Ben trovato, WordPress…

Abbandonato Splinder per cause di forza maggiore, eccoci su WordPress, che mi sembra anche più valido. Ringrazio vivamente il supporto di WordPress.com, che mi ha aiutato a trasferire il blog recuperando anche la maggior parte dei commenti (ciò che da solo non ero riuscito a fare). Ho dovuto tuttavia fare un pesante lavoro di editing sui vecchi post per adeguarli, è possibile che siano rimaste delle formattazioni sbagliate per cui chiedo scusa.

Grazie ai vecchi e nuovi lettori che vorranno seguire le mie curiosità e contribuire con i loro commenti.

Coming up: Meritocrazia o Giustizia?

Nell'ultimo post, ho parlato del livello di qualità dell'istruzione e del sapere nei diversi paesi. E' ragionevole ritenere che, oltre a eventuali differenze strutturali, le differenti performance dei giovani studenti nei diversi contesti culturali e sociali dipendano fortemente dagli incentivi che i giovani stessi ricevono a essere eccellenti.

In Italia, ad esempio, come sappiamo, l'eccellenza fa fatica a farsi strada, in un mondo in cui è presa nella tenaglia delle relazioni (familiari, di clan, clientelari) e dell'apparenza (ciarlatanesca, estetica, formalistica). In altre parole, l'Italia non è un paese meritocratico, e questo è un male, in quanto a essere incentivati sono "altri" comportamenti e caratteristiche delle persone, che tipicamente non producono "esternalità positive", anzi.

In questa situazione, si è fortemente tentati di identificare tout court la Giustizia (intesa come Equità, o meglio ancora Fairness in inglese) e la Meritocrazia: una società giusta è quella che consente ai migliori di emergere, e che premia il merito.
Il prossimo post (non mi impegno su quando sarà) si chiederà appunto se questa identificazione è corretta, e fino a che punto.

Ma quando andremo in pensione?

E con quanti soldi al mese dovremo tirare avanti?

In questi tempi in cui:

  • quelli intorno alla sessantina vorrebbero andare in pensione, magari tra un anno o due, e non si considererebbero dei privilegiati per questo;
  • quelli intorno alla cinquantina come me hanno paura di perdere il lavoro e non trovarne mai più un altro, con la prospettiva di doversi mantenere per molti anni con i risparmi che hanno messo da parte e senza sapere che cosa attendersi per la pensione;
  • quelli intorno alla trentina stanno lavorando con contratti che prevedono pochi contributi, se non addirittura in nero, e considerano la pensione una sorta di Chimera, un’entità leggendaria la cui funzione è solo toglier loro altri soldi dalla busta paga, che servono a pagare agli anziani di oggi una rendita di cui loro non godranno mai,

in questi tempi, dicevo, il Governo ha deciso di introdurre nella Finanziaria una norma che prevede, dal 2015, di "adeguare" l’età minima per la pensione all’aspettativa di vita, così come calcolata dall’Istat. D’altronde sappiamo tutti che si vive sempre di più, e qualunque esperto conferma che l’incremento di longevità rende ormai ineludibile una revisione dei parametri del nostro sistema pensionistico.

Poteva l’Incompetente restare indifferente di fronte a un argomento così rilevante per tutti, eppure così oscuro per quasi tutti?

Poteva: ci sono cose molto più divertenti di cui occuparsi, come ad esempio le notizie relative a possibili viaggi nel tempo basati sul teletrasporto quantistico. Ma, poi, ho pensato che da una grande ignoranza derivano grandi responsabilità, e, anche se mi piacerebbe dedicarmi ad astruse questioni di Fisica, ho deciso di andare a capire meglio un paio di cose:

  1. Come fa l’Istat a calcolare l’aspettativa di vita? E’ proprio vero che stiamo diventando sempre più longevi?
  2. Se è vero che la vita si allunga, è anche vero che per questo motivo le regole di calcolo delle pensioni sono diventate insostenibili, se non si sposta in avanti anche l’età di pensionamento?

Se l’argomento non vi annoia troppo, restate sintonizzati. Altrimenti, ne riparliamo quando sarete in pensione e avrete un sacco di tempo a disposizione…

Siamo soli nell’Universo?

Fosse per me, che adoro Roma d’agosto, l’Universo potrebbe benissimo essere disabitato, non me ne cruccerei affatto. In un certo senso, il fascino dell’infinito è forse accresciuto dalla sensazione di solitudine…

Molti altri, invece, non chiederebbero di meglio che incontrare una civiltà aliena, e come saprete senz’altro ci sono diversi programmi scientifici che ricercano "intelligenze extraterrestri", tra cui il più noto è il SETI. Persone meno "scientificamente orientate" si rivolgono all’ufologia, e chi proprio non ha di meglio si abbevera alle panzane televisive di Giacobbo.

Ultimamente, poi, mi sono imbattuto in diverse occasioni nel tema degli UFO: prima, addirittura, leggendo le tracce dei temi di maturità, poi in un articolo sul Corriere.it che recensisce un libro sul paradosso di Fermi (che poi è un modo roboante per indicare una domanda semplice: "se gli alieni esistono, dove diavolo sono?").

Un tentativo di sistematizzare il problema è stato fatto dal fondatore del SETI, tal Frank Drake che nel 1961 propose, per stimare il numero di civiltà con cui sarebbe possibile comunicare all’interno della nostra Galassia, una nota equazione che ha preso il suo nome e che riporto qui in una forma un po’ modificata per renderne più agevole la discussione:

N = S * P * L * I * C * T

Dove:
Nè il numero di civiltà che cerchiamo di stimare
S è il numero di stelle create in media nella Galassia in un anno
P
è il numero medio di pianeti potenzialmente abitabili per stella
L è la probabilità che la vita si sviluppi su un pianeta adatto
I è la probabilità che, dato un ecosistema in cui c’è vita, vi si sviluppi una specie "intelligente"
C è la probabilità che questa specie raggiunga il livello tecnologico necessario per comunicare con altri pianeti
T è la lunghezza in anni del periodo nel quale questa civiltà esiste ed è al giusto livello tecnologico.

Non so se chi ha pensato la traccia del tema di maturità si aspettava che qualche studente tirasse fuori appunto l’equazione di Drake; tuttavia, anche se sarebbe interessante discuterne qualche parametro, non è di questo che volevo parlare (eventualmente, date un’occhiata su Wikipedia e zone limitrofe).

Volevo invece discutere un po’ proprio dell’idea di scrivere una simile equazione, se sia un’idea brillante o una fesseria, e se la sua apparenza “matematica” rifletta un approccio “scientifico” o sia un po’ di fumo negli occhi. Comincerei descrivendo le mie reazioni quando, diversi anni fa, l’ho vista per la prima volta.

Mi fece, devo dire, una pessima impressione: mi parve un modo per “vestire” di panni rispettabili una questione priva dei requisiti minimi per essere affrontata scientificamente. E’ ovvio, infatti, che alcuni parametri dell’equazione sono impossibili da stimare in modo serio: come potremmo mai dire quale sia la probabilità I, o la C? Anzi, ha senso parlare di probabilità per eventi di cui non conosciamo che un unico caso?

Queste obiezioni mi sembrano tuttora fondate, e sono aggravate dal fatto che il buon Drake non si astenne dal fornire le sue stime di tutti i parametri, arrivando alla conclusione che nella Via Lattea dovrebbero esistere 10 civiltà in grado di trasmettere comunicazioni, mentre avrebbe dovuto semplicemente dire che non c’erano informazioni che consentissero di dare una valutazione sensata. Ero convinto che l’equazione di Drake altro non fosse che un modo per far apparire plausibile l’esistenza degli extraterrestri, raccogliere fondi per il SETI, e semplificare in ultima analisi l’esistenza proprio di Drake.

Tutto vero, però…
Però, guardiamo la faccenda da un altro punto di vista: abbiamo una domanda “impossibile”: Siamo soli nell’Universo? Eppure, è una domanda lecita, con ricadute pratiche: tanto per dire, la decisione appunto di stanziare o meno fondi per il SETI dovrebbe dipendere da una valutazione, approssimativa quanto si vuole, della ragionevolezza del tentativo di mettersi in comunicazione con un’altra civiltà.
Cosa fare dunque in un caso simile?

Un approccio frequente è: cercare di rispondere con mezzi “intuitivi”, che non hanno quindi bisogno di dati scientifici, né di ricerca. C’è chi è convinto che non siamo soli, in genere semplicemente perché non vuole che siamo soli: per costoro i soldi spesi nel cercare extraterrestri sono benedetti. C’è chi è convinto che la Terra e la specie umana dovrebbero occupare ancora il centro dell’Universo, e dice che non possono esistere altre specie intelligenti. Altri dicono semplicemente che gli alieni sono già in contatto con noi, e che gli UFO ne sono la prova, o addirittura che gli alieni siamo noi, frutti tardivi di qualche remotissima spedizione di una razza in vena di esperimenti.
Nessuno di questi soggetti, però, propone un vero programma di ricerca: possiamo credere o meno a ciascuna delle possibili risposte, ma nessuna ci offre un suggerimento per saperne domani più di oggi. Eppure, siamo di fronte a una "domanda impossibile", e forse dovremmo diffidare di chi ci dice di avere già la risposta pronta…

L’equazione di Drake segue un classico approccio riduzionista al problema: dividiamo la domanda impossibile in sei o sette domande “difficili”, e vediamo se siamo in grado di rispondere. Forse no, altrimenti sarebbe troppo facile; ma semplicemente aver scritto l’equazione ci fa raggiungere alcuni risultati:

  1. Trasformare un problema generico in un problema quantitativo.
  2. Stabilire che esiste un elenco di informazioni necessarie e sufficienti per risolvere il problema senza ambiguità.
  3. Abbozzare implicitamente un programma di ricerca, identificando le lacune di conoscenza che dobbiamo colmare per poter rispondere. Ogni problema “difficile” comporta probabilmente una lunga e complessa ricerca di per sé, ma almeno sappiamo che tipo di informazione ci serve e come usarla.

In questa ottica, è perfettamente irrilevante quale fosse alla fine la valutazione proposta da Drake: quello che conta è che all’avanzare della conoscenza astrofisica o biologica le nostre risposte migliorano continuamente, e, anche se la risposta oggi dovesse essere “non si sa”, sappiamo cosa ci servirebbe per dare una risposta effettiva domani. Soprattutto, sappiamo che, se nessuno ha elementi migliori di Drake, oggi non siamo in grado di rispondere.

Oggi, insomma, giudico meno severamente di una ventina di anni fa l’equazione di Drake. Sbaglio?

Pomigliano: tiriamo le somme

Proviamo, dopo aver presentato alcune possibili ragioni per solidarizzare con l’una o l’altra posizione in gioco sull’affaire Pomigliano, a tirare le somme. In questo post, insomma, proverò a esprimere la mia posizione personale.

Prima premessa: contro la forza, la ragion non vale. Quand’anche per assurdo si dovesse concludere che da un punto di vista strettamente economico la Fiat avesse torto nel pretendere una radicale revisione delle modalità di lavoro a Pomigliano, i rapporti di forza sono tali che io in questo momento raccomanderei al sindacato di accettare.

Seconda premessa: tutti i dati e le considerazioni che ho presentato sono generali, e non specificamente centrati sulla realtà di Pomigliano. Nel documento di Marchionne che ho già citato, si dice che gli interventi degli anni passati hanno risolto i problemi di qualità dello stabilimento, che però finora ha prodotto modelli la cui domanda è bassa e quindi insufficiente a saturare la capacità produttiva degli impianti (nel 2009 è stato prodotto solo il 15% delle auto teoricamente producibili, e non per scarsa produttività, ma perché non ci sarebbe stato modo di venderne di più). C’è stato un uso massiccio della cassa integrazione.

La scommessa della Fiat nel puntare su Pomigliano richiede quindi innanzitutto un investimento da parte dell’azienda, visto che senza cambiare tipo di produzione non avrebbe senso chiedere un maggiore impegno ai lavoratori. E’ pienamente legittimo che in vista di questo investimento la Fiat chieda certezze ai sindacati: Pomigliano deve funzionare, se deve produrre uno dei modelli di punta: una volta collocata lì la produzione non è che poi la Fiat possa spostarla. Pomigliano deve garantire standard di efficienza e qualità tali da remunerare l’investimento dell’azienda. Le "anomalie di contesto", se ci sono, devono essere sanate, o altrimenti per la Fiat non ha senso investire.

Ma per questo, secondo me, non è necessario e non è giusto trasformare Pomigliano in un "laboratorio" della spirale discendente di diritti e condizioni di lavoro. L’Italia, come gli altri Paesi europei, deve prendere una decisione strategica su come rispondere alla concorrenza internazionale. Nel mondo, ci sarà sempre una "Polonia", ossia un luogo dove sia possibile produrre a costi più bassi; se accettiamo la logica dell’alternativa tra lo smantellamento delle attività produttive (non solo dell’industria manifatturiera) e l’abbassamento delle condizioni di lavoro, imbocchiamo una strada che condurrà intere categorie all’impoverimento o a una qualità di vita inaccettabile.
Ebbene, la mia opinione è che non è vero che questo sia l’unico modo per le aziende per fare profitti; questo è piuttosto il modo per fare i profitti più alti. Se la Fiat producesse la Panda in Italia, con condizioni di lavoro e costi italiani, avrebbe lo spazio per guadagnare, come ho cercato di dimostrare. Volere di più a spese delle condizioni di vita degli operai non è un obbligo imposto dal mercato, è un modo per fare più soldi, un obiettivo comprensibile per l’azienda ma non positivo per il "bene sociale". Un obiettivo, insomma, per cui la politica e gli osservatori non interessati non dovrebbero avere davvero motivo di fare il tifo.

Io credo che la Fiat abbia il diritto di chiedere e ottenere che Pomigliano lavori ai migliori livelli degli altri stabilimenti italiani, come Melfi o Mirafiori. Credo che il sindacato abbia l’obbligo di non difendere comportamenti lassisti, assenteismo, iperconflittualità. Ma credo che la Fiat e tutta l’industria italiana debba accettare il fatto che i loro profitti presenti e futuri non possono e non devono venire dall’abbassamento degli standard di vita dei loro dipendenti, né dallo svuotamento del ruolo dei sindacati. Ho cercato di dimostrare che le aziende possono fare oggi gli stessi profitti di dieci anni fa, anche nel mercato competitivo di oggi, senza ricorrere a questi mezzi; il punto è che alle aziende i profitti di dieci anni fa non bastano: vogliono di più.

Un’ultima notazione: naturalmente dire che una catena produttiva è in grado di generare profitti non vuol dire che questi profitti ci siano: se, ad esempio, una fabbrica efficientissima produce prodotti obsoleti, il mercato non li compra e l’azienda fallisce. Oppure, se i costi aggiuntivi rispetto a quelli di produzione sono sporporzionati rispetto alla concorrenza, l’azienda non è lo stesso competitiva. Però, in questi casi, l’intervento necessario non è sulla catena produttiva: è sul marketing, sul design, sull’organizzazione, sulle vendite, ecc.. Ancora una volta, queste considerazioni sono valide a partire dall’ipotesi che la Fiat sappia cosa sta facendo, ossia che il nuovo modello di autovetture da produrre a Pomigliano si venda bene e a un prezzo coerente con l’attuale mercato.

Le Forche Caudine

Starete seguendo anche voi le trattative relative allo stabilimento Fiat di Pomigliano d’Arco (vero?); mi sembra un argomento degno di un po’ di approfondimento, pur sapendo benissimo che è impossibile giudicare della gestione di uno stabilimento industriale senza competenze tecniche specifiche. Non tenterò quindi di stabilire quali azioni andrebbero fatte per incrementare la produttività di Pomigliano, anzi partirei dal presupposto che su certe azioni (ad esempio i turni) la Fiat sappia meglio di chiunque altro cosa bisogni fare.

No, la questione che vorrei capire meglio è quella che poi è al centro della controversia tra Fiat e Fiom, e che ha fatto dire a Marchionne che la CGIL “gioca con la vita degli operai”: è vero che la crisi economica internazionale, e la necessità di aumentare la produttività, richiedono di fatto una riduzione delle tutele contrattuali dei nostri lavoratori, altrimenti gli imprenditori non avranno altra possibilità, per essere competitivi sul mercato, che delocalizzare sempre più la produzione in paesi dove queste tutele non esistono? Oppure, come dice la CGIL, questo spauracchio è semplicemente un’arma di ricatto di un’imprenditoria che gioca al ribasso per aumentare i propri profitti?

Naturalmente, una possibile risposta al problema è che valgono le leggi di mercato, e che quindi è perfettamente normale che entrambe le parti usino il proprio potere contrattuale per ottenere il massimo beneficio economico possibile. Dato poi che è ormai possibile stabilire un impianto produttivo praticamente in qualunque luogo del pianeta, le aziende hanno la possibilità di utilizzare un’offerta di manodopera a condizioni più favorevoli. Quindi, in sostanza, una linea di pensiero potrebbe essere “Fiat produce dove più le conviene, e non c’è motivo di sorprendersi se usa questa possibilità come leva negoziale”.

Tuttavia, che sia sul serio o che sia per ragioni di facciata, la Fiat e molti osservatori affermano che invece nelle scelte dell’azienda l’interesse “sociale” ha un peso, che la Fiat sta meritoriamente tentando di riportare in Italia un’importante linea di produzione e che l’eventuale scelta di abbandonare (anche) Pomigliano al suo destino sarebbe inevitabile se i lavoratori non dovessero accettare le condizioni che non già la Fiat, ma il mercato impone. La Fiat non avrebbe alternativa, dato che non può ovviamente accettare di lavorare in perdita, se non vuole soccombere in un mercato già in crisi ed estremamente competitivo. In altre parole, la linea della Fiat sarebbe in realtà l’unica possibile, e rappresenterebbe anche gli interessi degli stessi lavoratori.

Di fronte a questa linea di pensiero quasi unanime tra gli osservatori, io che sono per natura uno scettico non posso fare a meno di chiedermi come poter verificare se le cose stiano davvero così. Anticipo subito che non credo di riuscire a raggiungere una conclusione fondata: la complessità dei dati in gioco e la scarsa familiarità con questo tipo di analisi mi impedirà certamente di dare una risposta precisa ai miei dubbi; non è escluso, però, che da un po’ di ricerca emerga qualche dato interessante. Naturalmente la mia non sarà un’analisi politica, nonostante le importanti implicazioni di questa trattativa (è chiaro infatti che un accordo in deroga al contratto nazionale e ai diritti sindacali aprirebbe la strada a una revisione al ribasso delle condizioni per molti altri lavoratori).

Tra le fonti, peraltro, vorrei usare un documento estremamente interessante: il testo dell’intervento che Sergio Marchionne ha tenuto in un incontro con Governo e sindacati a dicembre scorso. Dico la verità: leggetelo, perché è magnifico: Marchionne presenta la situazione e la strategia dell’azienda senza furbizie, senza ammiccamenti, senza consociativismi “all’italiana”, e senza soggezione o “captatio benevolentiae” verso i politici al potere. Lucido, preciso, chiaro: il discorso di un vero manager.

Continuiamo nel prossimo post, così avete il tempo di leggere il testo di Marchionne.

Il Vero e l’Utile

Rara nota autobiografica: stasera sono stato a una breve conferenza sui tarocchi, tenuta da un’amica. Ne approfitto per tornare da una prospettiva un po’ diversa su un punto che ho già toccato in altre occasioni.
Inutile, per chi mi conosce ma anche per chi segue questo blog, dire che io ai tarocchi non credo affatto. Non credo all’astrologia, all’ "I Ching", alla medicina omeopatica, agli UFO (con qualche dubbio in più). E, se è per questo, non credo alla religione cattolica, all’animismo, a Gaia, ai poltergeist, alla metempsicosi. Non credo insomma, e sono convinto che ci siano eccellenti ragioni per non credervi, né ai fenomeni "terreni" del repertorio irrazionalistico né a quelli più o meno metafisici.

Eppure, viene da pensare partecipando a un incontro come quello di oggi, ci sono persone perfettamente intelligenti che a queste cose credono. Come mai?
Certo, potrei cavarmela seguendo il manuale, e dire che le persone hanno bisogno di credere in qualcosa che "fornisca senso" alle fredde e deterministiche leggi naturalistiche, e "inventano" queste credenze. E’ sicuramente una lettura corretta, ma parziale.

Il punto è che una cosa è il Vero, e un’altra è l’Utile. Intendo qui, per Utile, ciò che è funzionale al benessere di una persona, che la sostiene, la migliora, la rafforza, la orienta. Utile non in senso "gretto" di contabilità spicciola, ma nel senso migliore, di crescita e arricchimento, di realizzazione. Mi rendo conto che è un cattivo uso del termine, ma vorrei evitare parole ancora più controverse come "Bene".

Per gli antichi, era quasi un postulato che le due cose andassero insieme. Tutta la filosofia socratica si basa sul raggiungere l’Utile attraverso la comprensione del Vero. Lo stesso termine "Filosofia" evoca un’unità di principio tra Conoscenza e Saggezza, tra il Vero e l’Utile. Non si cercava il Vero di per sé: si cercava il Vero in quanto intrinsecamente funzionale e finalizzato all’Utile, l’autentico scopo, la "Saggezza/Sapienza" che si desiderava.
Non so quando l’Uomo si sia reso conto che questa unità era un’illusione; quasi certamente, dopo la messa a punto del metodo scientifico. Forse dobbiamo arrivare fino a Cartesio per prendere consapevolezza che il Vero non è il mezzo per giungere all’Utile, ma ha una sua autonomia, e che la disciplina che ricerca il Vero non può essere la stessa che ricerca l’Utile.

Ebbene, la disciplina che ricerca il Vero oggi è la Scienza. La Scienza, a differenza della Filosofia intesa in senso antico come la ricerca dell’Utile, si è data un Metodo, e grazie ad esso ha fatto passi da gigante. Non sempre la Scienza ha le spiegazioni giuste, e il suo Vero è sempre "probabilistico"; ma, su questa Terra, non ce n’è un altro. Abbandonato l’Utile, la Scienza ha in cambio raggiunto lo status di unica autorità accettabile per dire cosa è vero e cosa non lo è; qualunque credenza contrasti con la Scienza (non con una specifica e contingente teoria scientifica, ma con il Metodo Scientifico) è ipso facto Falsa. Mi rendo conto che si tratta di un’affermazione forte, ma è un risultato ineludibile e prezioso della nostra evoluzione culturale.

Eppure, separare il Vero dall’Utile non è senza rischio. I seguaci del Vero rischiano continuamente la "sindrome di Frankenstein", la scoperta di titanici mezzi privi di un fine, l’isolamento in un laboratorio sempre meno vicino alla vita di tutti.
Dall’altra parte, la ricerca dell’Utile, senza il Vero a sorreggerla, si disperde in improbabili rivoli, e la Filosofia più austera finisce accanto al New Age tanto nelle librerie quanto nei discorsi di chi, ritenendosi libero dall’obbligo di attenersi al Vero, esplora le strade più bizzarre per raggiungere una condizione di armonia spirituale. Chi si pone in questa condizione è particolarmente vulnerabile, e la ricerca di un Utile senza Vero è all’origine delle principali forme di manipolazione delle persone. Inevitabilmente noi seguaci del Vero ne diffidiamo, ma è necessaria per molti, ché pochi sono quelli per cui il Vero è premio in se stesso.

Ecco, io credo che i Tarocchi siano certamente non Veri, ma altrettanto certamente Utili per alcuni, se fatti in un certo modo. E come sarebbe sciocco, per chi nei Tarocchi "crede", volerne dedurre la validità "epistemologica" dal fatto che tante persone si riconoscono nei loro responsi e ne traggono giovamento, allo stesso modo sarebbe miope, per chi ne riconosce la Falsità irredimibile, volerne dedurre la vanità. I Tarocchi non sono Inutili, così come non lo sono le Religioni: l’Utilità non è un concetto assoluto, ma esistenziale, ed è definibile solo relativamente a una specifica persona in un determinato momento. Le credenze False, e le pratiche su di esse basate, sono pericolose in quanto possono rappresentare la base per l’inganno e la manipolazione, ma di per sé possono essere adattive, e proficue.

Evitiamo quindi l’errore di voler far giudicare il Vero dal Filosofo (o dallo Psicologo), e l’Utile dallo Scienziato. Finiremmo come in quella barzelletta, dove all’Inferno i cuochi sono Inglesi, i poliziotti Tedeschi, i meccanici Francesi, e gli Italiani organizzano il tutto…

Elogio dell’Egoismo – 5: Conclusioni

Possiamo a questo punto riassumere alcuni dei risultati dimostrati nel corso del nostro studio circa le proprietà della funzione S, che corrediamo della loro traduzione nel linguaggio delle nostre relazioni sociali:

|S| <= 1 : l’eguaglianza vale per se stessi e, nei deleteri casi di coppia simbiotica, per il partner. Non esistono in natura casi di altruismo estremo, che rappresenterebbero comunque una patologia, ovvero corrisponderebbero a persone estremamente instabili e soggette a catastrofica distruzione. Le persone che tendono ad avere rapporti in cui S=1 vanno accuratamente evitate, sia come partner che come normali conoscenti; rapporti interpersonali stabili richiedono valori di S relativamente bassi.

S(p1,p2) = S(p2,p1) : in un rapporto equilibrato, l’interesse reciproco è uguale. Nei casi in cui questo non si verifica, esistono dei meccanismi legati all’impatto di feedback che consentono di ricondurre il rapporto verso l’equilibrio. Rendere pan per focaccia è un comportamento sano e non segno di egocentrismo o permalosità.

S(p1,p3) >= S(p1,p2) * S(p2,p3) : le persone che sono in relazione con persone che ci interessano acquistano automaticamente un livello minimo di influenza sulla nostra vita. E’ perfettamente naturale interessarsi ad una persona solo in funzione del nostro rapporto con una conoscenza comune, e quindi disinteressarsene al cessare del rapporto che giustificava la nostra attenzione.

S*r3 -> 0 per r -> : relazioni sane con il resto dell’umanità presuppongono un elevato grado di indifferenza per le persone lontane da noi.

A questo punto, ci troviamo ad aver dimostrato, utilizzando esclusivamente strumenti matematici, che numerosi comportamenti normalmente considerati “egoistici” e perciò riprovevoli sono conseguenti alla natura stessa delle relazioni sociali, e che, viceversa, comportamenti lodati come “altruistici” o “filantropici” rappresentano un pericolo per la stabilità delle persone che li attuano e di chi li circonda, quando non sono semplicemente impossibili e quindi da considerarsi modelli puramente fittizi.

L’egoismo appare essere semplicemente l’atteggiamento di un persona che intrattiene relazioni sociali sane e positive con i suoi simili, contribuendo così, paradossalmente, all’armonia della comunità in cui vive. Un'ulteriore spinta verso l’egoismo viene dall’ampliarsi dell’orizzonte delle relazioni umane : il fatto di aver esteso, grazie alle moderne comunicazioni, praticamente all’infinito il numero di persone con cui siamo potenzialmente in relazione, anziché portare ad una maggiore apertura verso il prossimo, comporta la necessità di proteggerci da choc emotivi e materiali riducendo a zero il nostro coinvolgimento effettivo nelle vicende delle persone non immediatamente prossime a noi.