Scusate il ritardo

Il tema della crescita economica sostenibile è un po' complicato, e io in questo periodo sono sommerso dal lavoro, quindi non sono ancora riuscito a mettere insieme un pensiero abbastanza coerente per un post sul tema.

Nel frattempo, posso consigliare la lettura di questo articolo, che espone in modo semplice le limitazioni concettuali del modello economico neoclassico rispetto al tema di cui ci stiamo occupando. Un altro articolo, decisamente più complesso, è questo, che devo confessare di non aver letto in dettaglio neanche io…

Stato Stazionario

Nei precedenti post di argomento economico, abbiamo dimostrato che l'economia capitalista, in presenza di un progresso tecnologico costante, tende spontaneamente a una crescita esponenziale, sia in base alla teoria della crescita neoclassica, che in base ai dati empirici. E abbiamo osservato che tale curva di crescita è ovviamente insostenibile e non può che condurre a una crisi di dimensioni proporzionali alle dimensioni del sistema economico e al grado di interdipendenza delle sue componenti.

Esiste un'alternativa? Nonostante il pensiero unico capitalista/liberista, forse sì. Ovviamente, non si tratta di riesumare modelli economici defunti come quello collettivista, ma di superare le carenze e gli errori del modello capitalista. Sì, perché il modello economico capitalista/liberista è palesemente inadeguato a descrivere e governare un sistema economico che ha raggiunto dimensioni confrontabili con quelle dell'ecosistema in cui si colloca. In altre parole: abbiamo portato il modello capitalista oltre il suo ambito di validità, ed esso nella situazione attuale è semplicemente sballato: è come voler applicare la Fisica newtoniana alle particelle relativistiche.

C'è chi ci ha pensato, anche se non ha vinto il Premio Nobel come il nostro amico Solow. Un certo Herman Daly ha proposto un'alternativa: l'economia di stato stazionario (Steady-State Economics), in cui il sistema economico e produttivo non consumi più risorse di quante l'ecosistema in cui esso è immerso riesca a rinnovarne. Tanto per capirci, questo signore non è un Incompetente: ha lavorato alla Banca Mondiale ed ha più titoli di quanti io abbia voglia di elencarne. Su Internet si trovano diversi sintesi ed estratti dei suoi lavori (ad esempio qui), e non ho dubbi sul fatto che i suoi ragionamenti siano molto più sensati di quelli degli economisti della crescita a tutti i costi.

Bene, cari lettori, per ora credo di dovermi fermare qui; il prossimo post sull'economia sarà pubblicato dopo che avrò studiato meglio l'economia di stato stazionario e le sue implicazioni. A presto.

Giallo e (è?) Messaggio

A corredo del post precedente, aggiungo un mio vecchio "articolo" sul Messaggio nel Giallo. Forse un po’ pedante, temo possa interessare solo gli appassionati… prometto che non saranno tutti così, i prossimi post!

Fin dagli albori della narrativa Gialla, uno degli enigmi ricorrenti che l’investigatore di turno è chiamato a risolvere è stato rappresentato dal messaggio apparentemente indecifrabile.
A prima vista, il messaggio potrebbe rappresentare un indizio come un altro; in fondo, i racconti polizieschi brulicano di ceneri di sigaretta, impronte digitali, orme, attizzatoi insanguinati e così via. E, come vedremo che a volte i messaggi sono ingannevoli, anche gli indizi possono essere predisposti ad arte per ingannare l’investigatore e il lettore.
Tuttavia, l’indizio rappresentato da un messaggio ha una particolarità che lo rende ben diverso da un indizio qualsiasi: un messaggio ha un simbolismo, o meglio un codice che occorre penetrare per ricavarne il contenuto; ad esempio, se la vittima stringe tra le dita un bottone strappato in una lotta dalla giacca dell’assassino, si tratta di un indizio, e non resta che trovare la giacca con un bottone mancante. Ma se il bottone è stato strappato dalla giacca della vittima stessa, allora si tratta di un messaggio in extremis, che per essere interpretato richiede che se ne indovini il codice (ad esempio, il bottone può rappresentare la professione dell’assassino, che allora sarà un sarto o una rammendatrice). Questa caratteristica si inquadra nell’ambito di un tipo di narrativa che, unica nella letteratura, rappresenta a sua volta una forma di comunicazione enigmatica tra l’autore ed il lettore, che deve decodificare il contenuto reale della comunicazione ‘X ha ucciso Y’ a partire da informazioni parziali e volutamente fuorvianti. Toccheremo di nuovo questo argomento più avanti.
Questo topos della letteratura poliziesca ha vissuto diverse fasi e corrispondenti funzioni narrative: nel giallo classico "d’annata" si trova con una certa frequenza il messaggio misterioso, talvolta diretto a minacciare un personaggio in grado di interpretarlo, talaltra a custodire un qualche segreto dalla curiosità dei profani, dell’investigatore e, naturalmente, del lettore.
Un elemento classico del giallo non sarebbe tale, evidentemente, se non fosse stato praticato con profitto da Sir Arthur Conan Doyle; ed infatti più d’una volta troviamo il grande Sherlock Holmes alle prese con messaggi cifrati (come nel curioso "I pupazzi ballerini", che offre anche un esempio semplice ma godibile di soluzione, peraltro mutuata da "Lo scarabeo d’oro" di Edgar Allan Poe, non a caso il padre dell’intero genere poliziesco), minatòri (come nel cupo "I cinque semi d’arancia"), evocativi di trascorsi storici (come ne "Il cerimoniale dei Musgrave") o semplicemente incompleti (come ne "I signori di Reigate").
Un esempio analogo ed abbastanza piacevole (anche se un po’ cervellotico) è quello offerto da Maurice Leblanc ne "Il segreto della guglia", con protagonista un brillante Arsenio Lupin.
In tutti questi casi, il messaggio rappresenta una sfida intellettuale che l’investigatore raccoglie, ottenendo così il duplice risultato di venire a capo del mistero e di stupire il lettore incapace di penetrare il codice del messaggio; talvolta gli Autori si superano in veri e propri virtuosismi.
Tuttavia, col passare degli anni, il messaggio misterioso inteso semplicemente come espediente quasi enigmistico comincia a mostrare un po’ la corda; contemporaneamente, si fanno strada nuovi tipi di messaggio, più complessi dal punto di vista della valenza narrativa e della comunicazione.
Infatti, si può dire che il messaggio "stile Holmes" è semplicemente una "comunicazione riservata" ed ha solo due categorie di fruitori: il destinatario (per il quale il significato è palese) e tutti gli altri (per i quali il messaggio vuole essere indecifrabile). Il messaggio è in questo caso onesto, ovvero non mira a creare ambiguità. In un caso del genere, la presenza di un’indagine e di un’investigazione è in un certo senso accessoria: ai fini del mittente il messaggio anziché essere cifrato avrebbe potuto semplicemente essere chiuso in una scatola la cui chiave fosse in mano del destinatario.
La successiva categoria di messaggi, invece, in un certo senso presuppone l’esistenza di un’indagine: il messaggio è consapevolmente un indizio, e prevede quindi diverse tipologie di destinatari, nei confronti di alcuni dei quali il messaggio vuole a volte essere ingannevole, e non semplicemente oscuro (le diverse tipologie di destinatari corrispondono di volta in volta ai ruoli chiave del racconto, e naturalmente al lettore); inoltre spesso nessuno dei destinatari possiede la chiave del messaggio.
Naturalmente, anche in questa categoria si trovano molte varianti, alcune delle quali particolarmente interessanti:
1.         Il messaggio inviato dall’assassino alla vittima, o ad un insieme di persone tra cui c’è la vittima: in questo caso, il messaggio (in genere una serie di messaggi) ha lo scopo di provocare un comportamento preordinato nelle vittime, che avrà l’effetto di facilitare l’azione dell’assassino e di depistare le inevitabili indagini cui i messaggi daranno luogo. Un esempio fin troppo celebre è "Dieci piccoli indiani" di Agatha Christie. L’oscurità del messaggio è variabile, il contenuto è sempre ingannevole.
2.         Il cosiddetto "messaggio del morente", ovvero un messaggio inviato dalla vittima all’investigatore: è chiaro che l’attrattiva di questo tipo di messaggio nasce dal paradosso che ovviamente la vittima desidera che il messaggio sia compreso, laddove le esigenze narrative impongono che esso sia tutt’altro che trasparente. Di solito, l’oscurità del messaggio è giustificata o da impossibilità materiale da parte del morente di inviare un messaggio chiaro (ad esempio, in assenza di carta e penna, il morente afferra un oggetto che identifica l’assassino) o dalla necessità di celare il messaggio all’assassino (ovvero l’assassino non deve essere in grado di capire non già la chiave del messaggio, bensì il fatto stesso che esista un messaggio, che altrimenti l’assassino distruggerebbe); in compenso, il contenuto è sempre genuino.
3.         Il messaggio inviato dall’assassino all’investigatore: naturalmente spesso questo messaggio è mascherato in modo da apparire come appartenente ad una delle altre categorie. Ovviamente, questo messaggio vuole essere decodificato, ma il suo contenuto è inevitabilmente mistificatorio, e l’eventuale oscurità del codice ha lo scopo di rendere plausibile il messaggio. Gli esempi sono anche in questo caso numerosi e vari, a partire addirittura da "Uno studio in rosso" di Conan Doyle, anche se probabilmente il più ingegnoso (talvolta anche troppo) ed affezionato praticante di questo genere è Ellery Queen; in diversi suoi romanzi, il messaggio non solo viene inviato con la consapevolezza che vi sarà un’indagine, ma addirittura è modellato sulla personalità dell’investigatore, che l’assassino ha studiato con cura. Un altro bell’esempio di questa categoria è "La forma errata" di G. K. Chesterton, con Padre Brown. Comprensibilmente, spesso l’appartenenza di un messaggio a questa categoria è riconoscibile solo dopo la soluzione del caso.
 
Naturalmente, la narrativa poliziesca annovera anche degli esempi che non si inquadrano nella schematizzazione forzatamente rozza che abbiamo presentato; tuttavia, anche questo sommario excursus dovrebbe essere sufficiente a dimostrare come la stessa specificità del giallo come genere letterario porti ad una complessa ambivalenza di tutte le comunicazioni interne al racconto, in quanto funzionali al più ampio rapporto tra Autore e Lettore: in fondo, l’intera storia poliziesca rappresenta un messaggio enigmatico inviato dall’Autore al Lettore, che reca con sé, logicamente indipendente dal resto della narrazione, la decodifica (la Spiegazione del delitto esposta dall’investigatore) che è contemporaneamente, nei casi migliori, anche la dimostrazione della completezza e dell’univocità del contenuto informativo del "messaggio", in quanto prova che era possibile, utilizzando la logica, ricavarne l’informazione desiderata sul delitto e che altre interpretazioni risulterebbero logicamente contraddittorie.