Perché il Mercato non è “Meritocratico”

Nel post precedente, ho cercato di spiegare perché secondo me Giustizia e Meritocrazia non sono la stessa cosa. Questo non vuol dire che la Meritocrazia sia di per sé ingiusta, piuttosto che non basta la presenza di un sistema meritocratico efficiente per fare in modo che una società (intesa in senso largo) sia “giusta”.

Un’altra convinzione diffusa, ma non per questo necessariamente esatta, è che un modo per realizzare la Meritocrazia sia lasciar fare al Mercato. Il senso di questo ragionamento è: il Mercato ottimizza “spontaneamente” l’efficienza, e dato che la Meritocrazia è un sistema per ottenere l’efficienza, il Mercato distribuirà la ricchezza in modo tale da ricompensare automaticamente il Merito, e meglio di quanto farebbe un sistema basato sul giudizio umano, con tutte le implicazioni di fallibilità e distorsione che quest’ultimo comporta.

Questo ragionamento, almeno prima facie, sembra persuasivo, e merita quindi sicuramente di essere approfondito. A questo scopo, tuttavia, è opportuno delimitare preliminarmente il tipo di sistema Meritocratico che prendiamo in considerazione. Infatti, come abbiamo chiarito, la Meritocrazia, in quanto caso particolare di sistema basato su incentivi, potrebbe essere applicata a qualsiasi ambito e all’interno di qualsiasi sistema di valori; per fare solo un paio di esempi:

  • in una comunità scientifica di pari, il prestigio e la credibilità sono (idealmente) derivanti dai contributi di ricerca forniti da ciascuno alla comunità stessa
  • su Internet, nei forum o nei social network, in genere esistono dei meccanismi “premianti” in termini di “reputazione” per chi risponde alle richieste altrui o mette a disposizione i contenuti più interessanti

In questi casi, e in diversi altri che si potrebbero citare come esempio, il sistema meritocratico è basato su un obiettivo condiviso (ad esempio, l’avanzamento della ricerca scientifica) che definisce una scala di valori preesistente al sistema meritocratico, e su un meccanismo premiante “democratico” (in questi particolari casi) che “ripaga” i contributori più meritevoli “con la stessa moneta”, ossia con premi di natura coerente con i valori di riferimento della comunità. Questi esempi, che sono relativi ad ambiti “non economici”, ossia in cui non c’è uno scambio esplicito di beni e/o denaro, evidenziano bene il carattere generale della Meritocrazia, e un’altra sua differenza rispetto alla Giustizia come Equità: quest’ultima, infatti, se intesa come Giustizia Distributiva, non può prescindere dalla natura dei beni e delle risorse da distribuire, nel senso che è plausibile che i criteri di equa distribuzione dell’accesso all’acqua potabile possano e debbano essere diversi da quelli di distribuzione, poniamo, delle lauree honoris causa. In alcuni ambiti, la Giustizia Distributiva non si applica, e l’Equità si identifica con l’eguaglianza delle opportunità, che è parte integrante di un sistema meritocratico efficace.

Volendo tornare al confronto tra Meritocrazia e Mercato, è quindi necessario restringere l’ambito della nostra analisi ai casi in cui il valore di cui si intende incentivare sia di tipo economico, e quindi potenzialmente nell’ambito di efficacia dell’Economia di Mercato. Questo è peraltro anche il caso più comune di applicazione della Meritocrazia, il caso, ad esempio, in cui essa trova applicazione in ambito aziendale; in questo caso, il Merito si definisce, direttamente o indirettamente, in termini di risultati economici (direttamente se viene misurato in “unità monetarie”, indirettamente se viene misurato in termini di beni considerati strumentali alla produzione di ricchezza). È quindi in questo ristretto ambito, escludendo possibili sistemi di valori alternativi, che ha senso chiedersi se Meritocrazia e Mercato possano essere considerati equivalenti (e quindi se sia possibile contare sul secondo per ottenere gli effetti che si vorrebbero produrre con la prima); è importante tenere presente questo aspetto: per tutti i sistemi di valori non riconducibili al profitto, il “Mercato” non può produrre una dinamica equivalente a un sistema di incentivi meritocratico.

Espressa in altri termini, la domanda è questa: qualora il “valore condiviso” da perseguire sia il profitto, e il sistema premiante sia anch’esso basato sul denaro, si può considerare equivalente l’effetto del “Mercato” a quello di un sistema meritocratico, o, in termini ancora più semplici, si può dire che, nei limiti citati, l’Economia di Mercato è intrinsecamente meritocratica? A questo punto, dobbiamo richiamare la definizione di Meritocrazia che abbiamo dato all’inizio, un paio di post fa, e ricordare che la Meritocrazia implica necessariamente il concetto di uguaglianza delle opportunità. Ma cosa vuol dire in pratica “uguaglianza delle opportunità”? Vuol dire che c’è Meritocrazia se esistono delle politiche che controbilanciano attivamente le differenze originali di opportunità (dovute, ad esempio, alla famiglia o alla classe sociale di origine, o alla razza, o al sesso) garantendo che le opportunità di produrre risultati “eccellenti” e i criteri premianti siano dipendenti il più possibile solo dalle azioni delle persone e dalla loro efficacia, e non dal “background” familiare, culturale o sociale.

In Meritocracy, Redistribution, and the Size of the Pie di R. Bénabou, un altro capitolo del già citato libro Meritocracy and Economic Inequality, questa distinzione è discussa e tradotta in termini matematici, ed è poi riportata un’accurata analisi di un modello quantitativo per la valutazione del “grado di Meritocrazia” di un sistema. Senza tentare di riportarne qui una sintesi, vorrei proporre invece alcune mie considerazioni, che non rispecchiano necessariamente quelle degli autori che ho via via citato:

  1. Il Mercato massimizza il profitto a breve termine (ossia alloca le risorse in modo da massimizzare il profitto derivante dal loro utilizzo). È chiaro che, a parità di qualità personali, un individuo che ha una posizione di partenza avvantaggiata sarà in grado di produrre un profitto maggiore e più rapidamente di chi parte in svantaggio; la dinamica di Mercato tenderà a concentrare le risorse là dove esistono già delle posizioni di vantaggio (economicamente, politicamente, ecc.). In altre parole, il Mercato non garantisce l’eguaglianza delle opportunità, anzi: garantisce solo che a parità di opportunità gli individui più produttivi otterranno i profitti maggiori. Non è quindi necessariamente vero che un’Economia di Mercato, tout court, favorisca in modo decisivo la mobilità sociale basata sul merito (certamente la favorisce di più rispetto a un sistema, ad esempio, aristocratico, o basato sulla cooptazione delle élite).
  2. Mentre la Meritocrazia non garantisce la Giustizia Distributiva, ma introduce delle disuguaglianze che sono “giustificate” da un criterio condiviso di Merito (nei limiti in cui i valori rispetto ai quali si misura il Merito sono in armonia con un’etica di riferimento, ed eventualmente controbilanciati da corrispondenti azioni di Giustizia Distributiva), il Mercato distribuisce le risorse secondo una pura logica di massimizzazione del profitto, senza nessun riferimento a un sistema esterno di valori (se non si consideri il profitto stesso un valore).
  3. La Meritocrazia, favorendo la mobilità sociale, garantisce in ultima analisi una maggiore efficienza a lungo termine. Il Mercato, invece, produce un “massimo locale” di efficienza, che può essere contemporaneamente più “iniquo” del punto di equilibrio di un sistema meritocratico, e meno “produttivo” nel lungo termine.

In conclusione, mi sembra che sia giustificato concludere che, come non è possibile identificare Meritocrazia e Giustizia, tentando quindi di ottenere la seconda applicando la prima, non è neanche possibile identificare Mercato e Meritocrazia, immaginando che il primo garantisca ipso facto la seconda. Questo non vuol dire né che la Meritocrazia sia “ingiusta” (ossia che non sia possibile che una società in cui è ampiamente diffuso il metodo meritocratico sia anche equa), né che il Mercato sia “antimeritocratico”. Significa, più semplicemente, che se si vuole che in un’Economia di Mercato viga un sistema meritocratico di incentivi occorre apportare dei correttivi, che in una certa misura compenseranno e “distorceranno” alcune delle dinamiche naturali del Mercato; e vuol dire che se si vuole che in presenza di un sistema premiante meritocratico sia soddisfatto anche un principio di equità distributiva delle risorse, è necessario introdurre dei correttivi redistributivi che, in parte, compenseranno le differenze introdotte dalla Meritocrazia, attenuandone gli effetti (e anche, ovviamente, riducendone la teorica efficacia).

Perché la Meritocrazia non è “Giusta”

Torno, dopo un bel po’ di tempo, al tema della Meritocrazia. Nel post precedente, osservavo che una possibile schematizzazione della Meritocrazia richiede la presenza di tre condizioni necessarie perché questa possa sussistere:

  • L’Uguaglianza delle Opportunità
  • La Disuguaglianza dei Benefici
  • Un complesso sistema di valutazione, selezione e remunerazione

Tuttavia, è chiaro che, perché possa esistere un sistema di valutazione, deve preventivamente essere definito un criterio di valutazione, e cioè, in sostanza, cosa sia il Merito.

Se lo chiede, efficacemente, Amartya Sen in “Merit and Justice” un capitolo del libro antologico “Meritocracy and Economic Inequality”, rendendo evidente quello che dovrebbe essere ovvio, ossia che il Merito può essere definito solo in base a uno schema di valori esterno, di “ordine” più elevato. È insomma, preliminarmente, necessario definire i valori e le priorità che riteniamo “positivi” per poi pensare di premiare i comportamenti “meritevoli”, ossia quelli che producono effetti “desiderabili”. Come dice Sen, Una volta che si accetti una visione strumentale del merito, non si può evitare di considerare contingente la natura del suo contenuto, collegata alla caratterizzazione di una società buona (o accettabile) e ai criteri in base ai quali effettuare le valutazioni(la traduzione e il grassetto sono miei). Inoltre, aggiunge giustamente Sen, la Meritocrazia è una forma di incentivazione: un metodo per ricompensare le azioni concrete, “in dipendenza dal bene che producono, e in particolare dal bene che può essere prodotto premiandole” (traduzione, corsivi e grassetto sono miei).

Ma la strumentalità della Meritocrazia ha anche un’altra implicazione: la non identificabilità della Meritocrazia con la Giustizia (intesa come Equità). La Giustizia, infatti, almeno comunemente intesa, è autonoma, e incorpora i criteri di valutazione che la guidano. La Meritocrazia risponde invece a criteri ad essa esterni, e ha come obiettivo l’efficacia, non l’equità (è possibile che il sistema di valori che definisce gli obiettivi della Meritocrazia sia orientato all’equità, ma questo è un dato esterno al sistema meritocratico). Né si può dire che, anche qualora il sistema di valori in base al quale si definisce il Merito incorporasse un principio di eticità o di equità, se ne possa concludere che il sistema di incentivi meritocratici che ne deriverebbe sarebbe etico o equo. Questo punto merita forse un chiarimento, nell’evidenziare le differenze tra Meritocrazia e Giustizia.

La Giustizia, intesa come Equità distributiva, imporrebbe che a parità di Merito corrisponda parità di premio. Viceversa, un sistema meritocratico potrebbe premiare, ad esempio, il merito in un settore professionale in modo diverso che in un altro, perché l’obiettivo è l’efficacia, e non l’equità distributiva. È solo all’interno di un’area omogenea che a parità di Merito corrisponde necessariamente parità di premio. Inoltre, l’equità non riguarda solo il rapporto tra i premi dei meritevoli, ma anche il rapporto tra il trattamento dei più meritevoli e quello di chi comunque svolge correttamente il proprio compito. L’equità, infatti, impone che il divario tra i “primi della classe” e chi merita “sei e mezzo” non possa superare un certo limite (dipendente dai criteri di giustizia distributiva che si scelgono), mentre un sistema puramente meritocratico non include vincoli di questo tipo.

Se invece prendiamo in considerazione la Giustizia come Etica, allora la discrepanza con la Meritocrazia è ancora più netta: la Meritocrazia, in quanto sistema incentivante, è basata sulla valutazione e promozione dei risultati, e non delle intenzioni. In altre parole, la Meritocrazia è teleologica. Viceversa, l’Etica, almeno nelle teorie più diffuse nella filosofia morale, è deontologica, ossia valuta le azioni per il loro carattere apriori, e non per i risultati che ne conseguono. Fa eccezione l’Etica utilitaristica, che è appunto teleologica, ma che è molto poco seguita, e che a mio parere presenta difficoltà concettuali insolubili.

In sintesi, la Meritocrazia:

  • non incorpora una definizione autonoma di Merito, che non è un concetto generale, ma contingente a uno specifico ambito e dipendente da un criterio di valore esterno e preesistente al sistema meritocratico;
  • non può essere identificata con la Giustizia nella sua accezione di Equità distributiva, in quanto i principi e le finalità dell’Equità non coincidono con quelli della Meritocrazia;
  • non può essere identificata con la Giustizia nella sua accezione di Eticità, in quanto la natura teleologica della Meritocrazia lo esclude (a meno di sistemi etici estremamente peculiari).

Da tutto ciò consegue che è errato pensare di utilizzare il meccanismo meritocratico come “chiave universale” per realizzare una “Società Giusta”, qualunque cosa questo possa significare. La Meritocrazia può essere un efficace meccanismo di incentivazione, da applicare in ambiti delimitati, con obiettivi di ottimizzazione di un “valore” di agevole valutazione e che il cui perseguimento possa essere efficacemente migliorato grazie a un sistema di premi.

Infine, è interessante prendere in considerazione il caso in cui un sistema di incentivi è mirato a favorire la disponibilità di un bene X; è in questo caso verosimile che esso funzioni meglio se i premi consistono nella distribuzione di appropriate quantità del bene X. In questo modo, il sistema dei premi è alimentato dai risultati stessi delle azioni incentivate, e di conseguenza è possibile creare un sistema che si autosostenga. Un sistema meritocratico robusto, quindi, eroga premi nella stessa “unità di misura” che usa per la valutazione del merito. Per quanto questo possa essere applicabile a diversi modelli (ad esempio, si potrebbe immaginare un sistema premiante basato sulla reputazione, grazie al quale chi compie atti che aumentano il prestigio di una comunità venga “remunerato” appunto in termini di prestigio personale), non è sorprendente che questo tipo di sistemi sia particolarmente usato in contesti di tipo economico, dove sia le valutazioni che i premi possono, direttamente o indirettamente, essere ricondotti a grandezze economiche, o più volgarmente a denaro.

Nel prossimo post, spiegherò perché, almeno secondo  me, la Meritocrazia non equivale neanche all’applicazione delle leggi di mercato ai processi economici nell’ambito delimitato per il quale si sta ipotizzando di costruire un sistema di incentivazione.

Meritocrazia o Giustizia? (Parte prima)

Tutti noi ci chiediamo spesso se viviamo in una società giusta (o no? Io me lo chiedo spesso, o, meglio, mi chiedo come dovrebbe essere la nostra società per essere più giusta), ma è molto dubbio che abbiamo tutti la stessa idea di cosa sia la Giustizia. Per Giustizia qui intendo, ovviamente, non quella legata all’applicazione della legge da parte dei tribunali, ma quella che potrebbe più esattamente forse essere chiamata Equità, o, usando il più efficace termine inglese, Fairness. In linea di massima, nel seguito cercherò quindi di usare questo termine per evitare ambiguità.

A mio parere, la nozione popolare di Equità nel corso degli ultimi decenni è cambiata, sottilmente, senza che ci sia stato un vero dibattito sulla questione. Eppure, in teoria, questa nozione popolare è quella che dovrebbe sottendere ai criteri con cui lo Stato interviene sulla distribuzione della ricchezza e sul welfare, e quindi essere una delle pietre angolari (forse, la pietra angolare) della nostra convivenza. Mentre si discute spesso di specifiche applicazioni dei principi di equità (ad esempio sulla fiscalità generale e su come distribuirne il gettito), è invece molto più raro incontrare un dibattito sull’Equità sociale in sé, e l’assenza di dibattito non può che limitare la consapevolezza collettiva dei criteri che implicitamente guidano le scelte politiche. Ecco perché l’Incompetente ha deciso di provare a scalfire la superficie di un problema molto serio, sperando di metterne in luce qualche aspetto interessante.

Dicevo che a mio parere il concetto di Equità, o quello collegato di Giustizia Distributiva (ossia quella forma di Giustizia che si espleta nella distribuzione delle risorse, intrinsecamente scarse, nella società), ha subito delle profonde, seppur silenti, trasformazioni negli ultimi decenni. Una volta, per definire una ripartizione equa delle risorse, si sarebbe partiti da una posizione egualitaria, che considerasse una disponibilità di risorse uguali per tutti come una “condizione primitiva” rispetto alla quale ragionare per differenza volendo trovare una distribuzione migliore.

Questa è la posizione sostenuta nel più importante lavoro di filosofia politica del Novecento, A Theory of Justice pubblicato da John Rawls nel 1971. Secondo Rawls, le disuguaglianze nella ripartizione dei beni materiali (ossia nella ricchezza di ciascuno) sono ammissibili solo se il loro effetto è che i più svantaggiati ne ottengono un beneficio. Perché questo possa accadere, ovviamente, occorre che le disuguaglianze forniscano un incentivo a chi può beneficiarne, in modo però che ne derivino “ricadute sociali” positive tali da migliorare il benessere delle persone che di tali incentivi non fruiscono direttamente. È istruttivo osservare che questa posizione fu, all’epoca, criticata a partire da posizioni Egualitarie in quanto vista come una giustificazione dellle differenze sociali esistenti.
Questa è la tesi espressa dal più autorevole autore del Novecento, come dicevo, che rappresenta almeno nominalmente un punto di riferimento essenziale per la Filosofia Politica. Eppure, mi sembra che da queste tesi ci siamo allontanati, e parecchio.

Per comprenderlo, estrarrei un brano dell’articolo di Wikipedia sull’Egualitarismo, anzi sull’ Egalitarianism, visto che l’articolo è in inglese, che cita un “sostenitore” dell’Egualitarismo (la traduzione è mia):
«Uguaglianza non significa una stessa quantità [per tutti], ma uguale opportunità… Non commettete l’errore di identificare l’uguaglianza nella libertà con l’uniformità forzosa delle prigioni. […] Esigenze e preferenze individuali differiscono, come anche i desideri. È la pari opportunità di soddisfarli che costituisce la vera uguaglianza».
 
Come si vede, l’autore fa un gran pasticcio, mescolando l’Egualitarismo (che dovrebbe consistere nel considerare desiderabile ridurre al minimo le differenze tra le condizioni di vita di ciascuno) con l’uguaglianza delle opportunità, che è invece una componente essenziale della Meritocrazia (per la quale appunto tali differenze sono indispensabili). A sua volta, la Meritocrazia è spesso identificata tout court con l’Equità, ed invocata come condizione necessaria e sufficiente per garantire una distribuzione soddisfacente delle risorse. Ma cos’è la Meritocrazia?
Volendo darne una definizione banale, potremmo dire che si tratta di una politica distributiva che incentiva e premia il merito, indipendentemente dalle caratteristiche “non pertinenti” di una persona (ad esempio, la razza, il sesso, la famiglia di origine, ecc.). Tuttavia, questa definizione è priva di significato se non la elaboriamo un po’. Ad esempio, potremmo dire che la Meritocrazia implichi l’esistenza contemporanea di una serie di condizioni, che provo a elencare “a ritroso”, cioè dal punto di arrivo a quello di partenza:

1)      Esiste un sistema di incentivi per cui:
a.       Diverse posizioni lavorative e sociali comportano diversi livelli di “retribuzione”
b.      All’interno di coloro che occupano posizioni equivalenti, vengono ulteriormente premiati i più “meritevoli”
2)      Esiste un sistema di valutazione e selezione per cui le posizioni “privilegiate” sono assegnate a coloro che producono i migliori risultati, indipendentemente da ogni altra considerazione;
3)      Dal momento che la capacità di produrre risultati eccellenti si costruisce in un percorso formativo, e che per poter dimostrare questa capacità è necessario poter accedere ad appropriati sbocchi lavorativi, una condizione necessaria per l’esistenza di un sistema meritocratico è la cosiddetta Uguaglianza delle Opportunità (Equality of Opportunities, in inglese).

In altre parole, la Meritocrazia implica:
–          L’Uguaglianza delle Opportunità
–          La Disuguaglianza dei Benefici
–          Un complesso sistema di valutazione, selezione e remunerazione

Nei prossimi post, cercherò di affrontare alcune questioni che conseguono abbastanza naturalmente a queste premesse.

Pomigliano: tiriamo le somme

Proviamo, dopo aver presentato alcune possibili ragioni per solidarizzare con l’una o l’altra posizione in gioco sull’affaire Pomigliano, a tirare le somme. In questo post, insomma, proverò a esprimere la mia posizione personale.

Prima premessa: contro la forza, la ragion non vale. Quand’anche per assurdo si dovesse concludere che da un punto di vista strettamente economico la Fiat avesse torto nel pretendere una radicale revisione delle modalità di lavoro a Pomigliano, i rapporti di forza sono tali che io in questo momento raccomanderei al sindacato di accettare.

Seconda premessa: tutti i dati e le considerazioni che ho presentato sono generali, e non specificamente centrati sulla realtà di Pomigliano. Nel documento di Marchionne che ho già citato, si dice che gli interventi degli anni passati hanno risolto i problemi di qualità dello stabilimento, che però finora ha prodotto modelli la cui domanda è bassa e quindi insufficiente a saturare la capacità produttiva degli impianti (nel 2009 è stato prodotto solo il 15% delle auto teoricamente producibili, e non per scarsa produttività, ma perché non ci sarebbe stato modo di venderne di più). C’è stato un uso massiccio della cassa integrazione.

La scommessa della Fiat nel puntare su Pomigliano richiede quindi innanzitutto un investimento da parte dell’azienda, visto che senza cambiare tipo di produzione non avrebbe senso chiedere un maggiore impegno ai lavoratori. E’ pienamente legittimo che in vista di questo investimento la Fiat chieda certezze ai sindacati: Pomigliano deve funzionare, se deve produrre uno dei modelli di punta: una volta collocata lì la produzione non è che poi la Fiat possa spostarla. Pomigliano deve garantire standard di efficienza e qualità tali da remunerare l’investimento dell’azienda. Le "anomalie di contesto", se ci sono, devono essere sanate, o altrimenti per la Fiat non ha senso investire.

Ma per questo, secondo me, non è necessario e non è giusto trasformare Pomigliano in un "laboratorio" della spirale discendente di diritti e condizioni di lavoro. L’Italia, come gli altri Paesi europei, deve prendere una decisione strategica su come rispondere alla concorrenza internazionale. Nel mondo, ci sarà sempre una "Polonia", ossia un luogo dove sia possibile produrre a costi più bassi; se accettiamo la logica dell’alternativa tra lo smantellamento delle attività produttive (non solo dell’industria manifatturiera) e l’abbassamento delle condizioni di lavoro, imbocchiamo una strada che condurrà intere categorie all’impoverimento o a una qualità di vita inaccettabile.
Ebbene, la mia opinione è che non è vero che questo sia l’unico modo per le aziende per fare profitti; questo è piuttosto il modo per fare i profitti più alti. Se la Fiat producesse la Panda in Italia, con condizioni di lavoro e costi italiani, avrebbe lo spazio per guadagnare, come ho cercato di dimostrare. Volere di più a spese delle condizioni di vita degli operai non è un obbligo imposto dal mercato, è un modo per fare più soldi, un obiettivo comprensibile per l’azienda ma non positivo per il "bene sociale". Un obiettivo, insomma, per cui la politica e gli osservatori non interessati non dovrebbero avere davvero motivo di fare il tifo.

Io credo che la Fiat abbia il diritto di chiedere e ottenere che Pomigliano lavori ai migliori livelli degli altri stabilimenti italiani, come Melfi o Mirafiori. Credo che il sindacato abbia l’obbligo di non difendere comportamenti lassisti, assenteismo, iperconflittualità. Ma credo che la Fiat e tutta l’industria italiana debba accettare il fatto che i loro profitti presenti e futuri non possono e non devono venire dall’abbassamento degli standard di vita dei loro dipendenti, né dallo svuotamento del ruolo dei sindacati. Ho cercato di dimostrare che le aziende possono fare oggi gli stessi profitti di dieci anni fa, anche nel mercato competitivo di oggi, senza ricorrere a questi mezzi; il punto è che alle aziende i profitti di dieci anni fa non bastano: vogliono di più.

Un’ultima notazione: naturalmente dire che una catena produttiva è in grado di generare profitti non vuol dire che questi profitti ci siano: se, ad esempio, una fabbrica efficientissima produce prodotti obsoleti, il mercato non li compra e l’azienda fallisce. Oppure, se i costi aggiuntivi rispetto a quelli di produzione sono sporporzionati rispetto alla concorrenza, l’azienda non è lo stesso competitiva. Però, in questi casi, l’intervento necessario non è sulla catena produttiva: è sul marketing, sul design, sull’organizzazione, sulle vendite, ecc.. Ancora una volta, queste considerazioni sono valide a partire dall’ipotesi che la Fiat sappia cosa sta facendo, ossia che il nuovo modello di autovetture da produrre a Pomigliano si venda bene e a un prezzo coerente con l’attuale mercato.

Pomigliano: perché la FIOM ha ragione

**** ATTENZIONE: QUANTO SEGUE E’ FRUTTO DELLA MIA INCOMPETENZA. PRENDETE CUM GRANO SALIS. NON SI ACCETTANO RECLAMI ****

Dopo qualche giorno dal referendum (che pare non abbia raccolto “abbastanza” sì… strano paese l’Italia!), torno sul tema Pomigliano per esaminare, stavolta, per quali ragioni si possa dire che Marchionne e la Fiat abbiano torto e la Fiom abbia ragione.

Ovviamente, come dicevo anche nel post precedente, Marchionne e la Fiat si comportano in modo perfettamente naturale dal loro punto di vista, se consideriamo l’ottica di una trattativa in cui ciascuna parte cerca di ottenere il massimo sfruttando tutto il potere contrattuale che ha. Dare “ragione” o “torto” alla Fiat o alla Fiom, quindi, ha senso solo se prendiamo per buone le affermazioni di tutte le parti in causa secondo cui ciascuno sostiene di avere a cuore la difesa dei posti di lavoro, o l’industria automobilistica in Italia, o il benessere del Mezzogiorno, o addirittura l’interesse nazionale.
Nel post precedente, ho evidenziato alcuni dati sul ritardo di produttività nell’industria italiana rispetto a quella europea, per non parlare di quella polacca (visto che l’attuale Panda si costruisce appunto in Polonia). Tuttavia, non tutta l’industria manifatturiera è uguale: vediamo i dati relativi alla produzione di veicoli a motore (auto, camion, ecc.) in Italia e in altri paesi europei dove questa industria è storicamente importante (tutti i dati presentati in questo post sono ripresi dal sito di Eurostat):

La Polonia ha ancora una produttività, intesa come valore aggiunto diviso costo del lavoro, molto superiore, ma ecco che abbiamo una sorpresa, anzi due:

  1. L’Italia ha una produttività più alta di Francia e Germania (che sono praticamente uguali);
  2. Negli ultimi anni, la produttività dell’Italia in questo settore è cresciuta, mentre avevamo visto che era calata nel complesso quella dell’industria manifatturiera.

Interessante? Andiamo avanti.

Nonostante questa competitività apparentemente maggiore della produzione italiana rispetto a quella tedesca o francese, in Italia si produce molto meno, in rapporto al consumo di automobili. Il grafico qui sotto illustra (in unità un po’ prive di senso [valore della produzione interna / auto immatricolate], scusatemi, dovrei farlo meglio questo lavoro, ma nessuno mi paga…) appunto il rapporto tra produzione interna e consumo interno.

In pratica, in termini grossolani, l’Italia, in rapporto a quante auto “consuma”, produce internamente meno della metà della Francia e meno di un quarto della Germania, nonostante che come abbiamo visto la produzione in Italia sia competitiva rispetto a questi paesi. Quindi, la Fiat negli anni 2000-2007, per cui sono disponibili questi dati, ha avuto una strategia molto più orientata alla produzione all’estero rispetto alle case tedesche e francesi, e non perché ci fosse un differenziale di competitività. Semplicemente, Francia e Germania hanno tutelato la produzione e l’occupazione interna, e l’Italia no.

Ma non è finita. Abbiamo visto nel post precedente che la crisi ha colpito duramente i margini delle imprese. Uno dei grafici che ho “rubato” alla Banca d’Italia dimostrava che il calo dei profitti era dovuto sia a un calo della produzione che a un calo del profitto per unità di prodotto, perché il calo della domanda ha fatto abbassare i prezzi e di conseguenza il margine unitario delle imprese manifatturiere. Da qui, la necessità di un recupero di produttività, inteso anche come riduzione del costo unitario del prodotto. Fin qui, tutto chiaro (anche se va tenuto conto che il calo dei profitti non vuol dire profitti negativi! Vuol dire che i profitti anziché crescere, per un paio d’anni sono diminuiti).
Però… però, come dicevo, c’è prodotto e prodotto, e c’è Paese  e Paese. Il grafico cui facevo riferimento riguardava tutta l’industria manifatturiera e tutta l’Europa. Ma cosa possiamo dire dell’industria automobilistica, in Europa e in particolare in Italia?
Scommetto che cominciate a sospettarlo. Guardate il grafico qui sotto:


A partire dal 2000, i prezzi delle auto in Italia sono saliti un po’ più che negli altri Paesi europei; e, certamente “grazie” agli incentivi, anche nella fase di crisi del 2008-2009, quando i prezzi nella zona Euro stagnavano o calavano, in Italia continuavano a salire. In altre parole, il mercato italiano delle auto è stato “sostenuto” non solo perché una parte delle auto nuove ricevevano incentivi statali, che abbiamo pagato tutti come contribuenti, ma perché tutte le auto nuove avevano un prezzo più alto di quello che il mercato avrebbe determinato in assenza di incentivi. Questa differenza l’hanno pagata tutti gli acquirenti di auto nuove, a favore delle case automobilistiche che hanno venduto in Italia. È vero, oggi gli incentivi non ci sono più; vedremo se il prezzo effettivo delle auto calerà.

Quindi, riassumendo:

  1. l’Italia per la produzione di autoveicoli è pienamente competitiva con paesi come Francia e Germania, anche se certo non con la Polonia;
  2. i produttori automobilistici di Francia e Germania hanno una quota di produzione interna molto maggiore di quella dei produttori italiani (ossia della Fiat);
  3. l’Italia è il Paese dove, grazie a un costo sostenuto sia dalle finanze pubbliche che dai consumatori, l’industria automobilistica è stata maggiormente protetta dagli effetti della crisi.

In questa situazione, la Fiat decide di chiudere uno stabilimento (Termini Imerese) e, per mantenere l’occupazione a Pomigliano, pretende di fatto di imporre condizioni di lavoro più gravose e una riduzione dei diritti dei lavoratori, senza offrire loro un centesimo in più. E’ bene che sia chiara una cosa: la produzione di automobili in Italia, alle condizioni del 2009, produce profitti e non perdite; profitti inferiori a quelli ottenibili con una produzione in “off-shore”, ma profitti non inferiori a quelli ottenibili in altri Paesi industriali dove non si suona il mandolino e non si mangia la pizza con la bufala.

C’è da stupirsi se la Fiom non ha accolto con un sorriso le richieste di Marchionne, visto che qualsiasi altra impresa italiana avrebbe motivi molto più fondati per chiedere le stesse cose (ossia un peggioramento senza contropartite del trattamento dei lavoratori che già non è che navighino nell’oro)? C’è da stupirsi se la Confindustria assiste al “negoziato” facendo il tifo per Marchionne e fregandosi le mani, sapendo bene quale seguito “a domino” avrà questa vicenda?

La mia domanda finale è: premesso che i dati che ho presentato possono essere stati estratti o interpretati male, avete trovato da qualche altra parte un’analisi di questo tipo, magari fatta bene anziché alla carlona come la mia? Ma perdiana, è possibile che io da Incompetente debba mettermi a fare le ricerche sui database dell’Eurostat anziché leggere un bell’articolo sul Corriere della Sera?

Nel prossimo post, sintesi e conclusioni dell’Incompetente.

Pomigliano: perché Marchionne ha ragione

Oggi è un giorno importante: i lavoratori di Pomigliano votano sulla proposta di “accordo” avanzata dall’azienda. Si tratta probabilmente della vicenda industriale più importante e più gravida di conseguenze della storia recente d’Italia, qualunque ne sia l’esito. La Fiat potrebbe spezzare definitivamente la difesa delle “protezioni” contrattuali e poi anche legali di cui “godono” oggi i lavoratori, oppure trovarsi alle prese con l’ennesimo nodo gordiano che strangolerebbe nella culla i piani di rilancio della produzione automobilistica in Italia. Non mi sembra fantasioso immaginare che il risultato della “questione Pomigliano” diventerà un modello di riferimento per tutta l’industria manifatturiera in Italia.

In questo post, proverò a esporre alcune ragioni per cui credo si possa dare ragione a Marchionne e alla Fiat. Dato che sono un po’ schizoide, nel prossimo post esporrò le ragioni per cui credo si possa dare torto a Marchionne. In questo modo conto di assicurarmi di avere contemporaneamente torto e ragione, maltrattando scientemente la logica aristotelica a me peraltro cara.

1: La scarsa produttività dell’Italia.
Tutti noi ci lamentiamo di guadagnare poco rispetto ai nostri colleghi stranieri; ebbene, è abbastanza vero, ma c’è un ottimo motivo: l’Italia ha una bassa produttività.
Peggio, la produttività del lavoro in Italia è in declino, mentre quella degli altri paesi (come sarebbe naturale) cresce. Guardate questo grafico, basato su dati Eurostat, che presenta la produttività del settore manifatturiero intesa come rapporto tra il valore aggiunto prodotto e il costo della manodopera:

La produttività dell’Unione Europea nel suo complesso cresce debolmente, mentre quella italiana nel 2007 era addirittura inferiore al 2000. Quindi, si potrebbe dire che non è vero che guadagniamo troppo poco, visto che in rapporto a quello che produciamo guadagniamo molto più dei polacchi e più anche della media UE.

Non a caso, un acuto commentatore economico, ossia il senatore Pietro Ichino, scrive in un suo articolo sulla questione di Pomigliano che uno dei più grossi problemi per l’Italia è la sua incapacità di attirare investimenti dall’estero: che motivi avrebbe un imprenditore per creare un’attività produttiva in Italia anziché altrove? Nessuno, come mostrano i dati sconfortanti esposti da Ichino. Quindi, nel momento in cui Marchionne, che deve avviare una nuova linea di produzione, decide di collocarla in Italia, anzi a Pomigliano, è perfettamente logico che come minimo pretenda di avere la certezza di poter contare su un’organizzazione del lavoro e un livello di conflittualità più vicini a quelli che troverebbe in Polonia.
Quale messaggio recepirebbero gli imprenditori italiani e stranieri se i lavoratori bocciassero la proposta di Marchionne? Quali residui spazi per investimenti nell’industria manifatturiera esisterebbero in Italia? Ahimè, sono domande fin troppo facili.

2: I morsi della crisi.
Tutto quanto sopra sarebbe forse già sufficiente, ma c’è un altro fattore importante da considerare: la crisi economica. Questa crisi, nata e pasciuta come crisi finanziaria, ha colpito duro le imprese, e continua a farlo.
In una pubblicazione della Banca d’Italia, ricca di interessanti dati, per evidenziare la presenza della crisi si usa il diagramma qui sotto, che è relativo al complesso dell’Eurozona. Come si vede, le variazioni sui profitti (attenzione: non i profitti, ma le variazioni) diventano negative nella seconda metà del 2008, e cominciano a far rilevare una timida ripresa all’inizio del 2010. Dal momento che i profitti sono determinati dai volumi di beni prodotti e dal profitto per unità di prodotto, è interessante osservare che entrambi questi fattori sono calati durante la crisi, a indicare un’accentuata contrazione della domanda, non accompagnata da una parimenti accentuata riduzione dei fattori di costo della produzione, in particolare del costo del lavoro.

Particolarmente colpita dal calo dei margini di profitto è stata l’industria manifatturiera, come si vede dall’altro diagramma qui sotto.

La cosa non è del tutto sorprendente, in quanto la riduzione della domanda porta a una riduzione della produzione che, nel caso dell’industria manifatturiera, non porta tuttavia a una proporzionale riduzione dei costi, in quanto la minore saturazione degli impianti comporta una maggiore inefficienza. Questo è quanto è accaduto in particolare in alcuni impianti Fiat in Italia, mentre in Polonia la produzione è proseguita a pieno ritmo, tanto che nell’intervento di Marchionne citato nel mio post precedente si sottolinea che nel 2009 in Polonia, dove sono impiegati 6.100 dipendenti sono state prodotte 600.000 vetture, mentre negli stabilimenti italiani, dove sono impiegati complessivamente 22.000 dipendenti, sono state prodotte solo 650.000 auto.

Ci si può sorprendere se la Fiat vuole aumentare l’efficienza nei suoi stabilimenti in Italia?

Per tutte queste ragioni, signori della Corte, oggi vi invito ad accogliere l’istanza di Sergio Marchionne. Nei prossimi giorni, la parola passerà alla difesa della Fiom.

Le Forche Caudine

Starete seguendo anche voi le trattative relative allo stabilimento Fiat di Pomigliano d’Arco (vero?); mi sembra un argomento degno di un po’ di approfondimento, pur sapendo benissimo che è impossibile giudicare della gestione di uno stabilimento industriale senza competenze tecniche specifiche. Non tenterò quindi di stabilire quali azioni andrebbero fatte per incrementare la produttività di Pomigliano, anzi partirei dal presupposto che su certe azioni (ad esempio i turni) la Fiat sappia meglio di chiunque altro cosa bisogni fare.

No, la questione che vorrei capire meglio è quella che poi è al centro della controversia tra Fiat e Fiom, e che ha fatto dire a Marchionne che la CGIL “gioca con la vita degli operai”: è vero che la crisi economica internazionale, e la necessità di aumentare la produttività, richiedono di fatto una riduzione delle tutele contrattuali dei nostri lavoratori, altrimenti gli imprenditori non avranno altra possibilità, per essere competitivi sul mercato, che delocalizzare sempre più la produzione in paesi dove queste tutele non esistono? Oppure, come dice la CGIL, questo spauracchio è semplicemente un’arma di ricatto di un’imprenditoria che gioca al ribasso per aumentare i propri profitti?

Naturalmente, una possibile risposta al problema è che valgono le leggi di mercato, e che quindi è perfettamente normale che entrambe le parti usino il proprio potere contrattuale per ottenere il massimo beneficio economico possibile. Dato poi che è ormai possibile stabilire un impianto produttivo praticamente in qualunque luogo del pianeta, le aziende hanno la possibilità di utilizzare un’offerta di manodopera a condizioni più favorevoli. Quindi, in sostanza, una linea di pensiero potrebbe essere “Fiat produce dove più le conviene, e non c’è motivo di sorprendersi se usa questa possibilità come leva negoziale”.

Tuttavia, che sia sul serio o che sia per ragioni di facciata, la Fiat e molti osservatori affermano che invece nelle scelte dell’azienda l’interesse “sociale” ha un peso, che la Fiat sta meritoriamente tentando di riportare in Italia un’importante linea di produzione e che l’eventuale scelta di abbandonare (anche) Pomigliano al suo destino sarebbe inevitabile se i lavoratori non dovessero accettare le condizioni che non già la Fiat, ma il mercato impone. La Fiat non avrebbe alternativa, dato che non può ovviamente accettare di lavorare in perdita, se non vuole soccombere in un mercato già in crisi ed estremamente competitivo. In altre parole, la linea della Fiat sarebbe in realtà l’unica possibile, e rappresenterebbe anche gli interessi degli stessi lavoratori.

Di fronte a questa linea di pensiero quasi unanime tra gli osservatori, io che sono per natura uno scettico non posso fare a meno di chiedermi come poter verificare se le cose stiano davvero così. Anticipo subito che non credo di riuscire a raggiungere una conclusione fondata: la complessità dei dati in gioco e la scarsa familiarità con questo tipo di analisi mi impedirà certamente di dare una risposta precisa ai miei dubbi; non è escluso, però, che da un po’ di ricerca emerga qualche dato interessante. Naturalmente la mia non sarà un’analisi politica, nonostante le importanti implicazioni di questa trattativa (è chiaro infatti che un accordo in deroga al contratto nazionale e ai diritti sindacali aprirebbe la strada a una revisione al ribasso delle condizioni per molti altri lavoratori).

Tra le fonti, peraltro, vorrei usare un documento estremamente interessante: il testo dell’intervento che Sergio Marchionne ha tenuto in un incontro con Governo e sindacati a dicembre scorso. Dico la verità: leggetelo, perché è magnifico: Marchionne presenta la situazione e la strategia dell’azienda senza furbizie, senza ammiccamenti, senza consociativismi “all’italiana”, e senza soggezione o “captatio benevolentiae” verso i politici al potere. Lucido, preciso, chiaro: il discorso di un vero manager.

Continuiamo nel prossimo post, così avete il tempo di leggere il testo di Marchionne.

Fine primo tempo…

A quale conclusione siamo quindi arrivati con l’ultimo post? Abbiamo concluso che per un individuo razionale, raggiunto un certo livello di benessere, tale da soddisfare i bisogni primari e da permettere di godere di un buon assortimento di quelli che abbiamo chiamato beni durevoli soft, è conveniente ridurre al minimo il tempo e le risorse dedicati all’acquisizione di nuovi beni e orientarsi invece a sfruttare al massimo l’utilità differita dei beni che ha già acquisito.
Se quindi consideriamo un lasso di tempo abbastanza ampio nel quale un individuo può raggiungere un certo livello di benessere, avremo che la quantità di beni che acquisterà tenderà a decrescere, mentre la teoria microeconomica neoclassica, alla base del modello capitalistico-liberista, “prescrive” di continuare ad acquistare illimitatamente nuovi beni.
Tutto questo può sembrare quasi ridicolmente ovvio: potreste dirmi “Quindi hai dimostrato che se uno ha dieci milioni di euro in banca, la villa al mare e la barca a vela, gli converrebbe stare in vacanza a goderseli anziché ammazzarsi di lavoro per comprarsi l’aereo personale? Bella scoperta!”. Già, lo sappiamo tutti questo, vero? E sappiamo anche che se uno ha una casa adeguata, qualche soldo da parte e un abbonamento alla TV via satellite gli converrebbe passare il tempo a guardare una retrospettiva di film d’autore insieme ai figli piuttosto che lavorare come un matto per ottenere una promozione e comprare un TV al plasma da 50 pollici; però…
Però, per quanto questa conclusione possa sembrare ovvia, la teoria economica dominante dice esattamente il contrario! Dice in sostanza che non c’è limite alla tendenza al consumo di beni da parte di un agente economico razionale; io invece credo di aver dimostrato, pur accettando gli stessi presupposti della teoria economica neoclassica (e in particolare che le scelte degli individui sono guidate solo dalla massimizzazione dell’utilità, e che l’utilità deriva solo dai beni materiali), che, una volta tenuto conto della limitatezza del tempo a disposizione di ciascun individuo, questa teoria è falsa, ed è valida solo per individui (e, su più ampia scala, comunità) a basso livello di benessere, come era peraltro nella società quando la teoria economica neoclassica fu elaborata.
Sostengo inoltre, ma dimostrare questo richiederà una certa riflessione e un ulteriore ciclo di post (faticoso sia per me che per voi ;-)), che questo non è un dato isolato, e che anche dal punto di vista delle imprese vale la stessa cosa, ossia che non è vero che per le imprese sia conveniente massimizzare la produzione, una volta tenuto conto dei limiti fisici reali del mercato e delle risorse fisiche disponibili. In altre parole, vorrei dimostrare che il modello c-l è irrimediabilmente arcaico, in quanto si basa su una rozza approssimazione delle dinamiche economiche reali, valida solo per società a basso benessere diffuso e per sistemi di produzione e mercati “piccoli” rispetto alle dimensioni globali. Oggi viviamo in una società in cui il benessere diffuso è relativamente alto (b > 1) e in cui i sistemi di produzione e i mercati hanno ormai raggiunto dimensioni planetarie; in queste condizioni il modello c-l è semplicemente errato (mi rendo conto di aver fin qui dimostrato solo parzialmente questa affermazione, ma spero che quello che abbiamo già visto sia sufficiente per renderla almeno plausibile). 
Ammesso che le mie argomentazioni siano valide, rimane una obiezione fondamentale che potrebbe essermi rivolta: “Ma se fosse vero che agli individui converrebbe limitare i propri consumi e dedicare il proprio tempo a massimizzare il beneficio che traggono dai beni che possiedono già, come mai in genere le persone non si comportano così?”. La risposta ovvia è che le persone non sono agenti razionali, e che sia l’economia neoclassica che le mie “proposte di emendamento” sono dirette a identificare il comportamento più razionale, non a prevedere quello psicologicamente più probabile. Se le persone si comportano in modo irrazionale, se ne deve trarre (almeno) una delle due seguenti conseguenze:
      non è vero che l’unico criterio che guida le scelte delle persone è l’utilità derivante dai beni, sia pure nel senso esteso “alla Maslow” che ho proposto;
      le persone sono indotte a comportarsi in modo contrastante con i propri veri interessi, da “forze” che le orientano sistematicamente nella direzione di un maggiore “consumismo”.
Avete qualche risposta da proporre?

Lavorare è un’abitudine costosa…

Per concludere questa parte della discussione del modello capitalistico-liberista (modello c-l), basato sulla teoria microeconomica neoclassica, possiamo ricapitolare i passaggi precedenti dicendo che:
1.    Siamo partiti, coerentemente con il modello c-l, dall’assunzione che le scelte di un agente economico individuale siano guidate essenzialmente dalla massimizzazione della cosiddetta utilità, e che esista una funzione di utilità che rappresenta le preferenze (ho preferito talvolta far riferimento ai bisogni) dell’individuo;
2.    Ho cercato di evidenziare che è plausibile, anche facendo riferimento ad altre analisi delle motivazioni umane, che i bisogni possano essere raggruppati in classi di priorità, e che di conseguenza la funzione di utilità presenti dei punti singolari, o meglio dei punti di transizione, in corrispondenza della “quasi sazietà” di una di queste classi di priorità. Per semplicità, ho adottato un modello minimale in cui esistono solo due classi di priorità: i beni hard e quelli soft;
3.    Ho introdotto una grandezza che ho chiamato benessere, e che corrisponde al “tasso di riempimento” complessivo delle diverse classi di beni. Questa grandezza (indicata con b) non è una grandezza “fondamentale”, ma rappresenta un indicatore sintetico della quantità di beni utilizzabili di cui dispone un soggetto. In base alle ipotesi già fatte, a ogni valore di b corrisponde un insieme di beni scelti dall’individuo, che includeranno, in base alla priorità delle classi di beni, prima tutti i beni a massima priorità, quindi quelli di priorità immediatamente inferiore, e così via; i punti di transizione della funzione di utilità corrisponderanno a specifici valori di b;
4.    Nel modello semplificato che ho scelto, quindi, possiamo definire la scala di b in modo tale che:
·         Per 0 < b < 1, ci troviamo nel “regime” di acquisizione dei beni hard;
·         Per b = 1, abbiamo l’unico punto di transizione del nostro modello, che corrisponde alla “quasi saturazione” dei beni hard;
·         Per b > 1, ci troviamo nel regime di acquisizione dei beni soft, che dovremo studiare più da vicino.
E’ quindi possibile, ignorando a questo livello di discussione le differenze di preferenze tra i diversi beni all’interno delle due classi, fare riferimento a una funzione di utilità marginale, costituita dalla somma di quelle relative ai beni hard e soft, che è funzione di b, come la seguente:
Se consideriamo costanti i prezzi dei beni, possiamo interpretare la curva di utilità marginale come l’utilità ottenibile con un’unità di potere di acquisto. Questa utilità, coerentemente, decresce; se peraltro assumiamo che il potere di acquisto si ottiene lavorando, ossia convertendo tempo in denaro, possiamo concludere che la curva in questione esprime l’utilità ottenibile da un’unità di tempo.
Proviamo ora a definire il concetto, già accennato, di utilità differita: partiamo dalla considerazione che convenzionalmente si distinguono beni durevoli e beni non durevoli. I beni non durevoli (es. cibo) esauriscono immediatamente la loro utilità; i beni durevoli (es. un’automobile) la “erogano” lungo un periodo di tempo esteso, nel quale vengono usate. In entrambi i casi, classicamente, l’utilità del bene è comunque definita al momento dell’acquisto, ed è quindi espressa appunto dalla curva di utilità marginale. Questa distinzione è a mio parere sufficiente per i beni hard, legati a bisogni chiaramente valutabili.
Viceversa, per i beni soft, può verificarsi il caso in cui l’utilità di un bene durevole non è fissata al momento dell’acquisto. Supponiamo di comprare un CD musicale: la sua utilità misurata dalla curva che conosciamo corrisponde al piacere derivante dall’acquisto, dal tornare a casa e inserire il nuovo CD nello stereo, ascoltarlo per la prima volta con gusto, godendo il piacere della musica e contemporaneamente del possesso. Ma non è tutto qui.
Se successivamente dedicheremo del tempo ad ascoltare di nuovo il CD, rinnoveremo il piacere dell’ascolto, scopriremo nella musica qualcosa che ci era sfuggito. Ricaveremo da quell’acquisto una gratificazione (e quindi un’utilità) aggiuntiva, la cui misura sarà appunto proporzionale al tempo che dedicheremo a riascoltare il CD. Ho pensato di chiamare questa utilità aggiuntiva utilità differita, e deve essere chiaro che si tratta di un’utilità diversa da quella offerta da un bene durevole hard. Provo a fare un secondo esempio relativo a un bene molto diverso.
Supponiamo che io compri una Ferrari. Ovviamente, si tratta di un bene durevole, e in particolare di un’automobile; ma la sua utilità non è la stessa di una Punto. Infatti, è ragionevole ritenere che la mobilità sia un bisogno fondamentale, in quanto è difficile vivere decentemente, specie in una città, senza disporre di un mezzo di trasporto (al limite, usare i mezzi pubblici). Una Punto soddisfa appunto questo bisogno, ed è quindi a mio modo di vedere un bene hard.
Una Ferrari, invece, soddisfa solo marginalmente un bisogno di mobilità: piuttosto, soddisfa un bisogno di autorealizzazione e di affermazione nei confronti degli altri che si colloca molto in alto nella piramide di Maslow, e che rende la Ferrari quindi prevalentemente un bene soft. Ma se è vero che l’acquisto e il possesso di una Ferrari sono già sufficienti a gratificare l’acquirente, è innegabile che una parte significativa della soddisfazione derivante da un’auto come quella derivi dall’andare in giro al volante di un mezzo di gran lusso e immediatamente riconoscibile, magari per girovagare senza una meta o per trascorrere una serata mondana. Questa parte differita di soddisfazione (e quindi di utilità) non si può godere che dedicando tempo a utilizzare il bene al di fuori della sua utilità immediata (cioè: usare una Ferrari per andare in ufficio tutte le mattine non è altrettanto gratificante).
Anche in questi casi, quindi, esattamente come quando compriamo un bene, “spendiamo” tempo per ottenere utilità, ma senza prima convertire il tempo in denaro (ossia senza lavorare) e senza acquistare nuovi beni. Dato che, come abbiamo visto, solo i beni durevoli soft (e non tutti) possono fornire utilità differita, questo utilizzo alternativo del tempo può verificarsi solo quando il nostro indicatore di benessere b è maggiore di 1, e sarà tanto più possibile quanti più beni soft siano stati precedentemente acquistati da un individuo. Ecco che quindi abbiamo dimostrato che non è vero che un individuo non abbia altro uso possibile del suo tempo che lavorare per guadagnare denaro, comprare beni e quindi ottenere utilità. Esiste un impiego alternativo del tempo, che si applica solo se b > 1, e che consiste sostanzialmente nel dedicare tempo a godere quello che già si possiede anziché lavorare per comprare nuovi beni.
Questo impiego del tempo compete con la conversione del tempo in beni, e costituisce un disincentivo a lavorare tanto più efficace quanto maggiore è il numero e la varietà di beni di cui un individuo può già godere. Dato infatti che l’utilità marginale offerta dall’acquisto di nuovi beni decresce rapidamente, così come è decrescente l’efficienza di conversione del tempo in denaro (ad esempio, per la progressività delle tasse), prima o poi l’utilità marginale ottenibile impiegando il proprio tempo a godersi ciò che si ha dovrà superare l’utilità marginale ottenibile lavorando per comprare nuovi beni. Senza pretesa di rigore matematico, una forma ragionevole della curva di utilità marginale che tenga conto dell’utilità differita potrebbe essere quella illustrata nella figura che segue; è il caso di ricordare che quello che conta è l’utilità ottenibile investendo un’unità di tempo. E’ chiaro, quindi, che se io possiedo una Ferrari potrei trovarmi di fronte alla seguente alternativa (puramente ipotetica, ahimè): domani che è domenica mi conviene fare una gita con la Ferrari sulle colline del Chianti, in adeguata compagnia, oppure lavorare a una nuova idea imprenditoriale che mi consentirà di comprare una Bugatti? E’ ovvio che per comprare la Bugatti dovrò comunque lavorare un bel po’, e sacrificare diverse domeniche in cui potrei invece godermi il mio benessere già acquisito. A un certo punto, la densità di utilità marginale per unità di tempo, per così dire, derivante dall’utilità differita supera inevitabilmente quella derivante dai possibili nuovi acquisti.

Qualche differenza tra beni hard e soft

Nel post precedente, ho suggerito che ai fini della determinazione dell’utilità dei beni possa essere opportuno introdurre esplicitamente una classificazione gerarchica dei beni, divisi in beni hard (che soddisfano bisogni “di base”) e soft (che soddisfano bisogni più sofisticati). Peraltro, non è questa l’unica differenza che si può ragionevolmente attribuire ai due insiemi di beni: le caratterizzazioni che proporrò sono comunque ovviamente personali, anche se mi sembrano plausibili.
Beni hard:
·         Soggetti a bisogni più “rigidi”, quindi con una funzione di utilità che cresce “quasi uniformemente” fino al soddisfacimento pieno delle esigenze di base (finché ho fame, il cibo rimane per me molto attraente)
·         Soggetti a maggiore saturazione (una volta abbondantemente sazio, il cibo ha per me un’attrattiva molto limitata)
·         Poco sostituibili: se non ho, ad esempio, un riparo per dormire, non posso realisticamente sostituirlo con un surplus di cibo.
In base a queste considerazioni, possiamo considerare che la funzione di utilità per ciascun bene hard dipenda poco dagli altri, ed abbia una forma qualitativamente simile a quella riportata in figura.
La riga verticale corrisponde al punto che potremmo definire di “quasi sazietà” per i beni hard, in cui l’utilità di ulteriori quantità di questi beni (la cosiddetta utilità marginale) cade quasi a zero (v. la figura seguente, puramente indicativa). Il raggiungimento della “quasi sazietà” per tutti i beni hard corrisponde, per la definizione che ne abbiamo dato nel post precedente, a un livello di benessere pari a 1.
Beni soft:
·         Soggetti a bisogni più “elastici”, quindi con “rendimenti” decrescenti sin da subito, ma con una curva più “morbida”
·         Soggetti a minore saturazione (basti pensare a quante, tra le persone più ricche, possiedono non una ma numerose auto di lusso)
·         Maggiormente sostituibili: dal momento che soddisfano un bisogno soft (ad esempio l’autorealizzazione), è più agevole compensare, ad esempio, una scarsa soddisfazione sul lavoro con altre fonti di gratificazione dell’autostima.
In base a queste considerazioni, possiamo considerare che la funzione di utilità per ciascun bene soft abbia una forma qualitativamente simile a quella riportata in figura.
Anche in questo caso, la prima riga verticale corrisponde al punto di “quasi sazietà” per i beni hard, e quindi corrisponde convenzionalmente al livello di benessere 1. La curva dell’utilità marginale avrebbe invece un andamento simile a quello della figura che segue.
Fin qui, la distinzione tra beni hard e soft non è forse così utile, e non cambia drasticamente gli assunti del modello microeconomico neoclassico. Proverò nel prossimo post a evidenziare come applicherei ai beni soft le osservazioni fatte qualche post fa relativamente all’utilità differita.
[nota: a una rilettura, vedo che i grafici sono un po’ fuorvianti. Specie quelli relativi al generico bene soft vanno letti come se in ascisse ci fosse il benessere b, e non la quantità del bene X. I vari grafici “funzionano” a mio parere se si considera il caso speciale di un solo bene hard e un solo bene soft, ma le considerazioni testuali dovrebbero essere valide più in generale. Mi riservo di rielaborare i grafici, che lascio perché presi cum grano salis danno un’idea di quello che intendo]