Perché il Mercato non è “Meritocratico”

Nel post precedente, ho cercato di spiegare perché secondo me Giustizia e Meritocrazia non sono la stessa cosa. Questo non vuol dire che la Meritocrazia sia di per sé ingiusta, piuttosto che non basta la presenza di un sistema meritocratico efficiente per fare in modo che una società (intesa in senso largo) sia “giusta”.

Un’altra convinzione diffusa, ma non per questo necessariamente esatta, è che un modo per realizzare la Meritocrazia sia lasciar fare al Mercato. Il senso di questo ragionamento è: il Mercato ottimizza “spontaneamente” l’efficienza, e dato che la Meritocrazia è un sistema per ottenere l’efficienza, il Mercato distribuirà la ricchezza in modo tale da ricompensare automaticamente il Merito, e meglio di quanto farebbe un sistema basato sul giudizio umano, con tutte le implicazioni di fallibilità e distorsione che quest’ultimo comporta.

Questo ragionamento, almeno prima facie, sembra persuasivo, e merita quindi sicuramente di essere approfondito. A questo scopo, tuttavia, è opportuno delimitare preliminarmente il tipo di sistema Meritocratico che prendiamo in considerazione. Infatti, come abbiamo chiarito, la Meritocrazia, in quanto caso particolare di sistema basato su incentivi, potrebbe essere applicata a qualsiasi ambito e all’interno di qualsiasi sistema di valori; per fare solo un paio di esempi:

  • in una comunità scientifica di pari, il prestigio e la credibilità sono (idealmente) derivanti dai contributi di ricerca forniti da ciascuno alla comunità stessa
  • su Internet, nei forum o nei social network, in genere esistono dei meccanismi “premianti” in termini di “reputazione” per chi risponde alle richieste altrui o mette a disposizione i contenuti più interessanti

In questi casi, e in diversi altri che si potrebbero citare come esempio, il sistema meritocratico è basato su un obiettivo condiviso (ad esempio, l’avanzamento della ricerca scientifica) che definisce una scala di valori preesistente al sistema meritocratico, e su un meccanismo premiante “democratico” (in questi particolari casi) che “ripaga” i contributori più meritevoli “con la stessa moneta”, ossia con premi di natura coerente con i valori di riferimento della comunità. Questi esempi, che sono relativi ad ambiti “non economici”, ossia in cui non c’è uno scambio esplicito di beni e/o denaro, evidenziano bene il carattere generale della Meritocrazia, e un’altra sua differenza rispetto alla Giustizia come Equità: quest’ultima, infatti, se intesa come Giustizia Distributiva, non può prescindere dalla natura dei beni e delle risorse da distribuire, nel senso che è plausibile che i criteri di equa distribuzione dell’accesso all’acqua potabile possano e debbano essere diversi da quelli di distribuzione, poniamo, delle lauree honoris causa. In alcuni ambiti, la Giustizia Distributiva non si applica, e l’Equità si identifica con l’eguaglianza delle opportunità, che è parte integrante di un sistema meritocratico efficace.

Volendo tornare al confronto tra Meritocrazia e Mercato, è quindi necessario restringere l’ambito della nostra analisi ai casi in cui il valore di cui si intende incentivare sia di tipo economico, e quindi potenzialmente nell’ambito di efficacia dell’Economia di Mercato. Questo è peraltro anche il caso più comune di applicazione della Meritocrazia, il caso, ad esempio, in cui essa trova applicazione in ambito aziendale; in questo caso, il Merito si definisce, direttamente o indirettamente, in termini di risultati economici (direttamente se viene misurato in “unità monetarie”, indirettamente se viene misurato in termini di beni considerati strumentali alla produzione di ricchezza). È quindi in questo ristretto ambito, escludendo possibili sistemi di valori alternativi, che ha senso chiedersi se Meritocrazia e Mercato possano essere considerati equivalenti (e quindi se sia possibile contare sul secondo per ottenere gli effetti che si vorrebbero produrre con la prima); è importante tenere presente questo aspetto: per tutti i sistemi di valori non riconducibili al profitto, il “Mercato” non può produrre una dinamica equivalente a un sistema di incentivi meritocratico.

Espressa in altri termini, la domanda è questa: qualora il “valore condiviso” da perseguire sia il profitto, e il sistema premiante sia anch’esso basato sul denaro, si può considerare equivalente l’effetto del “Mercato” a quello di un sistema meritocratico, o, in termini ancora più semplici, si può dire che, nei limiti citati, l’Economia di Mercato è intrinsecamente meritocratica? A questo punto, dobbiamo richiamare la definizione di Meritocrazia che abbiamo dato all’inizio, un paio di post fa, e ricordare che la Meritocrazia implica necessariamente il concetto di uguaglianza delle opportunità. Ma cosa vuol dire in pratica “uguaglianza delle opportunità”? Vuol dire che c’è Meritocrazia se esistono delle politiche che controbilanciano attivamente le differenze originali di opportunità (dovute, ad esempio, alla famiglia o alla classe sociale di origine, o alla razza, o al sesso) garantendo che le opportunità di produrre risultati “eccellenti” e i criteri premianti siano dipendenti il più possibile solo dalle azioni delle persone e dalla loro efficacia, e non dal “background” familiare, culturale o sociale.

In Meritocracy, Redistribution, and the Size of the Pie di R. Bénabou, un altro capitolo del già citato libro Meritocracy and Economic Inequality, questa distinzione è discussa e tradotta in termini matematici, ed è poi riportata un’accurata analisi di un modello quantitativo per la valutazione del “grado di Meritocrazia” di un sistema. Senza tentare di riportarne qui una sintesi, vorrei proporre invece alcune mie considerazioni, che non rispecchiano necessariamente quelle degli autori che ho via via citato:

  1. Il Mercato massimizza il profitto a breve termine (ossia alloca le risorse in modo da massimizzare il profitto derivante dal loro utilizzo). È chiaro che, a parità di qualità personali, un individuo che ha una posizione di partenza avvantaggiata sarà in grado di produrre un profitto maggiore e più rapidamente di chi parte in svantaggio; la dinamica di Mercato tenderà a concentrare le risorse là dove esistono già delle posizioni di vantaggio (economicamente, politicamente, ecc.). In altre parole, il Mercato non garantisce l’eguaglianza delle opportunità, anzi: garantisce solo che a parità di opportunità gli individui più produttivi otterranno i profitti maggiori. Non è quindi necessariamente vero che un’Economia di Mercato, tout court, favorisca in modo decisivo la mobilità sociale basata sul merito (certamente la favorisce di più rispetto a un sistema, ad esempio, aristocratico, o basato sulla cooptazione delle élite).
  2. Mentre la Meritocrazia non garantisce la Giustizia Distributiva, ma introduce delle disuguaglianze che sono “giustificate” da un criterio condiviso di Merito (nei limiti in cui i valori rispetto ai quali si misura il Merito sono in armonia con un’etica di riferimento, ed eventualmente controbilanciati da corrispondenti azioni di Giustizia Distributiva), il Mercato distribuisce le risorse secondo una pura logica di massimizzazione del profitto, senza nessun riferimento a un sistema esterno di valori (se non si consideri il profitto stesso un valore).
  3. La Meritocrazia, favorendo la mobilità sociale, garantisce in ultima analisi una maggiore efficienza a lungo termine. Il Mercato, invece, produce un “massimo locale” di efficienza, che può essere contemporaneamente più “iniquo” del punto di equilibrio di un sistema meritocratico, e meno “produttivo” nel lungo termine.

In conclusione, mi sembra che sia giustificato concludere che, come non è possibile identificare Meritocrazia e Giustizia, tentando quindi di ottenere la seconda applicando la prima, non è neanche possibile identificare Mercato e Meritocrazia, immaginando che il primo garantisca ipso facto la seconda. Questo non vuol dire né che la Meritocrazia sia “ingiusta” (ossia che non sia possibile che una società in cui è ampiamente diffuso il metodo meritocratico sia anche equa), né che il Mercato sia “antimeritocratico”. Significa, più semplicemente, che se si vuole che in un’Economia di Mercato viga un sistema meritocratico di incentivi occorre apportare dei correttivi, che in una certa misura compenseranno e “distorceranno” alcune delle dinamiche naturali del Mercato; e vuol dire che se si vuole che in presenza di un sistema premiante meritocratico sia soddisfatto anche un principio di equità distributiva delle risorse, è necessario introdurre dei correttivi redistributivi che, in parte, compenseranno le differenze introdotte dalla Meritocrazia, attenuandone gli effetti (e anche, ovviamente, riducendone la teorica efficacia).

Perché la Meritocrazia non è “Giusta”

Torno, dopo un bel po’ di tempo, al tema della Meritocrazia. Nel post precedente, osservavo che una possibile schematizzazione della Meritocrazia richiede la presenza di tre condizioni necessarie perché questa possa sussistere:

  • L’Uguaglianza delle Opportunità
  • La Disuguaglianza dei Benefici
  • Un complesso sistema di valutazione, selezione e remunerazione

Tuttavia, è chiaro che, perché possa esistere un sistema di valutazione, deve preventivamente essere definito un criterio di valutazione, e cioè, in sostanza, cosa sia il Merito.

Se lo chiede, efficacemente, Amartya Sen in “Merit and Justice” un capitolo del libro antologico “Meritocracy and Economic Inequality”, rendendo evidente quello che dovrebbe essere ovvio, ossia che il Merito può essere definito solo in base a uno schema di valori esterno, di “ordine” più elevato. È insomma, preliminarmente, necessario definire i valori e le priorità che riteniamo “positivi” per poi pensare di premiare i comportamenti “meritevoli”, ossia quelli che producono effetti “desiderabili”. Come dice Sen, Una volta che si accetti una visione strumentale del merito, non si può evitare di considerare contingente la natura del suo contenuto, collegata alla caratterizzazione di una società buona (o accettabile) e ai criteri in base ai quali effettuare le valutazioni(la traduzione e il grassetto sono miei). Inoltre, aggiunge giustamente Sen, la Meritocrazia è una forma di incentivazione: un metodo per ricompensare le azioni concrete, “in dipendenza dal bene che producono, e in particolare dal bene che può essere prodotto premiandole” (traduzione, corsivi e grassetto sono miei).

Ma la strumentalità della Meritocrazia ha anche un’altra implicazione: la non identificabilità della Meritocrazia con la Giustizia (intesa come Equità). La Giustizia, infatti, almeno comunemente intesa, è autonoma, e incorpora i criteri di valutazione che la guidano. La Meritocrazia risponde invece a criteri ad essa esterni, e ha come obiettivo l’efficacia, non l’equità (è possibile che il sistema di valori che definisce gli obiettivi della Meritocrazia sia orientato all’equità, ma questo è un dato esterno al sistema meritocratico). Né si può dire che, anche qualora il sistema di valori in base al quale si definisce il Merito incorporasse un principio di eticità o di equità, se ne possa concludere che il sistema di incentivi meritocratici che ne deriverebbe sarebbe etico o equo. Questo punto merita forse un chiarimento, nell’evidenziare le differenze tra Meritocrazia e Giustizia.

La Giustizia, intesa come Equità distributiva, imporrebbe che a parità di Merito corrisponda parità di premio. Viceversa, un sistema meritocratico potrebbe premiare, ad esempio, il merito in un settore professionale in modo diverso che in un altro, perché l’obiettivo è l’efficacia, e non l’equità distributiva. È solo all’interno di un’area omogenea che a parità di Merito corrisponde necessariamente parità di premio. Inoltre, l’equità non riguarda solo il rapporto tra i premi dei meritevoli, ma anche il rapporto tra il trattamento dei più meritevoli e quello di chi comunque svolge correttamente il proprio compito. L’equità, infatti, impone che il divario tra i “primi della classe” e chi merita “sei e mezzo” non possa superare un certo limite (dipendente dai criteri di giustizia distributiva che si scelgono), mentre un sistema puramente meritocratico non include vincoli di questo tipo.

Se invece prendiamo in considerazione la Giustizia come Etica, allora la discrepanza con la Meritocrazia è ancora più netta: la Meritocrazia, in quanto sistema incentivante, è basata sulla valutazione e promozione dei risultati, e non delle intenzioni. In altre parole, la Meritocrazia è teleologica. Viceversa, l’Etica, almeno nelle teorie più diffuse nella filosofia morale, è deontologica, ossia valuta le azioni per il loro carattere apriori, e non per i risultati che ne conseguono. Fa eccezione l’Etica utilitaristica, che è appunto teleologica, ma che è molto poco seguita, e che a mio parere presenta difficoltà concettuali insolubili.

In sintesi, la Meritocrazia:

  • non incorpora una definizione autonoma di Merito, che non è un concetto generale, ma contingente a uno specifico ambito e dipendente da un criterio di valore esterno e preesistente al sistema meritocratico;
  • non può essere identificata con la Giustizia nella sua accezione di Equità distributiva, in quanto i principi e le finalità dell’Equità non coincidono con quelli della Meritocrazia;
  • non può essere identificata con la Giustizia nella sua accezione di Eticità, in quanto la natura teleologica della Meritocrazia lo esclude (a meno di sistemi etici estremamente peculiari).

Da tutto ciò consegue che è errato pensare di utilizzare il meccanismo meritocratico come “chiave universale” per realizzare una “Società Giusta”, qualunque cosa questo possa significare. La Meritocrazia può essere un efficace meccanismo di incentivazione, da applicare in ambiti delimitati, con obiettivi di ottimizzazione di un “valore” di agevole valutazione e che il cui perseguimento possa essere efficacemente migliorato grazie a un sistema di premi.

Infine, è interessante prendere in considerazione il caso in cui un sistema di incentivi è mirato a favorire la disponibilità di un bene X; è in questo caso verosimile che esso funzioni meglio se i premi consistono nella distribuzione di appropriate quantità del bene X. In questo modo, il sistema dei premi è alimentato dai risultati stessi delle azioni incentivate, e di conseguenza è possibile creare un sistema che si autosostenga. Un sistema meritocratico robusto, quindi, eroga premi nella stessa “unità di misura” che usa per la valutazione del merito. Per quanto questo possa essere applicabile a diversi modelli (ad esempio, si potrebbe immaginare un sistema premiante basato sulla reputazione, grazie al quale chi compie atti che aumentano il prestigio di una comunità venga “remunerato” appunto in termini di prestigio personale), non è sorprendente che questo tipo di sistemi sia particolarmente usato in contesti di tipo economico, dove sia le valutazioni che i premi possono, direttamente o indirettamente, essere ricondotti a grandezze economiche, o più volgarmente a denaro.

Nel prossimo post, spiegherò perché, almeno secondo  me, la Meritocrazia non equivale neanche all’applicazione delle leggi di mercato ai processi economici nell’ambito delimitato per il quale si sta ipotizzando di costruire un sistema di incentivazione.

Meritocrazia o Giustizia? (Parte prima)

Tutti noi ci chiediamo spesso se viviamo in una società giusta (o no? Io me lo chiedo spesso, o, meglio, mi chiedo come dovrebbe essere la nostra società per essere più giusta), ma è molto dubbio che abbiamo tutti la stessa idea di cosa sia la Giustizia. Per Giustizia qui intendo, ovviamente, non quella legata all’applicazione della legge da parte dei tribunali, ma quella che potrebbe più esattamente forse essere chiamata Equità, o, usando il più efficace termine inglese, Fairness. In linea di massima, nel seguito cercherò quindi di usare questo termine per evitare ambiguità.

A mio parere, la nozione popolare di Equità nel corso degli ultimi decenni è cambiata, sottilmente, senza che ci sia stato un vero dibattito sulla questione. Eppure, in teoria, questa nozione popolare è quella che dovrebbe sottendere ai criteri con cui lo Stato interviene sulla distribuzione della ricchezza e sul welfare, e quindi essere una delle pietre angolari (forse, la pietra angolare) della nostra convivenza. Mentre si discute spesso di specifiche applicazioni dei principi di equità (ad esempio sulla fiscalità generale e su come distribuirne il gettito), è invece molto più raro incontrare un dibattito sull’Equità sociale in sé, e l’assenza di dibattito non può che limitare la consapevolezza collettiva dei criteri che implicitamente guidano le scelte politiche. Ecco perché l’Incompetente ha deciso di provare a scalfire la superficie di un problema molto serio, sperando di metterne in luce qualche aspetto interessante.

Dicevo che a mio parere il concetto di Equità, o quello collegato di Giustizia Distributiva (ossia quella forma di Giustizia che si espleta nella distribuzione delle risorse, intrinsecamente scarse, nella società), ha subito delle profonde, seppur silenti, trasformazioni negli ultimi decenni. Una volta, per definire una ripartizione equa delle risorse, si sarebbe partiti da una posizione egualitaria, che considerasse una disponibilità di risorse uguali per tutti come una “condizione primitiva” rispetto alla quale ragionare per differenza volendo trovare una distribuzione migliore.

Questa è la posizione sostenuta nel più importante lavoro di filosofia politica del Novecento, A Theory of Justice pubblicato da John Rawls nel 1971. Secondo Rawls, le disuguaglianze nella ripartizione dei beni materiali (ossia nella ricchezza di ciascuno) sono ammissibili solo se il loro effetto è che i più svantaggiati ne ottengono un beneficio. Perché questo possa accadere, ovviamente, occorre che le disuguaglianze forniscano un incentivo a chi può beneficiarne, in modo però che ne derivino “ricadute sociali” positive tali da migliorare il benessere delle persone che di tali incentivi non fruiscono direttamente. È istruttivo osservare che questa posizione fu, all’epoca, criticata a partire da posizioni Egualitarie in quanto vista come una giustificazione dellle differenze sociali esistenti.
Questa è la tesi espressa dal più autorevole autore del Novecento, come dicevo, che rappresenta almeno nominalmente un punto di riferimento essenziale per la Filosofia Politica. Eppure, mi sembra che da queste tesi ci siamo allontanati, e parecchio.

Per comprenderlo, estrarrei un brano dell’articolo di Wikipedia sull’Egualitarismo, anzi sull’ Egalitarianism, visto che l’articolo è in inglese, che cita un “sostenitore” dell’Egualitarismo (la traduzione è mia):
«Uguaglianza non significa una stessa quantità [per tutti], ma uguale opportunità… Non commettete l’errore di identificare l’uguaglianza nella libertà con l’uniformità forzosa delle prigioni. […] Esigenze e preferenze individuali differiscono, come anche i desideri. È la pari opportunità di soddisfarli che costituisce la vera uguaglianza».
 
Come si vede, l’autore fa un gran pasticcio, mescolando l’Egualitarismo (che dovrebbe consistere nel considerare desiderabile ridurre al minimo le differenze tra le condizioni di vita di ciascuno) con l’uguaglianza delle opportunità, che è invece una componente essenziale della Meritocrazia (per la quale appunto tali differenze sono indispensabili). A sua volta, la Meritocrazia è spesso identificata tout court con l’Equità, ed invocata come condizione necessaria e sufficiente per garantire una distribuzione soddisfacente delle risorse. Ma cos’è la Meritocrazia?
Volendo darne una definizione banale, potremmo dire che si tratta di una politica distributiva che incentiva e premia il merito, indipendentemente dalle caratteristiche “non pertinenti” di una persona (ad esempio, la razza, il sesso, la famiglia di origine, ecc.). Tuttavia, questa definizione è priva di significato se non la elaboriamo un po’. Ad esempio, potremmo dire che la Meritocrazia implichi l’esistenza contemporanea di una serie di condizioni, che provo a elencare “a ritroso”, cioè dal punto di arrivo a quello di partenza:

1)      Esiste un sistema di incentivi per cui:
a.       Diverse posizioni lavorative e sociali comportano diversi livelli di “retribuzione”
b.      All’interno di coloro che occupano posizioni equivalenti, vengono ulteriormente premiati i più “meritevoli”
2)      Esiste un sistema di valutazione e selezione per cui le posizioni “privilegiate” sono assegnate a coloro che producono i migliori risultati, indipendentemente da ogni altra considerazione;
3)      Dal momento che la capacità di produrre risultati eccellenti si costruisce in un percorso formativo, e che per poter dimostrare questa capacità è necessario poter accedere ad appropriati sbocchi lavorativi, una condizione necessaria per l’esistenza di un sistema meritocratico è la cosiddetta Uguaglianza delle Opportunità (Equality of Opportunities, in inglese).

In altre parole, la Meritocrazia implica:
–          L’Uguaglianza delle Opportunità
–          La Disuguaglianza dei Benefici
–          Un complesso sistema di valutazione, selezione e remunerazione

Nei prossimi post, cercherò di affrontare alcune questioni che conseguono abbastanza naturalmente a queste premesse.

In fila per tre!

Eccezionalmente, per quelle che sono le abitudini di questo blog, mi soffermo a commentare un fatto di attualità. Più esattamente, vorrei fermarmi a commentarne i commenti, cercando di mantenere una posizione equilibrata nonostante che, ahimè, nella questione ci sia di mezzo anche, sia pur in parte, la politica.

Il fatto è costituito dalla diffusione dei dati dei test PISA 2009. Saprete già, probabilmente, che il PISA è un test applicato ogni tre anni ai ragazzi delle scuole di tutti i paesi aderenti all’OCSE; il test misura le conoscenze e le capacità relative alla lettura, alla matematica e alle scienze. L’Italia, storicamente, fa una magra figura.
Quest’anno, l’Italia continua a essere al di sotto della media OCSE in tutti gli indicatori, ma i risultati mostrano un miglioramento (mediamente di circa il 3,7%), e si potrebbe discutere su se sia un risultato positivo, e quanto.
Il dato però più clamoroso, in questa edizione del test, è che per la prima volta al test hanno partecipato anche gli studenti dell’area di Shanghai. Non si tratta dei primi studenti cinesi inclusi nel PISA: già nelle edizioni precedenti, ad esempio, erano stati inclusi studenti di Hong Kong, con risultati lusinghieri e al livello dei primissimi. Ma con Pechino le cose sono andate diversamente: in tutte le categorie i risultati degli studenti cinesi sono stati largamente migliori di quelli di tutto il resto del mondo, con margini anche notevoli.

Quello che vorrei però commentare, come dicevo, sono i commenti: quello del Corriere.it, che comprende una dichiarazione del ministro Gelmini, quello del Sole24Ore, e quello del New York Times.

L’articolo del Corriere è decisamente ottimista, sottolinea i progressi dei nostri studenti, e lascia ampio spazio alle trionfali parole del ministro Gelmini: «È un risultato che ci rende orgogliosi. In questi anni si è investito tanto sulla valutazione degli apprendimenti e ora i risultati ci premiano». Quanto alla Cina, l’articolo si limita a dire che è in testa alla graduatoria, davanti a Corea e Finlandia (che poi seguono nell’ordine la Cina solo nella classifica relativa alla lettura, ma non cerchiamo il pelo nell’uovo). Un commento, onestamente, estremamente deludente, e per di più che dimentica, e lascia dimenticare al ministro, che il test è stato svolto nella primavera 2009, e che quindi i due terzi del triennio in cui le cose per i nostri studenti sono leggermente migliorate ricadevano nella precedente legislatura, sotto il vituperato governo Prodi.

Se seguisse la stessa logica, l’articolo del New York Times dovrebbe commentare i risultati dei ragazzi americani con gli stessi toni ottimistici: i ragazzi USA (che non brillano in modo particolare, ma sono comunque più in alto dei nostri in classifica) hanno anch’essi lievemente migliorato le loro prestazioni. Invece, l’articolo centra la sua attenzione sul risultato della Cina, e sul preoccupante gap dei risultati tra gli studenti di Shanghai e gli americani; non solo, ma anche il segretario all’Istruzione commenta i dati con allarme: «Dobbiamo vederli come una sveglia. Possiamo cavillare sui risultati, oppure affrontare la brutale verità che gli altri ci superano nella qualità dell’istruzione». Insomma: almeno a parole, gli USA non si accontentano della mediocrità, e soprattutto vedono la Cina come un concorrente micidiale, laddove evidentemente non si preoccupavano più di tanto finché al vertice delle graduatorie c’erano Corea, Singapore o Finlandia.

L’articolo del Sole è una via di mezzo: mette in luce il risultato cinese (sia pure sfumandolo) e si concentra poi su quello italiano, toccando quello che anche a me sembra il tema per noi più interessante: la variabilità dei risultati. Dice il Sole, in sintesi: «la straordinaria variabilità di risultati non si può attribuire ad alcun fattore sociologico esterno, ma solo alla diversa qualità degli insegnanti». Giusta osservazione, almeno in parte: sarebbe interessante capire quali caratteristiche degli insegnanti siano effettivamente influenti sull’apprendimento dei ragazzi.

In effetti, se ci si prende la briga di leggere qualcosa di più nel rapporto (per carità, basta l’Executive Summary, che però è forse già troppo per politici e giornalisti di casa nostra), si vede che in particolare per l’Italia le performance dei ragazzi dipendono moltissimo dalla qualità della disciplina in classe, e pochissimo dalla qualità del rapporto tra insegnanti e studenti. Per qualità della disciplina, si intende sostanzialmente il livello di attenzione e di ordine che l’insegnante riesce a ottenere in classe; per qualità del rapporto personale tra studenti e insegnanti, si intende quello percepito dagli studenti, anche in termini di attenzione e disponibilità all’aiuto degli insegnanti verso gli studenti.

Insomma: ci servono insegnanti che sappiano farsi rispettare e non fare gli amici degli studenti, e studenti che stiano attenti in classe anziché mandare SMS o ascoltare musica. Suona un po’ retrogrado, forse, ma come al solito noi crediamo ai numeri, no?

Era Meglio Morire da Piccoli

Dopo mesi di silenzio, torno sul tema delle pensioni e in particolare del calcolo dell’aspettativa di vita. Roba obiettivamente poco emozionante, a fronte delle meraviglie che la politica nostrana ci propone, ma questo è un blog apolitico, e le scoraggianti vicende di casa nostra le commento altrove.

Torniamo dunque all’aspettativa di vita. Abbiamo visto infatti che tra qualche anno l’età minima pensionabile sarà “aggiornata”, diciamo così, in funzione degli incrementi dell’aspettativa di vita. Nel mio post precedente ho già criticato alcuni aspetti “metodologicamente” dilettanteschi di questo criterio di calcolo, e quindi ora vorrei concentrarmi in particolare su come si stima l’aspettativa di vita (residua).

Premetto che tutti i dati quantitativi che proporrò sono prelevati dal sito dell’ISTAT, o sono mie rielaborazioni degli stessi. Ovviamente, è possibile che io li abbia interpretati o utilizzati male, nel qual caso sono l’unico responsabile degli errori che possono conseguirne. Attenzione, che ora la faccenda diventa noiosissima, ma non so che farci; per chi non abbia tempo o voglia di leggere tutto, sintetizzo: i dati disponibili avvalorano la tesi che le stime ISTAT sull’aspettativa di vita siano sistematicamente troppo basse. La conseguenza di questo, paradossalmente, sarebbe una penalizzazione ulteriore dei futuri pensionati, che si ritroverebbero a dover andare in pensione più tardi per “scontare” anche incrementi di longevità già acquisiti da generazioni precedenti ma non ancora “contabilizzati” dalle statistiche ISTAT, troppo prudenziali.

Le grandezze in osservazione
Per ogni anno dal 1974 al 2007, sul sito ISTAT è riportata una serie di dati per ciascuna classe di età E tra zero e 119 anni, tra cui ci concentreremo sulla probabilità di sopravvivenza PS fino alla fine dell’anno, dato che in ogni caso gli altri parametri sono tutti correlati tra loro, e quindi identificato l’andamento di PS è possibile poi ricavarne gli altri parametri interessanti, e in particolare l’aspettativa di vita residua VR in anni.

Il mio  intento è quindi discutere alcuni aspetti potenzialmente dubbi della metodologia con cui l’ISTAT stima PS per il futuro.

Per indicare in modo più generale i dati sulle probabilità di sopravvivenza (effettivi cioè basati sulla rilevazione del tasso storico di mortalità, o proiettati cioè basati su stime derivate da dati relativi a anni precedenti), riformulerò la notazione di PS nel modo seguente, in modo da semplificare anche il mio ragionamento (si fa per dire: scoprirete da soli quanto poco attendibile sia questa mia promessa di semplicità):

Indicherò con PSA2(A1, AN) la probabilità di sopravvivenza fino a fine anno di una persona nata nell’anno AN, calcolata per l’anno A1 sulla base dei dati disponibili fino all’anno A2. E’ chiaro che se A2 >= A1 tale probabilità è rilevata su dati effettivi. Il valore da utilizzare in questo caso (dati storici) è quello che possiamo indicare con PSA1(AN) , ossia la probabilità di sopravvivenza fino a fine anno di una persona nata nell’anno AN, rilevata nell’anno A1. In altri termini, PSA>=A1(A1, AN)= PSA1(A1, AN)= PSA1(AN).
Ah, dimenticavo: nel seguito, userò solo i dati relativi ai maschi. Se usassi anche quelli delle femmine finirei per dover esprimere l’idea che le donne debbano avere una pensione significativamente più bassa degli uomini e/o andare in pensione diversi anni dopo, ed esprimere questo tipo di opinioni nuocerebbe gravemente alla (mia) salute.

L’approccio ISTAT
Come dicevo, i dati ISTAT disponibili vanno dal 1974 al 2007. In realtà, però, se ci poniamo la semplice domanda: “qual è la migliore valutazione dell’aspettativa di vita residua di un sessantacinquenne sulla base dei dati noti fino al 2007?”, l’ISTAT risponde utilizzando i soli dati del 2007: PSA1(A>A1, E)= PSA1(E) per tutte le età E. In altre parole, se io voglio calcolare l’aspettativa di vita residua nel 2007 di una persona nata nel 1942, ho bisogno di stimare tutti i valori PS2007(1942), PS2007(2008,1942), PS2007(2009,1942) e così via. E’ vero, come sembra assumere l’ISTAT, che la migliore stima di PS2007(2008,1942) sia PS2007(2007,1941), e lo stesso per tutte le età? Secondo me, no. Nel fare questo, non si tiene conto delle differenze nel tasso di sopravvivenza tra persone nate in anni diversi, e quindi alla fine, all’ampliarsi della differenza di età, tra generazioni diverse.  Dire che la probabilità che un sessantacinquenne di oggi avrà nel 2020 di arrivare al settantaseiesimo anno di età è uguale (può essere stimata al meglio essere uguale) alla probabilità che un settantacinquenne di oggi arrivi al suo settantaseiesimo compleanno significa ignorare le differenze di mortalità tra le due classi di età, e in altre parole significa ignorare tutti i dati di mortalità tranne quelli relativi al 2007. Non sembra una scelta ottimale.

Un approccio alternativo?
D’accordo, ma quale potrebbe allora essere un approccio alternativo? Se gli ultimi dati di cui dispongo sono quelli del 2007, e voglio stimare la probabilità che un nato nel 1942 di allora sia sopravvissuto fino al suo sessantaseiesimo compleanno, devo non solo conoscere PS2007(1942) ma anchestimare PS2007(2008,1942), ossia la sopravvivenza, nel 2008, dei nati nel 1942 e l’ISTAT come stima utilizza PS2007(1941), ossia la sopravvivenza, nel 2007, dei nati nel 1941 ossia l’ultimo valore disponibile per gli uomini di quell’età. Quale altro valore potrebbe rappresentare una stima migliore?
La mia idea è che una stima migliore debba tenere conto della differenza eventualmente rilevata negli anni precedenti tra la mortalità dei nati nel 1942 e quella dei nati nel 1941.
Infatti, se il rapporto R1942(A1)=(PSA1(1942)/ PSA1-1(1941)) fosse sempre maggiore di 1 per tutti gli anni A1 fino al 2007, ossia i nati nel 1942 si fossero dimostrati “più resistenti” dei nati nel 1941, sarebbe logico attendersi la stessa cosa per il 2008. Più formalmente, si potrebbe dire che il valore atteso di R dovrebbe essere espresso come E(R1942(A1+1))=f (R1942(A1), …, R1942(A1-M)), posto di avere i dati relativi agli M+2 anni precedenti A1. E’ chiaro che resterebbe da determinare la forma della funzione di stima f(x), che dovrebbe essere ricavata empiricamente, ad esempio con il metodo dei minimi quadrati.
La stima così ottenuta per R(A1+1) potrà essere usata, insieme agli altri dati, per stimare R(A1+2), e così via.

Un esempio di applicazione
A titolo puramente illustrativo, adotterò per f(x) la funzione di interpolazione lineare di Microsoft Excel applicata ai soli 10 anni precedenti. Ovviamente una funzione di questo tipo è un esempio rozzo, ma potrà essere utile per evidenziare qualitativamente l’effetto dell’approccio descritto.
Se prendiamo in esame appunto i nati nel 1942 (che nel 2007 hanno compiuto 65 anni, l’età di riferimento per la pensionabilità), il grafico seguente mostra la differenza tra l’andamento del tasso di sopravvivenza previsto dall’ISTAT e quello previsto da questa “proiezione alternativa”:
Le due curve coincidono, ovviamente, per il periodo in cui il valore di PSA(1942) è rilevato da dati effettivi (ossia fino a A=2007). Da quel momento in poi, si vede che la nostra proiezione alternativa è sistematicamente superiore a quella ISTAT, ossia prevede una maggiore longevità. E’ importante osservare che i valori riportati nel grafico (i PS) non rappresentano la popolazione superstite a una certa età, ma la quota di superstiti rispetto alla popolazione dell’anno precedente. Se si dovesse calcolare la popolazione superstite a partire da quella nota del 2007, i fattori si cumulerebbero e la differenza tra le due stime sarebbe amplificata.

Come verificare la bontà del metodo proposto?
Ovviamente, sebbene appaia verosimile che il metodo proposto sia migliore di quello attualmente adottato dall’ISTAT nelle tabelle cui facciamo riferimento, dato che utilizza informazioni di trend che l’altro ignora, è da dimostrare che a fronte della maggiore complessità esso porti risultati effettivamente migliori.
A questo scopo, ovviamente, è possibile utilizzare le serie storiche di dati disponibili per simulare l’applicazione nel passato del metodo alternativo e confrontarne le previsioni con quelle che l’ISTAT avrebbe fatto nello stesso momento.
A scopo nuovamente del tutto illustrativo, ho provato ad applicare i due approcci spostandoci di 15 e 10 anni “nel passato”, simulando quindi di adottare come ultimo anno di cui siano disponibili i dati il 1992 e il 1997, e confrontando le due “proiezioni” con i dati effettivamente rilevati negli anni seguenti. Il risultato è riportato nelle figure seguenti:

E’ evidente che, almeno in questi casi, la proiezione alternativa è preferibile a quella ISTAT, anche se rimane mediamente più bassa dei dati reali. In altre parole, l’aspettativa di vita appare ancora sottostimata, ma decisamente meno di quanto accade per la stima ISTAT.

Conclusioni  e possibili approfondimenti                                  
Sia pure nei limiti di un’applicazione estremamente grossolana, mi sembra si possa dire che è verosimile che le stime pubblicate dall’ISTAT sull’aspettativa di vita residua siano migliorabili. Apparentemente, anzi, c’è la possibilità che siano sistematicamente troppo prudenti, e che l’incremento di longevità prevedibile per i prossimi anni sia ancora più forte di quello indicato. Sarebbe interessante applicare questo approccio in modo più compiuto e verificarne la bontà rispetto a quello più semplice usato dall’ISTAT in modo sistematico e non puntuale come ho provato a fare sopra; inoltre sarebbe certamente opportuno ricalcolare i valori proiettati dell’aspettativa di vita, anche per verificare se le differenze tra le due proiezioni giustifichino la maggiore complessità di quella che suggerisco.

Migliori risultati rispetto alle formule da me usate si potrebbero ottenere adottando forme più generali (ad esempio polinomiali) per f(x), e/o permettendo a PSA(AN) di dipendere non solo dai valori di PSA(AN-1), ma anche da quelli delle classi di età precedenti (ossia tenere conto di trend potenzialmente più complessi nelle variazioni di longevità tra diverse “generazioni”).
Tutti questi approfondimenti, auspicabili o meno che appaiano agli addetti ai lavori, sono ahimè superiori alle forze di un povero Incompetente. Devo anzi confessare, a mio disdoro, che per predisporre i grafici che vedete sopra ho dovuto portare al limite le mie abilità su Excel, col serio rischio che io abbia commesso qualche grossolano errore senza accorgermene. La mia consolazione è che con tutta probabilità non ve ne accorgerete neanche voi

Matusalemme e la tartaruga

Inutile nasconderlo: la maggioranza di coloro che si trovano oggi intorno alla cinquantina, come me, si trovano in una curiosa situazione.

Da un certo punto di vista, siamo una generazione fortunata. Chi di noi ha attraversato incolume le ricorrenti crisi che si sono verificate dalla seconda metà degli anni ’90 ha visto, solitamente dall’osservatorio privilegiato di un impiego a tempo indeterminato, nuove generazioni affacciarsi sul mondo del lavoro e trovare pochi e risicati spazi, contratti precari, prospettive incerte e mutevoli, concorrenza spietata. Onestamente, se ripenso al me stesso che, appena uscito dall’università, cominciava a lavorare con l’unica preoccupazione di fare bene il suo lavoro, non so se oggi me la caverei.

Da un altro punto di vista, siamo una generazione in crescente difficoltà. Vediamo l’attività produttiva in Italia decadere progressivamente, almeno in certi (molti) settori, i lavoratori tra i 55 e i 60 arrivare faticosamente, con “scivoli”, calci e qualche sacrificio, alla pensione, e le aziende chiedersi come fare a liberarsi di noi, che costiamo molto rispetto ai giovani “precarizzati”. Sappiamo benissimo che se cadiamo dalla scialuppa su cui siamo accalcati non riusciremo a risalire, e sarà tanto se potremo aggrapparci a un gavitello di passaggio; e peraltro vediamo allontanarsi l’estremo approdo della pensione. Mi rendo conto di descrivere la situazione in termini un po’ estremi, ma questa è almeno una faccia della realtà italiana.

Ebbene, in questa situazione, il Governo ha inserito nella Finanziaria una norma che prevede l’adeguamento automatico dell’età pensionabile all’incremento dell’aspettativa di vita di un sessantacinquenne. L’adeguamento si calcolerebbe ogni tre anni a partire dal 2015, e comporterebbe sostanzialmente lo spostamento dell’età pensionabile in avanti di un tempo pari all’incremento di aspettativa di vita rilevato rispetto a tre anni prima. Potete leggere la norma, intricata come nelle migliori tradizioni del nostro Parlamento, ad esempio qui, in particolare nei commi 12 bis e 12 ter.

Orbene, vi sono alcune incongruenze grossolane in questo testo, cui farò cenno di sfuggita, e un problema più sottile che invece merita un’analisi approfondita.

Tanto per cominciare, se ben capisco il testo, per tutti coloro che vanno in pensione l’età si sposta della stessa quantità: uomini e donne, minatori e bidelli, sessantaduenni e sessantasettenni. Il parametro è per tutti l’aspettativa di vita di un sessantacinquenne (facendo la media tra uomini e donne).

In effetti, in pratica l’idea sarebbe di mantenere costante la durata media del periodo in cui una persona sta in pensione. Inutile dire che l’idea è penalizzante: se la longevità aumenta, e il numero di anni che passo in pensione resta uguale, aumenterà, sia in assoluto che in proporzione, il numero di anni in cui lavoro. Mentre oggi, in altre parole, all’allungarsi della vita la durata del periodo lavorativo resta (facciamo finta) uguale e si allunga il periodo della pensione (il che fa sì che tutti i migliori cervelli statistici d’Italia dicano che “il sistema non si sostiene”), domani succederà il contrario, provocando così, in teoria, un danno equivalente al lavoratore. Ma evidentemente quello che è insostenibile per l’Inps è sostenibilissimo per un lavoratore ultrasessantacinquenne.

Poi, si dice esplicitamente che se l’aspettativa di vita scende, l’età pensionabile non diminuisce. Bizzarro, no? Se in un triennio l’aspettativa di vita passa, che so, da ottant’anni a settantanove, l’età pensionabile resta (poniamo) di sessantacinque anni; se poi nel triennio successivo l’aspettativa di vita cresce e torna a ottant’anni, l’età pensionabile sale a sessantasei anni. Ci vuole un genio, per escogitare una cosa del genere, ma per fortuna a noi geni di questa fatta non mancano.

Su tutto ciò si potrebbe disquisire anche a lungo, ma non è questa la mia intenzione. Voglio invece affrontare il punto centrale di tutto questo meccanismo: come si determina l’aspettativa di vita? Quali dati e quali algoritmi usa l’Istat (il soggetto individuato dalla norma citata) per prevedere quanto resta da vivere in media a un sessantacinquenne? E, infine, c’è qualcosa in questi calcoli che susciti qualche riflessione perplessa in un Incompetente?
Restate sintonizzati, e lo saprete.

Ma quando andremo in pensione?

E con quanti soldi al mese dovremo tirare avanti?

In questi tempi in cui:

  • quelli intorno alla sessantina vorrebbero andare in pensione, magari tra un anno o due, e non si considererebbero dei privilegiati per questo;
  • quelli intorno alla cinquantina come me hanno paura di perdere il lavoro e non trovarne mai più un altro, con la prospettiva di doversi mantenere per molti anni con i risparmi che hanno messo da parte e senza sapere che cosa attendersi per la pensione;
  • quelli intorno alla trentina stanno lavorando con contratti che prevedono pochi contributi, se non addirittura in nero, e considerano la pensione una sorta di Chimera, un’entità leggendaria la cui funzione è solo toglier loro altri soldi dalla busta paga, che servono a pagare agli anziani di oggi una rendita di cui loro non godranno mai,

in questi tempi, dicevo, il Governo ha deciso di introdurre nella Finanziaria una norma che prevede, dal 2015, di "adeguare" l’età minima per la pensione all’aspettativa di vita, così come calcolata dall’Istat. D’altronde sappiamo tutti che si vive sempre di più, e qualunque esperto conferma che l’incremento di longevità rende ormai ineludibile una revisione dei parametri del nostro sistema pensionistico.

Poteva l’Incompetente restare indifferente di fronte a un argomento così rilevante per tutti, eppure così oscuro per quasi tutti?

Poteva: ci sono cose molto più divertenti di cui occuparsi, come ad esempio le notizie relative a possibili viaggi nel tempo basati sul teletrasporto quantistico. Ma, poi, ho pensato che da una grande ignoranza derivano grandi responsabilità, e, anche se mi piacerebbe dedicarmi ad astruse questioni di Fisica, ho deciso di andare a capire meglio un paio di cose:

  1. Come fa l’Istat a calcolare l’aspettativa di vita? E’ proprio vero che stiamo diventando sempre più longevi?
  2. Se è vero che la vita si allunga, è anche vero che per questo motivo le regole di calcolo delle pensioni sono diventate insostenibili, se non si sposta in avanti anche l’età di pensionamento?

Se l’argomento non vi annoia troppo, restate sintonizzati. Altrimenti, ne riparliamo quando sarete in pensione e avrete un sacco di tempo a disposizione…

Pomigliano: tiriamo le somme

Proviamo, dopo aver presentato alcune possibili ragioni per solidarizzare con l’una o l’altra posizione in gioco sull’affaire Pomigliano, a tirare le somme. In questo post, insomma, proverò a esprimere la mia posizione personale.

Prima premessa: contro la forza, la ragion non vale. Quand’anche per assurdo si dovesse concludere che da un punto di vista strettamente economico la Fiat avesse torto nel pretendere una radicale revisione delle modalità di lavoro a Pomigliano, i rapporti di forza sono tali che io in questo momento raccomanderei al sindacato di accettare.

Seconda premessa: tutti i dati e le considerazioni che ho presentato sono generali, e non specificamente centrati sulla realtà di Pomigliano. Nel documento di Marchionne che ho già citato, si dice che gli interventi degli anni passati hanno risolto i problemi di qualità dello stabilimento, che però finora ha prodotto modelli la cui domanda è bassa e quindi insufficiente a saturare la capacità produttiva degli impianti (nel 2009 è stato prodotto solo il 15% delle auto teoricamente producibili, e non per scarsa produttività, ma perché non ci sarebbe stato modo di venderne di più). C’è stato un uso massiccio della cassa integrazione.

La scommessa della Fiat nel puntare su Pomigliano richiede quindi innanzitutto un investimento da parte dell’azienda, visto che senza cambiare tipo di produzione non avrebbe senso chiedere un maggiore impegno ai lavoratori. E’ pienamente legittimo che in vista di questo investimento la Fiat chieda certezze ai sindacati: Pomigliano deve funzionare, se deve produrre uno dei modelli di punta: una volta collocata lì la produzione non è che poi la Fiat possa spostarla. Pomigliano deve garantire standard di efficienza e qualità tali da remunerare l’investimento dell’azienda. Le "anomalie di contesto", se ci sono, devono essere sanate, o altrimenti per la Fiat non ha senso investire.

Ma per questo, secondo me, non è necessario e non è giusto trasformare Pomigliano in un "laboratorio" della spirale discendente di diritti e condizioni di lavoro. L’Italia, come gli altri Paesi europei, deve prendere una decisione strategica su come rispondere alla concorrenza internazionale. Nel mondo, ci sarà sempre una "Polonia", ossia un luogo dove sia possibile produrre a costi più bassi; se accettiamo la logica dell’alternativa tra lo smantellamento delle attività produttive (non solo dell’industria manifatturiera) e l’abbassamento delle condizioni di lavoro, imbocchiamo una strada che condurrà intere categorie all’impoverimento o a una qualità di vita inaccettabile.
Ebbene, la mia opinione è che non è vero che questo sia l’unico modo per le aziende per fare profitti; questo è piuttosto il modo per fare i profitti più alti. Se la Fiat producesse la Panda in Italia, con condizioni di lavoro e costi italiani, avrebbe lo spazio per guadagnare, come ho cercato di dimostrare. Volere di più a spese delle condizioni di vita degli operai non è un obbligo imposto dal mercato, è un modo per fare più soldi, un obiettivo comprensibile per l’azienda ma non positivo per il "bene sociale". Un obiettivo, insomma, per cui la politica e gli osservatori non interessati non dovrebbero avere davvero motivo di fare il tifo.

Io credo che la Fiat abbia il diritto di chiedere e ottenere che Pomigliano lavori ai migliori livelli degli altri stabilimenti italiani, come Melfi o Mirafiori. Credo che il sindacato abbia l’obbligo di non difendere comportamenti lassisti, assenteismo, iperconflittualità. Ma credo che la Fiat e tutta l’industria italiana debba accettare il fatto che i loro profitti presenti e futuri non possono e non devono venire dall’abbassamento degli standard di vita dei loro dipendenti, né dallo svuotamento del ruolo dei sindacati. Ho cercato di dimostrare che le aziende possono fare oggi gli stessi profitti di dieci anni fa, anche nel mercato competitivo di oggi, senza ricorrere a questi mezzi; il punto è che alle aziende i profitti di dieci anni fa non bastano: vogliono di più.

Un’ultima notazione: naturalmente dire che una catena produttiva è in grado di generare profitti non vuol dire che questi profitti ci siano: se, ad esempio, una fabbrica efficientissima produce prodotti obsoleti, il mercato non li compra e l’azienda fallisce. Oppure, se i costi aggiuntivi rispetto a quelli di produzione sono sporporzionati rispetto alla concorrenza, l’azienda non è lo stesso competitiva. Però, in questi casi, l’intervento necessario non è sulla catena produttiva: è sul marketing, sul design, sull’organizzazione, sulle vendite, ecc.. Ancora una volta, queste considerazioni sono valide a partire dall’ipotesi che la Fiat sappia cosa sta facendo, ossia che il nuovo modello di autovetture da produrre a Pomigliano si venda bene e a un prezzo coerente con l’attuale mercato.

Pomigliano: perché la FIOM ha ragione

**** ATTENZIONE: QUANTO SEGUE E’ FRUTTO DELLA MIA INCOMPETENZA. PRENDETE CUM GRANO SALIS. NON SI ACCETTANO RECLAMI ****

Dopo qualche giorno dal referendum (che pare non abbia raccolto “abbastanza” sì… strano paese l’Italia!), torno sul tema Pomigliano per esaminare, stavolta, per quali ragioni si possa dire che Marchionne e la Fiat abbiano torto e la Fiom abbia ragione.

Ovviamente, come dicevo anche nel post precedente, Marchionne e la Fiat si comportano in modo perfettamente naturale dal loro punto di vista, se consideriamo l’ottica di una trattativa in cui ciascuna parte cerca di ottenere il massimo sfruttando tutto il potere contrattuale che ha. Dare “ragione” o “torto” alla Fiat o alla Fiom, quindi, ha senso solo se prendiamo per buone le affermazioni di tutte le parti in causa secondo cui ciascuno sostiene di avere a cuore la difesa dei posti di lavoro, o l’industria automobilistica in Italia, o il benessere del Mezzogiorno, o addirittura l’interesse nazionale.
Nel post precedente, ho evidenziato alcuni dati sul ritardo di produttività nell’industria italiana rispetto a quella europea, per non parlare di quella polacca (visto che l’attuale Panda si costruisce appunto in Polonia). Tuttavia, non tutta l’industria manifatturiera è uguale: vediamo i dati relativi alla produzione di veicoli a motore (auto, camion, ecc.) in Italia e in altri paesi europei dove questa industria è storicamente importante (tutti i dati presentati in questo post sono ripresi dal sito di Eurostat):

La Polonia ha ancora una produttività, intesa come valore aggiunto diviso costo del lavoro, molto superiore, ma ecco che abbiamo una sorpresa, anzi due:

  1. L’Italia ha una produttività più alta di Francia e Germania (che sono praticamente uguali);
  2. Negli ultimi anni, la produttività dell’Italia in questo settore è cresciuta, mentre avevamo visto che era calata nel complesso quella dell’industria manifatturiera.

Interessante? Andiamo avanti.

Nonostante questa competitività apparentemente maggiore della produzione italiana rispetto a quella tedesca o francese, in Italia si produce molto meno, in rapporto al consumo di automobili. Il grafico qui sotto illustra (in unità un po’ prive di senso [valore della produzione interna / auto immatricolate], scusatemi, dovrei farlo meglio questo lavoro, ma nessuno mi paga…) appunto il rapporto tra produzione interna e consumo interno.

In pratica, in termini grossolani, l’Italia, in rapporto a quante auto “consuma”, produce internamente meno della metà della Francia e meno di un quarto della Germania, nonostante che come abbiamo visto la produzione in Italia sia competitiva rispetto a questi paesi. Quindi, la Fiat negli anni 2000-2007, per cui sono disponibili questi dati, ha avuto una strategia molto più orientata alla produzione all’estero rispetto alle case tedesche e francesi, e non perché ci fosse un differenziale di competitività. Semplicemente, Francia e Germania hanno tutelato la produzione e l’occupazione interna, e l’Italia no.

Ma non è finita. Abbiamo visto nel post precedente che la crisi ha colpito duramente i margini delle imprese. Uno dei grafici che ho “rubato” alla Banca d’Italia dimostrava che il calo dei profitti era dovuto sia a un calo della produzione che a un calo del profitto per unità di prodotto, perché il calo della domanda ha fatto abbassare i prezzi e di conseguenza il margine unitario delle imprese manifatturiere. Da qui, la necessità di un recupero di produttività, inteso anche come riduzione del costo unitario del prodotto. Fin qui, tutto chiaro (anche se va tenuto conto che il calo dei profitti non vuol dire profitti negativi! Vuol dire che i profitti anziché crescere, per un paio d’anni sono diminuiti).
Però… però, come dicevo, c’è prodotto e prodotto, e c’è Paese  e Paese. Il grafico cui facevo riferimento riguardava tutta l’industria manifatturiera e tutta l’Europa. Ma cosa possiamo dire dell’industria automobilistica, in Europa e in particolare in Italia?
Scommetto che cominciate a sospettarlo. Guardate il grafico qui sotto:


A partire dal 2000, i prezzi delle auto in Italia sono saliti un po’ più che negli altri Paesi europei; e, certamente “grazie” agli incentivi, anche nella fase di crisi del 2008-2009, quando i prezzi nella zona Euro stagnavano o calavano, in Italia continuavano a salire. In altre parole, il mercato italiano delle auto è stato “sostenuto” non solo perché una parte delle auto nuove ricevevano incentivi statali, che abbiamo pagato tutti come contribuenti, ma perché tutte le auto nuove avevano un prezzo più alto di quello che il mercato avrebbe determinato in assenza di incentivi. Questa differenza l’hanno pagata tutti gli acquirenti di auto nuove, a favore delle case automobilistiche che hanno venduto in Italia. È vero, oggi gli incentivi non ci sono più; vedremo se il prezzo effettivo delle auto calerà.

Quindi, riassumendo:

  1. l’Italia per la produzione di autoveicoli è pienamente competitiva con paesi come Francia e Germania, anche se certo non con la Polonia;
  2. i produttori automobilistici di Francia e Germania hanno una quota di produzione interna molto maggiore di quella dei produttori italiani (ossia della Fiat);
  3. l’Italia è il Paese dove, grazie a un costo sostenuto sia dalle finanze pubbliche che dai consumatori, l’industria automobilistica è stata maggiormente protetta dagli effetti della crisi.

In questa situazione, la Fiat decide di chiudere uno stabilimento (Termini Imerese) e, per mantenere l’occupazione a Pomigliano, pretende di fatto di imporre condizioni di lavoro più gravose e una riduzione dei diritti dei lavoratori, senza offrire loro un centesimo in più. E’ bene che sia chiara una cosa: la produzione di automobili in Italia, alle condizioni del 2009, produce profitti e non perdite; profitti inferiori a quelli ottenibili con una produzione in “off-shore”, ma profitti non inferiori a quelli ottenibili in altri Paesi industriali dove non si suona il mandolino e non si mangia la pizza con la bufala.

C’è da stupirsi se la Fiom non ha accolto con un sorriso le richieste di Marchionne, visto che qualsiasi altra impresa italiana avrebbe motivi molto più fondati per chiedere le stesse cose (ossia un peggioramento senza contropartite del trattamento dei lavoratori che già non è che navighino nell’oro)? C’è da stupirsi se la Confindustria assiste al “negoziato” facendo il tifo per Marchionne e fregandosi le mani, sapendo bene quale seguito “a domino” avrà questa vicenda?

La mia domanda finale è: premesso che i dati che ho presentato possono essere stati estratti o interpretati male, avete trovato da qualche altra parte un’analisi di questo tipo, magari fatta bene anziché alla carlona come la mia? Ma perdiana, è possibile che io da Incompetente debba mettermi a fare le ricerche sui database dell’Eurostat anziché leggere un bell’articolo sul Corriere della Sera?

Nel prossimo post, sintesi e conclusioni dell’Incompetente.

Pomigliano: perché Marchionne ha ragione

Oggi è un giorno importante: i lavoratori di Pomigliano votano sulla proposta di “accordo” avanzata dall’azienda. Si tratta probabilmente della vicenda industriale più importante e più gravida di conseguenze della storia recente d’Italia, qualunque ne sia l’esito. La Fiat potrebbe spezzare definitivamente la difesa delle “protezioni” contrattuali e poi anche legali di cui “godono” oggi i lavoratori, oppure trovarsi alle prese con l’ennesimo nodo gordiano che strangolerebbe nella culla i piani di rilancio della produzione automobilistica in Italia. Non mi sembra fantasioso immaginare che il risultato della “questione Pomigliano” diventerà un modello di riferimento per tutta l’industria manifatturiera in Italia.

In questo post, proverò a esporre alcune ragioni per cui credo si possa dare ragione a Marchionne e alla Fiat. Dato che sono un po’ schizoide, nel prossimo post esporrò le ragioni per cui credo si possa dare torto a Marchionne. In questo modo conto di assicurarmi di avere contemporaneamente torto e ragione, maltrattando scientemente la logica aristotelica a me peraltro cara.

1: La scarsa produttività dell’Italia.
Tutti noi ci lamentiamo di guadagnare poco rispetto ai nostri colleghi stranieri; ebbene, è abbastanza vero, ma c’è un ottimo motivo: l’Italia ha una bassa produttività.
Peggio, la produttività del lavoro in Italia è in declino, mentre quella degli altri paesi (come sarebbe naturale) cresce. Guardate questo grafico, basato su dati Eurostat, che presenta la produttività del settore manifatturiero intesa come rapporto tra il valore aggiunto prodotto e il costo della manodopera:

La produttività dell’Unione Europea nel suo complesso cresce debolmente, mentre quella italiana nel 2007 era addirittura inferiore al 2000. Quindi, si potrebbe dire che non è vero che guadagniamo troppo poco, visto che in rapporto a quello che produciamo guadagniamo molto più dei polacchi e più anche della media UE.

Non a caso, un acuto commentatore economico, ossia il senatore Pietro Ichino, scrive in un suo articolo sulla questione di Pomigliano che uno dei più grossi problemi per l’Italia è la sua incapacità di attirare investimenti dall’estero: che motivi avrebbe un imprenditore per creare un’attività produttiva in Italia anziché altrove? Nessuno, come mostrano i dati sconfortanti esposti da Ichino. Quindi, nel momento in cui Marchionne, che deve avviare una nuova linea di produzione, decide di collocarla in Italia, anzi a Pomigliano, è perfettamente logico che come minimo pretenda di avere la certezza di poter contare su un’organizzazione del lavoro e un livello di conflittualità più vicini a quelli che troverebbe in Polonia.
Quale messaggio recepirebbero gli imprenditori italiani e stranieri se i lavoratori bocciassero la proposta di Marchionne? Quali residui spazi per investimenti nell’industria manifatturiera esisterebbero in Italia? Ahimè, sono domande fin troppo facili.

2: I morsi della crisi.
Tutto quanto sopra sarebbe forse già sufficiente, ma c’è un altro fattore importante da considerare: la crisi economica. Questa crisi, nata e pasciuta come crisi finanziaria, ha colpito duro le imprese, e continua a farlo.
In una pubblicazione della Banca d’Italia, ricca di interessanti dati, per evidenziare la presenza della crisi si usa il diagramma qui sotto, che è relativo al complesso dell’Eurozona. Come si vede, le variazioni sui profitti (attenzione: non i profitti, ma le variazioni) diventano negative nella seconda metà del 2008, e cominciano a far rilevare una timida ripresa all’inizio del 2010. Dal momento che i profitti sono determinati dai volumi di beni prodotti e dal profitto per unità di prodotto, è interessante osservare che entrambi questi fattori sono calati durante la crisi, a indicare un’accentuata contrazione della domanda, non accompagnata da una parimenti accentuata riduzione dei fattori di costo della produzione, in particolare del costo del lavoro.

Particolarmente colpita dal calo dei margini di profitto è stata l’industria manifatturiera, come si vede dall’altro diagramma qui sotto.

La cosa non è del tutto sorprendente, in quanto la riduzione della domanda porta a una riduzione della produzione che, nel caso dell’industria manifatturiera, non porta tuttavia a una proporzionale riduzione dei costi, in quanto la minore saturazione degli impianti comporta una maggiore inefficienza. Questo è quanto è accaduto in particolare in alcuni impianti Fiat in Italia, mentre in Polonia la produzione è proseguita a pieno ritmo, tanto che nell’intervento di Marchionne citato nel mio post precedente si sottolinea che nel 2009 in Polonia, dove sono impiegati 6.100 dipendenti sono state prodotte 600.000 vetture, mentre negli stabilimenti italiani, dove sono impiegati complessivamente 22.000 dipendenti, sono state prodotte solo 650.000 auto.

Ci si può sorprendere se la Fiat vuole aumentare l’efficienza nei suoi stabilimenti in Italia?

Per tutte queste ragioni, signori della Corte, oggi vi invito ad accogliere l’istanza di Sergio Marchionne. Nei prossimi giorni, la parola passerà alla difesa della Fiom.