamentali della materia e delle loro correlazioni.
A partire da questo livello fondamentale di descrizione, è possibile procedere in almeno tre direzioni distinte:
1) evitare di introdurre qualunque altro livello superiore, e trattare la “rete neurale” come l’unica possibile descrizione esplicita della mente. Inutile dire che questo approccio richiama (o almeno a me ricorda) il programma della AI forte basato sulla riproduzione delle reti neurali biologiche tramite modelli programmati al computer, che dovrebbero, se sottoposti a un adeguato “addestramento”, poter replicare alcune (o, in estrema analisi, tutte) le capacità cognitive umane. Le funzioni mentali, quindi, in questo approccio sarebbero, sì, “emergenti”, ma non esisterebbe una correlazione riconoscibile tra i due livelli, esattamente come non esiste una correlazione riconoscibile tra i parametri che regolano le reti neurali informatiche e, ad esempio, una valutazione di rischio finanziario (che è uno dei campi in cui tali modelli vengono applicati).
2) tentare di utilizzare il livello fondamentale, combinandone gli elementi in strutture di complessità e di organizzazione gerarchicamente crescenti, per costruire livelli di descrizione superiori, ma senza introdurre discontinuità di paradigma. A tali strutture e ai processi che su di esse si appoggiano si faranno corrispondere fenomeni neurologici prima, e “mentali” poi, di livello sempre più “elevato”, che sarebbero quindi a questo punto completamente “spiegati”. Questo programma sarebbe ovviamente un programma riduzionista.
3) introdurre esplicitamente, immediatamente dopo il livello “fondamentale” o dopo aver seguito per un certo tratto il percorso “riduzionista”, una discontinuità di tipo di descrizione, possibilmente giustificando tale “salto” non solo in base alla sua conformità al nostro modo naturale di percepire i fenomeni mentali, ma eventualmente mostrando come sia possibile spiegare come i fenomeni “mentali” emergano da quelli “neurologici”.
L’approccio 3) sarebbe appunto quello che ipotizzavo nei post precedenti.
Volendo approfondire il ragionamento, viene naturale chiedersi a quale livello sia corretto collocare il “passaggio di paradigma” (ammesso che ve ne sia uno e uno solo). Proviamo a considerare, a scopo puramente esplorativo, due possibilità:
      basso livello: la discontinuità ha luogo già al livello dei processi cognitivi base, come quelli della percezione ed elaborazione di input sensoriali articolati, come immagini visive complesse. A partire dai costrutti psicologici-mentali richiesti per descrivere correttamente questo livello, dovrebbe essere possibile costruire una più elaborata teoria psicologica, da applicarsi anche a problemi complessi;
      alto livello: la discontinuità si ha quando, a partire da processi e fenomeni cognitivi semplici, si indaga l’organizzazione della coscienza, e della psicologia complessiva di un soggetto.
A questo punto, devo necessariamente invocare il privilegio del mio status di Incompetente. Infatti, procedere questa discussione senza conoscere approfonditamente né le neuroscienze né le diverse scuole psicologiche appare temerario anche a un dilettante come me; invito quindi chiunque stia leggendo a considerare i prossimi paragrafi come puri esercizi elucubrativi.
Un esempio di teoria che colloca la discontinuità a “basso livello” mi sembra la psicologia della Gestalt. Mi pare infatti di capire che alla base della teoria della Gestalt ci sia, tra l’altro, la convinzione che, pur esistendo una corrispondenza (o addirittura un isomorfismo) tra gli stati neurologici e quelli psicologici, non si possano comprendere i processi cognitivi (ad esempio la percezione di immagini) senza tener conto della loro organizzazione sistemica, non riducibile alla semplice elaborazione di input elementari. A partire da considerazioni di questo tipo sui processi percettivi, la Gestalt (mi sembra di capire) estende il suo approccio allo studio del pensiero e del comportamento umano, e ad essa si rifà una scuola psicoterapeutica che non sono però riuscito a comprendere quanto sia una diretta derivazione dei principi teorici della Gestalt.
Peraltro, i livelli di descrizione relativi ai processi percettivi e cognitivi “base” sono i bersagli naturali del riduzionismo, che tenta ovviamente di descrivere processi di complessità via via crescenti. La disponibilità di tecniche di indagine per immagini dell’attività cerebrale sempre più sofisticate, assieme alla crescente capacità elaborativa dei computer, sta fornendo importanti strumenti a chi si dedica ad approfondire gli studi sui processi mentali restando all’interno del livello di descrizione neurofisiologico. Sempre agli occhi di un Incompetente, sembrano molto interessanti risultati, sebbene parziali, di studi che mirano a correlare le immagini visive pensate o ricordate con specifici pattern di attivazione neurologica. Un recente articolo sembra indicare che l’idea di “leggere la mente” di qualcuno rilevandone l’attività cerebrale e poi elaborandola grazie a un computer possa non essere pura fantascienza, come al momento può apparire una scena del telefilm Dr. House… La cosa forse più interessante nell’articolo che citavo è che si afferma che i pattern neurologici correlati alle immagini sono molto simili tra persone diverse, il che lascia spazio all’ipotesi, sia pure molto speculativa, che sia possibile in futuro associare in generale specifici pattern neuronali a specifici costrutti mentali (immagini, concetti, ecc.). Questa ipotesi rappresenterebbe un bel sostegno alle tesi riduzioniste, o no?
Infine, spenderei qualche parola sull’idea di una discontinuità di paradigma ad alto livello. Una sua possibile “lettura”, che trovo personalmente convincente, è che mentre i processi cognitivi “base” potrebbero cadere preda del riduzionismo, risulti impossibile descrivere con uguale efficacia i processi mentali “superiori” senza utilizzare gli strumenti propri della psicologia. Ovviamente, per affermare questo dovrei chiarire cosa intendo per processi “superiori”, e quali strumenti della psicologia siano efficaci per descriverli. Proverò a ricorrere ancora una volta a un’analogia con le scienze fisiche.
In un certo senso, penso ai processi cognitivi come a equivalenti dei processi di Chimica Inorganica. Si tratta di processi sufficientemente “macroscopici” (rispetto alle interazioni ad esempio tra elettroni o protoni) da poter essere osservati direttamente, e un tempo erano descritti in termini “umani”: “si prende un pezzetto di ferro e lo si immerge in una soluzione di solfato di rame…”. La descrizione “fenomenologica” della Chimica è stata poi di fatto affiancata e sostituita da quella “microscopica”, basata sulla conoscenza della struttura della materia e delle forze elettromagnetiche che determinano la cinetica chimica. E’ certamente ancora possibile usare la descrizione fenomenologica della Chimica, ma essa non aggiunge nessuna informazione rispetto alla descrizione microscopica, che anzi collega le “leggi” empiriche della chimica pionieristica alle leggi fondamentali della Fisica. Mi sembra onestamente possibile, se non probabile, che lo studio delle neuroscienze porti allo stesso risultato per quanto riguarda i processi cognitivi come percezione, memoria, emozioni, ecc.
Tuttavia, noi non siamo solo un coacervo di processi di questo tipo; esiste una parte della psicologia che si occupa di ciò che costituisce la personalità complessiva di un individuo. Prima che vi indigniate ulteriormente, vi do ragione: la mia ignoranza in questo settore si estende fino a includere la terminologia di base. Sono estremamente disorientato da termini come Io, Coscienza, Sé, Psiche, Inconscio, e altri ancora più vaghi, come Anima o Spirito, e non saprei neanche con certezza quali scuole psicologiche usino l’uno o l’altro termine, e in che accezione. Quindi, li userò a casaccio e mi guadagnerò un altro po’ del vostro disprezzo.
Come dicevo, la Psicologia non studia solo processi mentali “delimitati”, o certe capacità cognitive, ma anche i fenomeni che coinvolgono quanto di una persona è individuale e persistente, ossia il suo Io. E’ evidente che le caratteristiche psicologiche che intervengono a questo livello di descrizione sono particolarmente importanti, in quanto sono quelle che più distinguono una persona dall’altra, e i processi e le forze che agiscono a questo livello sono di grande rilievo. Questo è quello che intendo per alto livello relativamente ai fenomeni mentali.
A questo punto, ha senso chiedersi, come ho fatto per i processi cognitivi di basso livello: è prevedibile che i progressi nelle neuroscienze finiscano per rendere irrilevante e ridondante la descrizione che la (o meglio, le diverse scuole della) Psicologia dà dell’Io? Potremo dire che questo tipo di descrizione, ammesso che sia valida, non aggiunge informazione a quello che possiamo ricavare dalle neuroscienze?
Io al momento mi sentirei di rispondere di no. A mio parere, questo livello di descrizione giustifica un effettivo “salto di paradigma”, o se vogliamo l’emergere di un modello descrittivo “macroscopico” che, pur non introducendo nuovi “oggetti ontologici” fondamentali, proponga un’organizzazione e una struttura che sarebbero praticamente inaccessibili altrimenti. Proprio come la termodinamica rappresenta una descrizione alternativa non banale per fenomeni fisici che coinvolgano quantità sterminate di elementi base, così la descrizione della Psiche fatta dalla Psicologia, seppure in linea teorica spiegabile in termini “microscopici”, in pratica offre strumenti di comprensione che resterebbero inaccessibili a una descrizione riduzionista. Non a caso, è proprio da uno di questi concetti termodinamici, l’entropia, che siamo partiti per un lungo viaggio nel Principio Olografico, un concetto che per definizione è comprensibile solo all’interno di una descrizione “macroscopica” e le cui numerose e illuminanti applicazioni sono stimolanti se non addirittura entusiasmanti. Chiuderei questo excursus proprio abbozzando un parallelo, del tutto privo di fondamenti certi ma forse suggestivo, del Principio Olografico con un particolare modello della Psiche.
Abbiamo visto in precedenti post che, espressa in forma generale, l’idea di introdurre un “livello emergente” di descrizione può essere equiparata alla costruzione di uno spazio “convenzionale”, non fisico, e che se questa operazione segue le modalità esposte per la Loop Quantum Gravity nello spazio che “emerge” risulta automaticamente valido il Principio Olografico. Se coniughiamo questa premessa con i modelli della psicoanalisi, e adattiamo conseguentemente la terminologia della figura adottata nel post per illustrare il Principio Olografico, potremmo trovare qualcosa del genere:
Qui ho interpretato l’”orizzonte” olografico come quello che separa il Conscio dall’Inconscio, che (secondo quanto mi pare di capire delle teorie analitiche di Freud e più ancora di Jung) sarebbe inaccessibile alla conoscenza diretta, ma proporrebbe una parte dei suoi contenuti “codificati” in forma simbolica all’interno di prodotti e materiali non controllati dal pensiero conscio, come i sogni o le immaginazioni.
Particolarmente suggestiva, nel caso di Jung, potrebbe essere la visione dell’Inconscio come ricco di energia psichica e di contenuti e costrutti profondi, tali da costituire una parte importante della Psiche, proprio come dietro l’orizzonte olografico fisico può celarsi una grande quantità di energia (o di massa, che è lo stesso). Ma eviterei di spingere l’analogia fino al punto di disgustare definitivamente tanto i fisici che gli psicologi…

Dal Principio Olografico alla Psicoanalisi?

Proseguendo dal post precedente, siamo giunti alla conclusione che mentre nel caso della Fisica il processo di "costruzione emergente" è guidato dalla necessità di "convergere" verso i modelli già consolidati delle teorie fisiche esistenti, che sono estremamente accurate ai loro rispettivi livelli di descrizione, per la Psicologia non sono disponibili (a mio parere, ovviamente) dei riferimenti altrettanto univoci e rigorosi.

Proviamo quindi, a titolo esplorativo, a proseguire con l'analogia con il caso della Fisica e a vedere se ne deriva qualche possibile suggerimento.
Partiamo dall'operazione di definizione dello spazio fisico come entità "emergente": da questa operazione deriva lo spazio fisico che:

  1. costituisce lo sfondo, o se vogliamo il "contenitore" di tutti i processi fisici osservabili;
  2. è uno spazio "dinamico", nel senso che esso stesso è influenzato dalla dinamica dei fenomeni fisici (anche in quanto è definito a partire da entità fondamentali dinamiche); non è semplicemente una cornice inerte;
  3. ha proprietà specifiche, come l' "olografia".

Le proprietà 2 e 3 dello spazio fisico hanno poca importanza per il livello che descrive la dinamica di base: nei fenomeni "microscopici" le caratteristiche dello spazio "al contorno" hanno in genere poca rilevanza rispetto alle interazioni dirette tra gli oggetti osservati.
Viceversa, esse sono importantissime al livello di Grande Scala, tanto che di fatto la teoria della Relatività Generale, che descrive i fenomeni su scala cosmologica, ha una natura essenzialmente geometrica. E, peraltro, abbiamo già visto quale importanza possa avere il Principio Olografico per i problemi cosmologici aperti.

Potrebbe quindi essere ragionevole cercare di utilizzare l'analogia con il processo di "costruzione" dello spazio fisico per ottenere qualche indicazione su come potrebbe essere una teoria psicologica di Grande Scala. Riprendiamo le caratteristiche che abbiamo osservato per lo spazio fisico, e proviamo ad attribuirle a uno "spazio psicologico". Quest'ultimo dovrebbe:

  1. costituire il naturale "contenitore" dei processi mentali osservabili;
  2. essere dinamico, attivo: dovrebbe essere in grado di interagire con i processi mentali e non essere un semplice sfondo inerte e immutabile;
  3. avere forse proprietà "strutturali" rilevanti ai fini della dinamica dei processi psicologici, e sarebbe interessante cercare per esso un analogo del Principio Olografico.

A quest'ultimo proposito, può essere interessante tener presente che abbiamo parlato di processi osservabili, proprio perché lo "spazio psicologico" che vogliamo costruire, proprio come quello fisico, non esiste per necessità, ma solo per riflettere una nostra modalità cognitiva di "osservare" i fenomeni psicologici. Di conseguenza, lo "spazio" di cui parliamo è direttamente collegato al modo in cui noi percepiamo i processi mentali nostri e altrui: in altre parole, alla nostra mente conscia.

Quindi, viene abbastanza naturale provare a "tradurre" il Principio Olografico in termini psicologici: se infatti schematizziamo il Principio Olografico in termini generali, come nella figura seguente,
olografia in genere
ci si può chiedere: esiste un modello psicologico nel quale si riproduce una struttura analoga a questa, all'interno di uno "Spazio Psicologico" che permetta l'osservazione introspettiva e abbia le proprietà di cui abbiamo parlato in precedenza?

Sarebbe suggestivo darsi una risposta positiva, facendo riferimento al modello della psicoanalisi (o della psicologia analitica, se utilizziamo la versione junghiana, che come vedremo nel prossimo post è forse più adeguata ai nostri scopi), dovuto a Freud e Jung.

Modelli emergenti in Fisica (e in Psicologia?)

Come dicevo nel post precedente, vorrei ispirarmi alle teorie fisiche che considerano il livello di descrizione del mondo a noi familiare, basato sui concetti di spazio e tempo e sulle leggi fisiche che governano gli eventi all’interno di questo sistema di riferimento, non fondamentale, ma emergente da una descrizione della realtà “background-independent”, come quella che la teoria della Loop Quantum Gravity cerca di sviluppare a partire da un modello “fondamentale” basato su Reti di particelle e relazioni tra di esse (Spin Networks). Il mio scopo sarebbe suggerire un’analogia con la Psicologia, ipotizzando che anche per quest’ultima sia possibile avere diversi livelli di descrizione, a partire da quello “fondamentale” basato su Reti di neuroni.

Per sviluppare questa analogia, penso sia utile innanzitutto uno sguardo a come dovrebbero collocarsi, secondo la mia comprensione, le varie teorie fisiche nello scenario auspicato dall’approccio cui faccio riferimento.

Come abbiamo detto più volte, il livello base di descrizione è dato appunto dalle Spin Network. A partire da questo livello, si “costruisce” lo spazio fisico, come entità emergente, e questo comporta alcune particolari caratteristiche per lo spazio; in particolare, abbiamo già visto che è quantizzato e che è, diciamo così, “olografico”.
All’interno di questo “spazio emergente” con le sue proprietà, dovremmo attenderci di ritrovare le “normali” teorie fisiche che abbiamo sviluppato all’interno dei modelli “background-dependent”. Nella figura ho voluto evidenziare due ulteriori livelli di descrizione:

  • Uno legato alla dinamica di base, che include le leggi che governano gli oggetti microscopici. Le grandezze fisiche che caratterizzano questo livello sono velocità, cariche elettriche, energie dei singoli costituenti della materia.
  • Uno ultra-macroscopico o su grande scala, che studia fenomeni “globali”, o perché intrinsecamente di scala cosmologica, o perché relativi a agglomerati di materia da studiare attraverso parametri statistici. Tipicamente, a questo livello si descrivono i sistemi attraverso relativamente “poche” proprietà termodinamiche (energia media, entropia, temperatura) o appunto cosmologiche.

Il livello di grande scala ha come componenti quelle studiate dal livello di base, e quindi è teoricamente “riducibile” ad esso, ma le grandezze fisiche che descrive hanno senso solo a livello aggregato. E’ importante comunque osservare che entrambi questi livelli hanno come “sfondo” lo spazio-tempo, con le sue proprietà (che abbiamo visto in parte essere determinate dal livello “fondamentale”), e proprio per questo i modelli fisici già conosciuti ci dettano in qualche modo le regole per definire, a partire dal livello fondamentale, lo spazio fisico e tutte le altre grandezze “emergenti”.

A mio parere, è ragionevole mutuare uno schema analogo per la Psicologia; anche in questo caso, infatti, vi sono (almeno) due livelli di descrizione possibili: quello dei singoli processi cognitivi o, con termine più generico, mentali (ad esempio i processi percettivi, o la formazione delle emozioni di base), e quello che considera la personalità dell’individuo nel suo complesso, guardando ai fenomeni “macroscopici”, per così dire, associati ad essa. A questo punto, sarebbe bello poter dire di avere anche per la Psicologia delle teorie consolidate in grado di descrivere in modo completo i due livelli di cui parlo, ma temo che non sia così. Proprio per questo, può essere interessante continuare a ragionare sulle implicazioni del processo di “emersione” a partire dal caso della Fisica, per capire se ne può derivare qualche implicazione sulle caratteristiche che dovrebbero avere le teorie psicologiche.

Principio Olografico e spazi emergenti: applicazione alla Teoria della Mente

Perbacco, che titolo roboante ha questo post. Un lettore avveduto temerà di esserne deluso, e avrà probabilmente ragione, ma non ho saputo trovare una sintesi migliore di quello di cui vorrei parlare.

Nel post precedente, ho nuovamente evidenziato che il Principio Olografico è una proprietà dello spazio (ignoriamo per ora la componente temporale) che necessariamente consegue alla "costruzione" dello spazio stesso a partire da un modello base "a rete", in cui le particelle (con le loro proprietà) e le loro interazioni (ossia gli "eventi") costituiscono archi e nodi della rete stessa:

spin network
Una struttura a rete di questo tipo a voi non fa venire in mente nulla? A me ha fatto venire in mente un altro tipo di rete: quella dei neuroni del nostro cervello. Ok, state pensando che i miei stiano funzionando decisamente male, e che topologicamente parlando tutte le reti si assomigliano. E' vero, però è proprio questo il punto a cui volevo arrivare, e vediamo quali implicazioni potrebbe avere questa osservazione.

Consideriamo quindi la rete dei nostri neuroni, ma sgombriamo prima il campo da un possibile equivoco: proprio come per gli Spin Networks, non sto qui parlando necessariamente di una rete fisica, ma di un modello astratto; diciamo che parlo di un modello connessionista del cervello umano. La Rete che consideriamo potrà coincidere o meno con l'organizzazione fisica dei neuroni di un cervello materiale, oppure ne potrà essere una versione idealizzata e semplificata, un modello funzionale: l'importante è che sia un modello adatto a descrivere le unità fondamentali del cervello e le loro relazioni. Fatta questa premessa diciamo metodologica, per semplicità d'ora in poi parlerò come se la Rete coincidesse con la struttura neuronale effettiva del cervello.
Quindi, se ha senso definire un modello del cervello come Rete di neuroni (con le loro proprietà) e relazioni ("connessioni") tra essi, e questo modello è di fatto topologicamente equivalente a una Spin Network (a patto di reinterpretare la semantica di nodi, archi e proprietà associate a nodi ed archi¹, ma una diversa semantica non altera la topologia), allora tutto quello che abbiamo imparato sulle Spin Network ci dimostra che a partire dalla Rete è concettualmente possibile definire in modo rigoroso delle proprietà emergenti, come lo "spazio" delle Spin Network. E proprio come la definizione dello spazio viene fatta per "ritrovare" uno "sfondo" familiare, all'interno del quale si collocano le grandezze (velocità, forze, correnti elettriche, ecc.) e i fenomeni dinamici (dagli urti tra biglie alle reazioni nucleari) che costituiscono il corpus della Fisica, lo stesso dovrebbe valere per il cervello. Dunque, chiediamoci: qual è il livello di descrizione che vorremmo veder emergere a partire dal modello "fondamentale" del nostro cervello?

La risposta è semplice: vorremmo ritrovare il nostro modello di Mente, lo "spazio" di sfondo nel quale si collocano i fenomeni mentali (credenze, ricordi, processi cognitivi, emozioni) e la loro dinamica. E' infatti nei termini di questo "modello macroscopico" che siamo in grado di comprendere e descrivere noi stessi e le persone che ci circondano: è questo il dominio della Psicologia.
Ebbene, l'analogia che abbiamo condotto ci consente almeno di concludere che il modello psicologico della Mente non solo non è in conflitto con quello "connessionista", o se vogliamo neuronale, ma che dalla validità di quest'ultimo si dimostra che consegue la possibilità di definire un modello macroscopico emergente, sufficientemente ricco e complesso da poter ospitare un concetto di "sfondo" e una varietà di enti, forze e dinamiche almeno pari a quella che utilizziamo per descrivere il mondo fisico. Mi sembra un risultato interessante.

Ma non dimentichiamo di essere arrivati qui dopo un lungo excursus consacrato al Principio Olografico: dal momento che il Principio Olografico è una caratteristica necessaria dello "spazio" costruito a partire dal modello a Spin Network, è suggestivamente plausibile che sia una proprietà presente anche in un non altrettanto ben precisato modello "emergente" della Mente. Come potremmo interpretarlo in questo caso? Sarà l'argomento del prossimo post.


¹ E' ragionevole pensare che volendo definire una corrispondenza tra Spin Networks e Reti Neurali si dovrebbero far corrispondere "archi" delle une ai "nodi" delle altre. Confesso che non ho approfondito.

Quale teoria psicologica dovrebbe “emergere”?

Nel post precedente, ho proposto un'idea probabilmente un po' bislacca: ho preso spunto da una teoria fisica, la Loop Quantum Gravity basata sulle Spin Network (teoria che peraltro al momento è ancora un "cantiere aperto", e che non è chiaro se raggiungerà i suoi obiettivi. Con un bel po' di ottimismo, sto facendo riferimento all'approccio delle Spin Network "come se" l'erculeo programma di ricerca che i Fisici teorici si propongono fosse già stato completato) per costruire un'analogia verso la Teoria della Mente e la Psicologia.

Ricapitolando brevemente, le Spin Network rappresentano un modello della realtà fisica che non considera lo spazio un'entità "fondamentale", mentre lo sono le particelle e le loro correlazioni. Lo spazio fisico viene "costruito" come proprietà "emergente" delle Reti, e l'obiettivo del programma di ricerca che citavo è quello di riuscire a "ricostruire" la Fisica a noi nota all'interno di questo spazio "secondario", ridefinendo opportunamente le entità e le leggi della normale dinamica.
E' importante osservare che la "ricostruzione" dello spazio e delle grandezze fisiche che utilizziamo normalmente per definire quello che nello spazio "ordinario" accade non è un passo logicamente necessario della teoria, ma è reso necessario dalla nostra esigenza di "saldare" la descrizione a livello di Spin Network con le modalità con cui noi siamo in grado di osservare il mondo, con le categorie descrittive che ci sono familiari e congeniali, e in ultima analisi con la formulazione della scienza fisica che abbiamo costruito e che sappiamo essere "esatta" in rapporto appunto al tipo di rappresentazione cui abbiamo accesso cognitivamente parlando.

L'analogia che ho proposto, quindi, implicherebbe che, a partire dalla descrizione del cervello come Rete, si "costruisca" un livello di descrizione "emergente" che in qualche modo consenta la "saldatura" con un modello macroscopico della Mente adeguato al nostro livello di percezione e comprensione dei processi mentali, sia in termini introspettivi che di comprensione delle menti altrui. Abbiamo quindi bisogno di una teoria psicologica da prendere come riferimento e verso cui dovrebbe convergere l'ipotetico modello "emergente" della mente umana.
Nel post precedente, ho parlato di credenze, emozioni, processi cognitivi, come di "entità" che potrebbero popolare questo modello "macroscopico". Tuttavia, fin qui restiamo all'interno di quella che viene comunemente chiamata Folk Psychology, ossia praticamente il modello che ognuno di noi usa intuitivamente di fronte ai fenomeni mentali; ma proprio come la Fisica non si identifica con la comprensione intuitiva che abbiamo dei fenomeni fisici, anche per quelli psicologici ci occorre una teoria più solida e sistematica (insomma, più scientifica) rispetto alla Folk Psychology. Tuttavia, ahimè, in questo campo non abbiamo una teoria unica, coerente e rigorosa come in Fisica, ma una serie di approcci e teorie parziali e qualitative tra cui è difficile scegliere (specie per un Incompetente).

Quindi, penso possa essere utile portare un po' più avanti l'analogia con la Fisica, per trarne qualche elemento di ispirazione. Passiamo al prossimo post…

Ma dove siamo andati a parare?

A questo punto, chi non ha ancora perso la pazienza potrebbe chiedere dove stiamo andando a parare, ammesso che io ne abbia una qualche idea. Proviamo a riassumere:
  1. Gli ologrammi hanno certe proprietà, tra cui, importanti, il fatto che le informazioni in essi codificate non sono in relazione isomorfa (sto ancora aspettando che qualcuno preparato in matematica mi corregga su questo punto, ma facciamo finta di poter usare questo termine nel senso un po’ generico che intendo) con l’oggetto "reale" che rappresentano e che esse sono il frutto dell’elaborazione di un oggetto dimensionalmente superiore a quello dell’immagine.
  2. Il Principio Olografico suggerisce che, almeno in certi contesti, la riduzione olografica delle dimensioni non comporti necessariamente una perdita di informazione.
  3. In particolare, il Principio Olografico applicato all’entropia dei buchi neri dimostra che è possibile rappresentare in modo olografico su una superficie a N-1 dimensioni un’informazione equivalente a quella contenuta in una struttura dinamica N-dimensionale inaccessibile all’osservazione.
  4. L’esame del funzionamento del cervello ha suggerito a diversi osservatori (forse un po’ eterodossi, diciamo così) l’idea che esso ospiti contemporaneamente un sistema corticale sensoriale-attuativo conforme alla struttura percettiva-propriopercettiva e un sistema "profondo" di codifica e memorizzazione delle informazioni che avrebbe proprietà qualitativamente analoghe a quelle di un ologramma.

Orbene, ecco dove stiamo andando a parare: in virtù delle analogie con la Fisica che ho proposto (e quindi senza alcuna pretesa di rigore logico), trovo stimolante la congettura che la relazione oggetto-ologramma del punto 4 possa essere invertita. Ossia che il nostro cervello possa ospitare contemporaneamente:

  • Processi mentali (perdonate questo termine generico) "superficiali" nel senso di osservabili, che hanno una corrispondenza diretta e "isomorfa" con il mondo esterno inteso in senso ampio (percezioni, propriocezioni, azioni, atti linguistici, ecc. ed estensivamente tutti i pensieri potenzialmente esprimibili con tali atti)
  • Processi mentali "profondi", e come tali inaccessibili anche all’introspezione, non esprimibili con atti linguistici e anzi non isomorfi ad alcuna rappresentazione cognitiva esplicita.

In questa classificazione (che non pretende, almeno in prima istanza, di essere esaustiva di tutti i processi mentali) ho effettuato un passo importante: ho incluso tra i processi superficiali:

  • quelli connessi alle nostre facoltà cognitive, intendendo con questo, tra l’altro, che i processi cognitivi sono indissolubilmente dipendenti dall’esperienza del mondo esterno e di noi stessi intesi come fonte di sensazioni ed emozioni esplicite, oltre che delle "altre menti" che pure sono parte del mondo esterno
  • quelli almeno potenzialmente correlabili a un’espressione linguistica, in quanto questa potenzialità li rende comunicabili e pertanto è sufficiente ad attribuire loro una relazione isomorfa con un atto osservabile (reale o potenziale non è qui rilevante)

In questo approccio, che ammetto non essere assolutamente rigoroso e va semmai inteso come puramente esplorativo, trovo interessante pensare appunto di capovolgere l’idea del cervello olografico, e considerare i processi profondi come l’oggetto, iperdimensionale e inaccessibile, di cui ci è concesso osservare il "semplice" ologramma, ossia i processi superficiali che, con altro e più impegnativo termine, potrei chiamare i processi mentali coscienti.

Ecco, più o meno, dove volevo arrivare: se accettiamo l’analogia della nostra mente con un buco nero, potremo dire che essa inghiotte tutto ciò che percepiamo, elaborandolo e immagazzinandolo in una forma inaccessibile dall’esterno, e che all’orizzonte di questo buco nero corrispondono le funzioni mentali coscienti su cui è "impressa" una rappresentazione non isomorfa del contenuto del buco nero, la cui dinamica interna è ignota ma si manifesta attraverso la nostra mente cosciente.

E con questo, mi sono forse avviato anch’io sulla strada di chi pubblica su Internet "fondamentali intuizioni incomprensibilmente ignorate dalla comunità scientifica"…

Il cervello olografico

Dopo la digressione del post precedente, torniamo al nostro tour olografico. Avevamo parlato di alcune applicazioni in Fisica del cosiddetto Principio Olografico, interpretato in versione più o meno “forte”. Ma la Fisica non è l’unica scienza ad aver tratto ispirazione da, o meglio ad aver tentato di incorporare nei suoi modelli, i concetti base dell’olografia.
 
 
Tra questi, alcuni studiosi di neuroscienze hanno prescelto quello di olonomia, che inteso genericamente (esistono diverse accezioni specialistiche di questo termine, a partire dalla topologia, ma qui prendetelo nel senso che sto per spiegare) sta a indicare la proprietà per cui ogni parte dell’ologramma contiene informazioni sull’intera figura da rappresentare, e viceversa ogni parte della figura tridimensionale è rispecchiata nella totalità dell’ologramma. Questa proprietà fa sì che l’intera figura originale sia ricostruibile, sia pure con una qualità d’immagine degradata, anche da porzioni limitate dell’ologramma, a differenza di quanto accadrebbe se ci fosse una corrispondenza diretta tra parti dell’ologramma e parti della figura tridimensionale originale.
Questa specie di “robustezza” dell’ologramma ha interessato alcuni ricercatori che cercavano una spiegazione delle capacità del nostro cervello. In particolare, secondo Karl Pribram, che parla di una teoria del Cervello Olonomico, alcune capacità mnemoniche e percettive sembrano poter essere spiegate da una forma di “elaborazione e memorizzazione distribuita” basata su algoritmi simili alle Trasformate di Fourier. Una discussione dettagliata di questa idea è fuori degli scopi di questo post e temo anche di questo blog (potete trovarne un interessante resoconto qui). Per quanto questo tema abbia suscitato l’interesse anche di un fisico “eterodosso” come David Bohm, che collaborò con Pribram, non è su questo che vorrei focalizzare questo excursus e peraltro il loro approccio si trasforma abbastanza rapidamente in un trampolino verso tesi New-Age che sono lontane dai miei interessi.
Mi riservo semmai qualche futura riflessione sul perché la Trasformata di Fourier abbia le proprietà sopra citate di “robustezza” e “olonomia”.
 
Quello da cui vorrei invece prendere più direttamente spunto è una proposta che temo sia poco accreditata (quando si legge una frase come “ho pubblicato nel 1968 una comunicazione su questo argomento alla rivista Nature e “ho sottoposto questo materiale a Science e a Nature, ma non l’hanno pubblicato”, viene da ritenere che la comunità scientifica non abbia esattamente fatto a cazzotti per il privilegio di approfondire le idee dell’Autore), ma chi è un Incompetente per giudicare l’autorevolezza delle idee altrui?
 
Dicevo, quindi: ho il piacere di invitarvi a fare la conoscenza di un certo Dr. Peter Chopping, che secondo una nota biografica di Amazon è stato un oncologo, già capitano nell’Esercito Britannico durante la II Guerra Mondiale, in cui fu fatto prigioniero dai Giapponesi e gestì una radio clandestina per tre anni. Tutto questo, effettivamente, non depone a favore del suo prestigio accademico… Comunque, dicevo, Chopping ha scritto un libro dal titolo Holographic Brain, di cui trovate ampi stralci sul suo sito, e nel quale Chopping tra l’altro propone la visione proposte nell’immagine qui sotto del rapporto tra corteccia sensoriale (che ha una corrispondenza “diretta” con gli stimoli sensoriali e quindi è “non-olografica”) e corteccia “superiore” nella quale l’organizzazione delle informazioni sarebbe “olografica”, nel senso lato che ho accennato prima.
 
Questo tipo di modello è peraltro simile a quelli in uso nelle reti neurali impiegate nei software di Intelligenza Artificiale, e quindi sarei forse potuto arrivare a questo stesso tema senza fare il “giro” dagli ologrammi, ma mi piace di più così. Il modello base di una rete neurale (input-elaborazione-output) è riportato nell’immagine qui sotto, tratta dalla relativa voce di Wikipedia.
 
 
Per ora mi fermo qui, ma non temete (sic), il prossimo post è già quasi pronto, e chiudo questo solo per ragioni di leggibilità.

Il Principio Olografico: siamo tutti ologrammi?

Nel post precedente, abbiamo visto che, secondo l’attuale teoria sulla termodinamica dei buchi neri, l’entropia di un buco nero (o, se preferiamo, la massima quantità di informazione che esso può contenere; abbiamo già incontrato questa relazione tra entropia e informazione in un vecchio post di tutt’altro argomento) è proporzionale alla superficie del suo orizzonte, e che questo implica una corrispondenza tra la configurazione interna del buco nero (in termini di meccanica statistica, i gradi di libertà interni, che sono in questo caso inaccessibili dall’esterno) e la configurazione superficiale, il cui "quanto" minimo è della dimensione della lunghezza di Planck. Questa corrispondenza richiama il concetto di ologramma, inteso in modo generale come rappresentazione a N-1 dimensioni di un oggetto N-dimensionale.

A questo punto, alcuni fisici hanno proposto di generalizzare questo risultato, e ipotizzare che questa proprietà "olografica" non sia esclusivamente attribuibile al volume di spazio all’interno dell’orizzonte di un buco nero (peraltro, ricordiamo che l’orizzonte di un buco nero è una superficie virtuale, e non corrisponde a nessun "confine" materiale), ma sia valida per qualsiasi parte dello spazio, e infine anche per l’Universo in generale. Questo è il cosiddetto Principio Olografico. Come "corollario", deriva che in virtù di questa corrispondenza, è equivalente studiare la fisica della "superficie olografica" anziché quella del "volume" in essa racchiuso, e studiare quindi un "universo" bidimensionale anziché tridimensionale. Ma se la superficie bidimensionale è un "ologramma" di uno spazio tridimensionale, come facciamo a sapere se viviamo "veramente" in uno spazio tridimensionale e non in uno spazio bidimensionale che produce una "illusione olografica" di tridimensionalità? Entriamo in un territorio bizzarro, dove sarebbe di casa M. C. Escher…

Ebbene, per quanto bizzarro possa sembrare,  il Principio Olografico ha anche delle conseguenze che, in linea di principio, potrebbero essere osservabili. Se tutta l’informazione presente in un volume di spazio deve poter essere "trascritta" sulla superficie dello spazio stesso in caselle di dimensione fissata, questo vuol dire che la densità dell’informazione (e quindi della materia, visto che a ogni particella di materia è associata dell’informazione) non può superare un limite massimo, oltre il quale "non ci sarebbe abbastanza spazio" sulla superficie per "olografare" tutta l’informazione contenuta. Quindi, se il Principio Olografico è vero, deve esistere una "granularità" minima alla quale è possibile osservare le proprietà microscopiche della materia e dello spazio-tempo, un po’ come ogni immagine ha una sua "densità di pixel": il Principio Olografico implica che esiste una densità di pixel massima, oltre la quale non è possibile "ingrandire" la struttura dell’Universo, così che se avessimo una "fotocopiatrice" così potente potremmo accorgerci di aver raggiunto il limite massimo. Ma c’è qualcuno che stia cercando di lavorare a un ingrandimento così microscopico?

In un certo senso sì. Esistono esperimenti che cercano di osservare le Onde Gravitazionali, che sono (dovrebbero essere, visto che nessuno le ha mai osservate) microscopiche "increspature" dello spazio-tempo; dato che sono difficilissime da osservare, gli strumenti per rilevarle sono sensibilissimi, e hanno bisogno di essere calibrati con enorme attenzione per eliminare il "rumore" derivante da altre cause (un po’ come il rumore elettromagnetico che rende difficile captare trasmissioni radio molto deboli). Ovviamente, se esistesse un limite alla granularità dell’Universo, questo avrebbe l’effetto di una fonte ineliminabile di "rumore"; un fisico (Craig Hogan) ha calcolato che l’entità del "rumore" derivante dal Principio Olografico dovrebbe essere abbastanza grande da essere rilevabile da un apparato per la ricerca delle Onde Gravitazionali in via di messa a punto, il GEO 600. Ebbene, pare che gli scienziati che lavorano sul GEO 600 fossero effettivamente alle prese con del fastidioso rumore che non riuscivano a eliminare… ovviamente ora, come annunciano qui, sono invece ansiosi di verificare se stiano osservando l’effetto della struttura fine dello spazio-tempo.

Insomma, potremmo tutti far parte di un gigantesco ologramma… o, chissà, dell’ologramma di un ologramma!