La causa contro la Fine del Mondo

Non sembra un argomento serio, vero? Suona un po’ come il titolo di un libro di Douglas Adams.

Eppure, non è esattamente uno scherzo. In particolare, è più o meno il titolo di un articolo interessantissimo (beh, a me sembra interessantissimo) che ho trovato e che è stato pubblicato su una rivista di studi giuridici dall’improbabile titolo di Tennessee Law Review.
Ora, l’articolo è lungo 88 pagine, e tratta di un caso legale più ipotetico che reale, quindi immagino che sia opportuno che io vi spieghi meglio perché lo trovo così interessante, o non ci sono molte probabilità che decidiate di scoprirlo da soli leggendolo. Eppure…

Il tema dell’articolo ha molto a che fare con la Fisica, visto che il caso legale riguarda forse la più grande iniziativa scientifica in corso oggi, ossia l’LHC del CERN a Ginevra, e in particolare al rischio che nel corso degli esperimenti all’LHC si producano dei Buchi Neri. Ne abbiamo già parlato, quindi non starò a spiegare cos’è l’LHC, e cosa ci si aspetta di scoprire grazie a esso.
Invece, vale la pena di prendere in esame le tesi dell’articolo.

Innanzi tutto, vale la pena di dire che l’autore (tal E. Johnson, ovviamente un giurista) ha studiato bene il caso. Ha letto con scrupolo diverse pubblicazioni, ovviamente non tutte strettamente tecniche, e le sue considerazioni sui temi scientifici sono quelle di una persona intelligente e bene informata.
La tesi di Johnson è che iniziative come l’LHC pongono problemi legali pressoché insolubili, che potrei definire, in termini matematici, delle singolarità giuridiche. E’ divertente usare questa espressione, visto che i Buchi Neri sono appunto delle singolarità dello spazio-tempo, ma è anche appropriato.
Infatti, Johnson giustamente dice che il criterio per stabilire se un ricorso precauzionale (scusatemi per la terminologia inesatta) contro un’iniziativa "pericolosa" è esaminare il rapporto tra il valore dell’iniziativa e il danno probabile che essa comporta; e il danno probabile, ovviamente, è dato dal prodotto dell’entità del danno ipotizzato per la probabilità che il danno si verifichi.

Ebbene, non a torto, Johnson osserva che questa formula è molto difficilmente applicabile nel nostro caso. Infatti, l’entità del danno è virtualmente infinita, ma la sua probabilità è, secondo le stime più attendibili, estremamente bassa. In altre parole, ci troviamo di fronte a qualcosa di simile a un prodotto (infinito) x (zero). Questa è la singolarità cui facevo cenno.
E’ evidente che in questo caso la difficoltà maggiore sta nello stabilire quanto vicino a zero sia davvero la probabilità di catastrofe. Ma qui si pongono due ulteriori difficoltà:
non esiste una teoria fisica affidabile per calcolare questa probabilità (in effetti, gli esperimenti di fisica servono proprio per scoprire cose che non sappiamo già)
– tutti coloro che sono in grado di esprimere una opinione qualificata su questo argomento sono parte in causa, non solo perché sarebbero ovviamente uccisi se la catastrofe si verificasse, ma perché fanno parte esattamente della comunità scientifica che sarebbe danneggiata se si impedissero gli esperimenti all’LHC (anche perché questo significherebbe, di fatto, la fine della Fisica sperimentale delle Alte Energie).

Johnson conclude che, benché un ipotetico ricorso contro il CERN non sarebbe inconcepibile (un simile ricorso è stato davvero presentato in un tribunale delle Hawaii, che si è dichiarato incompetente), nei fatti giudicare su di esso sarebbe ai limiti delle possibilità di una corte. Ma, e qui arriviamo al punto più interessante, Johnson dice che nonostante tutte le difficoltà la Giustizia dovrebbe assumersi l’onere di giudicare un simile caso. Per usare le sue parole (traduzione mia), "è parte della nostra realtà del 21simo secolo il dover prendere sul serio molti scenari di catastrofi planetarie apparentemente surreali". Non si può abdicare alla tutela del pubblico interesse proprio nei casi in cui iniziative settoriali, che rappresentano quindi un interesse specifico, per esempio di detentori di una specifica tecnologia, possono essere causa di danni gravissimi a un’intera collettività, o all’Umanità nel suo complesso. La Legge serve appunto a questo. Non può rinunciare a svolgere il suo compito solo perché è complicato.

Ebbene, io credo che Johnson abbia ragione. Non tanto riguardo all’LHC (sebbene sia vero che la produzione di Buchi Neri non è impossibile, anzi fa parte di alcuni programmi di ricerca!), quanto in generale relativamente a rischi così generalizzati e di difficile valutazione da sembrare remoti. In questi giorni, gli USA sono di fronte a un disastro ambientale provocato da un’iniziativa industriale, e sarebbe stato difficile per un tribunale valutare la concretezza del rischio di un simile disastro; difficile, ma importantissimo, visto che ora ci troviamo alle prese col relativo danno, per definizione quasi incalcolabile.

Abbiamo bisogno di leggi che introducano un principio di ragionata precauzione che consenta alle corti di giustizia di impedire preventivamente attività che comportano rischi globali inaccettabili (se reali). Oggi, probabilmente, è la politica a prendere queste decisioni, e sappiamo come la politica sia dipendente dagli interessi di parte. Viceversa, lo strumento che tutela gli interessi vitali dei molti a scapito degli interessi "commerciali" dei pochi è e deve continuare a essere la Legge, ed è di essa che abbiamo bisogno per fermare, prima, le varie British Petroleum, o le Monsanto, o le Pfizer. Dopo, potremmo non essere più in grado di farlo, come nel caso in cui la Terra venisse risucchiata in un microscopico Buco Nero.

La Fine del Mondo al CERN?

Credo sia decisamente il caso di festeggiare l’inaugurazione dell’LHC al CERN: è bello vedere uno sforzo così gigantesco e coordinato per la ricerca della conoscenza pura. In bocca al lupo ai tanti fisici che lavorano lì (sì, sono un po’ invidioso).

Come sappiamo tutti, l’evento ha attratto particolare attenzione a causa del timore che esperimenti a energie mai toccate sinora in fisica delle particelle potessero generare un buco nero destinato a inghiottire la Terra. Diverse ragionevoli obiezioni a questa ipotesi un po’ stiracchiata sono state avanzate dai fisici, e in particolare il dato di fatto che particelle con energie simili o anche superiori arrivano continuamente sulla Terra nei raggi cosmici, e non pare che sinora il pianeta ne abbia risentito. Tuttavia, vorrei prendere spunto da questo "allarme" per riprendere il tema del Realismo Scientifico lasciato qualche settimana fa (cercate nei vecchi post con tag ‘fisica’, se volete).

Una delle spiegazioni della presunta innocuità di un eventuale piccolo buco nero è basata sulla teoria dell’evaporazione dei buchi neri, dovuta a Stephen Hawking.  In sostanza, essa prevede che, a causa della continua formazione di coppie particella-antiparticella nel vuoto in prossimità dell’orizzonte del buco nero, si generi un effetto equivalente all’emissione di radiazione da parte del buco nero stesso, che quindi perde progressivamente massa fino a evaporare.
I dettagli non sono importanti per gli scopi di questo post, mi accontento di dire che questa teoria è basata sull’applicazione della Meccanica Quantistica a un background spaziotemporale curvo, secondo la Relatività Generale. Insomma, è un tentativo di usare concetti di due diverse teorie, che al momento non sono però unificabili.

Perché allora questo risultato è considerato plausibile? Perché i fisici ritengono probabile che una eventuale teoria unificata della Gravitazione e della Meccanica Quantistica conserverebbe gli elementi delle due teorie (buchi neri e fluttuazioni del vuoto) da cui dipende l’ipotesi di Hawking.

Nel prossimo post spiegherò perché questo a mio parere illustra molto bene i motivi per cui lo Strumentalismo radicale, che è alla base dell’Interpretazione di Copenhagen della Meccanica Quantistica, non è sostenibile.