Finale: la Meccanica Quantistica può essere innocua?

Siamo quindi arrivati alla fine di questa serie di post su un possibile approccio “non convenzionale” alla risoluzione di alcuni dei nodi storici della Meccanica Quantistica (MQ).

Proviamo a riepilogare:

  1. La MQ “funziona” benissimo, ma ha degli aspetti controversi. Un grande fisico come Feynman diceva che nessuno capisce davvero la MQ, ma il problema maggiore è che la MQ, specie se accompagnata dalla sua “canonica” interpretazione detta di Copenhagen, confuta o almeno mette in seria difficoltà alcuni principi fondanti della scienza classica: il Realismo Scientifico, il Principio di Località, il Determinismo. Esistono da molti anni dei tentativi per “salvare” almeno qualcuno di questi principi: ad esempio le teorie delle variabili nascoste come quella di Bohm  appunto ipotizzando delle variabili reali ma inaccessibili che determinino gli aspetti apparentemente casuali dei fenomeni quantistici. Nessuno di questi tentativi però si è sinora affermato. 
  2. Esaminando più da vicino il problema, mi pare si possa dire che tutti gli aspetti “imbarazzanti” della MQ siano legati alle nozioni di Spazio e di Tempo. Il Principio di Indeterminazione di Heisenberg si applica tipicamente a grandezze, come la posizione, la velocità o l’energia di una particella, che hanno a che fare con lo Spazio e il Tempo, e non si applica a grandezze non spaziotemporali come la massa a riposo, lo spin o la carica elettrica.
  3. Parallelamente, l’altra grande e rivoluzionaria teoria fisica del Novecento, la Relatività Generale einsteiniana, fondandosi sul principio di equivalenza perfetta tra i sistemi di riferimento di tutti i possibili osservatori, ci ha “costretto” a considerare con sospetto la nozione di “punto” dello spazio-tempo. La Fisica non è in grado di distinguere tra due Universi che si differenzino solo per una trasformazione dello spazio-tempo che non modifichi le relazioni tra gli oggetti fisici (tecnicamente, un diffeomorfismo dello spazio-tempo e della sua metrica); questa caratteristica può anche essere espressa come background-independence, ossia la descrizione fisica del mondo non dipende dallo specifico “sfondo” spaziotemporale che usiamo. Se accettiamo l’antico principio di identità degli indiscernibili introdotto da Leibniz, non si tratterebbe di due Universi distinti, ma dello stesso Universo descritto in due modi diversi. Lo Spazio e il Tempo, quindi, non sarebbero adatti a fornire una descrizione “fondamentale” della realtà fisica.
  4. Dalle considerazioni precedenti, viene naturale chiedersi se si possa elaborare una teoria fondamentale che non faccia uso dei concetti di Spazio e di Tempo. Una teoria del genere dovrebbe essere essenzialmente relazionale, ossia basarsi solo su oggetti elementari e le loro relazioni, e sarebbe “naturalmente” background-independent.  Lo Spazio dovrebbe emergere quando si descriva un sistema “abbastanza grande” perché abbia senso definirne una “dimensione”, ma questa definizione sarebbe basata sulle grandezze “fondamentali” che costituiscono la descrizione relazionale. Ricordiamoci però che “perdere” lo spaziotempo significa perdere anche la Gravitazione einsteiniana, che è indissolubile da esso. Quindi, se vogliamo ricostruire il nostro apparato bisogna che al crescere della “dimensione” del sistema  oltre allo spaziotempo emerga anche la Gravità.
  5. Fortunatamente, ci sono delle teorie escogitate appunto per fare questo, ossia “riprodurre” la Gravitazione einsteiniana a partire da un substrato fondamentale relazionale. La più accreditata di queste è la teoria delle Spin Networks, che adotta come descrizione fondamentale della realtà fisica una rete costituita da unità dotate di spin e dalle loro relazioni. Questa teorie, ancora non elaborate in modo compiuto, sembrano però in grado di far emergere sia lo spazio-tempo, sia la Gravità, sia, anche, le leggi base della MQ.
  6. Se queste teorie fossero esatte, “salverebbero” due dei tre principi che ho citato prima e renderebbero la MQ sostanzialmente “innocua”:
    1. Il Realismo Scientifico sarebbe preservato, perché le “reti” e le loro proprietà sarebbero ben definite anche indipendentemente dal fatto di essere sottoposte a un osservazione o meno. La rete stessa, e quindi le sue NxN relazioni, costituirebbe l’insieme di variabili nascoste che giustificherebbero l’apparente ambiguità delle descrizioni quantistiche spaziotemporali.
    2. Per lo stesso motivo, sarebbe preservato anche il Determinismo, visto che le componenti probabilistiche della teoria quantistica sarebbero rimpiazzate da calcoli deterministici a partire dalle variabili “fondamentali”.
    3. Invece il Principio di Località sarebbe abbandonato, proprio perché fondato su una nozione, la contiguità spaziale, che non ha un corrispettivo nella descrizione fondamentale della realtà. Il disegno qui sotto, prelevato da uno degli articoli che ho citato, mostra perché:

locality in networks

Se nella rete il nodo i ha una relazione con j, k, l, m, quando lo Spazio “emerge” può accadere che uno di questi nodi, in questo esempio k, si trovi “spazialmente lontano” da i. Non è insomma garantito che all’esistenza di una relazione nella rete fondamentale corrisponda poi una distanza spaziale “piccola”. La nozione di “locale” non è traducibile a livello delle proprietà fondamentali.

Restano da dire, credo, solo altre due cose. Una è che non vorrei aver dato l’idea che questo percorso logico attraverso cui vi ho condotto sia la “nuova verità” della Fisica: non c’è al momento, per quanto posso dire, un consenso sul fatto che le cose stiano effettivamente così, e, data la forma fortemente teorica del tutto, è difficile che siano le osservazioni sperimentali a decidere quale teoria sia quella “giusta”. Ci sono nuove teorie della Fisica fondamentale che competono con quelle “relazionali” (come la Teoria delle Stringhe) e non so quale prevarrà.

L’altra cosa riguarda il Tempo. Forse avrete notato che ho lasciato il Tempo fuori dalle mie ultime considerazioni; il motivo è che mentre secondo l’approccio che ho descritto lo Spazio è decisamente una grandezza non “reale” a livello “fondamentale”, il Tempo “esisterebbe” anche nella descrizione fondamentale della realtà. L’autore che, insieme a Lee Smolin, ha scritto alcuni degli articoli che sto citando, ne ha pubblicato uno (leggetelo, se siete interessati al tema “tecnico”) dall’eloquente titolo Lo spazio non esiste, così il tempo può esistere. La sua tesi, sostanzialmente, è che l’eliminazione dello Spazio dalle grandezze “veramente fondamentali” consente di risolvere i paradossi legati al Tempo che, come saprete, è difficile definire nella rappresentazione relativistica einsteiniana.

Chiudo con una notazione personale. Quando, verso la fine del 2007 ho aperto questo blog, il mio scopo era in realtà anche avere una scusa per ragionare e informarmi meglio su alcuni temi che rientravano tra i miei interessi ma che non riuscivo ad approfondire; avere un pubblico vero o presunto mi ha “obbligato” a essere più organico e rigoroso nelle mie piccole esplorazioni. Il percorso che ho sintetizzato qui sopra mi sembra che almeno per ora risponda in modo promettente a uno dei quesiti che sollevavo allora. Confesso che ne sono molto contento, anche se le cose che ho trovato e vi ho raccontato c’erano quasi tutte già allora. Ero io che non le sapevo…

E se Spazio e Tempo non esistessero?

Nei post precedenti abbiamo visto i principali problemi concettuali sollevati dalla Meccanica Quantistica (MQ), rispetto a quella che era, poco più di un secolo fa, la nostra visione della realtà e della conoscenza di essa; abbiamo anche visto che questi problemi concettuali non riguardano in realtà, come talvolta si dice, lo status della realtà fisica nel suo complesso, bensì le proprietà spaziotemporali degli oggetti fisici. Einstein, il principale critico della MQ, diceva che «La luna esiste anche quando non la vediamo», ma la mia impressione è che quello che la MQ sostiene non è che quando non la osserviamo non si possa dire che la luna esiste, bensì che non abbia senso affermare che la luna si trovi in una certa posizione. Questo fu sufficiente per rappresentare una rivoluzione epistemologica, ma anziché un “difetto di realtà” della luna, potrebbe indicare un difetto di realtà del concetto di posizione.

Abbiamo poi visto che nella Relatività Generale, la grande teoria einsteiniana che ancora oggi è valida per descrivere la Gravitazione e la Fisica su scala cosmica, lo status del “tessuto” spaziotemporale (nota terminologica: in inglese la parola tecnica usata è manifold, il cui corrispondente in italiano sarebbe varietà, ma preferisco evitare termini il cui significato matematico è diverso da quello corrente) è meno consistente che in Relatività Ristretta (e quindi in MQ). In realtà, dobbiamo comprendere che il concetto di “punto-istante” dello spazio-tempo non ha significato fisico, a meno che a quel “punto” sia associato un evento fisico osservabile, come un’interazione tra due particelle. Una teoria che accetti l’einsteiniano Principio di Equivalenza di tutti gli osservatori deve infatti essere indipendente dalla struttura del “tessuto” spaziotemporale, ossia deve essere background-independent. Un modo radicale di essere background-independent, ovviamente, è di rinunciare allo Spazio e al Tempo come entità “fondamentali” e trattarli invece come emergenti, un po’ come quello che chiamiamo pressione di un gas “in realtà” è riducibile al movimento di miliardi di molecole.

Ma esistono teorie che nei loro fondamenti facciano a meno di Spazio e Tempo? Sì, esistono, e sono generalmente teorie nate per riconciliare MQ e Gravitazione. Tipicamente, sono teorie relazionali, nel senso che il loro livello fondamentale di descrizione è costituito da “oggetti elementari” (come fossero particelle), e dalle relazioni tra di esse. Un esempio che abbiamo incontrato molto tempo fa sono le Spin Networks, una teoria della Gravitazione che, a partire da “unità di spin” e da relazioni tra di esse, ha come “livello fondamentale” di descrizione sostanzialmente una rete:

spin network

Questa rete non è nello spazio ordinario: è semplicemente una rete di relazioni. Chi ha sviluppato la teoria delle Spin Network, però, è riuscito a dimostrare che si può definire in modo sensato un’area e un volume a partire dalle relazioni della rete. Quindi, è possibile “ricostruire” la nozione di Spazio a partire da una “realtà ultima” in cui lo Spazio “non esiste”. Ma è anche possibile, a partire da questa o da altre teorie relazionali, ricostruire la MQ, facendo in modo quindi che a emergere non sia solo lo Spazio, ma anche la MQ che usa il concetto ordinario di Spazio? Se si ottenesse questo, automaticamente si soddisferebbe l’esigenza di conservare i moltissimi risultati sperimentalmente confermati della MQ.

Ci sono diversi fisici teorici che hanno cercato di ottenere proprio questo risultato. Un esempio è un articolo di F. Markopoulou e Lee Smolin, autore di alcuni validissimi libri di divulgazione. Traducendo a braccio dall’abstract, l’articolo mostra che «da un modello background-independent privo di meccanica quantistica, la teoria quantistica emerge nello stesso limite nel quale appaiono le proprietà spaziali».

Nei termini in cui tradizionalmente si discutono le alternative alla MQ, questo tipo di teoria sarebbe una teoria delle variabili nascoste non locali, dove le variabili nascoste, sempre secondo gli autori, sarebbero le relazioni (gli archi) che collegano i nodi della rete (che in questo caso non è necessariamente una spin network, ma segue una logica simile).

Quindi, in un certo senso, se questi signori hanno ragione il nostro cerchio è chiuso: lo Spazio non è “reale”, o almeno è reale quanto lo sono tutte quelle grandezze fisiche (come la pressione, o la temperatura) che sono definibili solo, collettivamente, per sistemi “grandi” ma non hanno senso a livello microscopico. Se le proprietà spaziali degli oggetti non sarebbero reali, oggetti e relazioni invece lo sarebbero, e quindi il Realismo Scientifico sarebbe valido.

Nel prossimo post, comunque, proverò a riassumere e tirare le somme, che in questo caso è un’operazione un po’ complicata… e richiede anche un po’ di Tempo.

Meccanica Quantistica, spazio-tempo e Einstein

Nel post precedente abbiamo visto che, in sostanza, le “anomalie” che ci imbarazzano nella Meccanica Quantistica sono associate alle grandezze spaziotemporali, e mi chiedevo se esse non fossero piuttosto indice di qualcosa che “non va” nella “normale” concezione dello spazio-tempo usata dalla MQ, che è sostanzialmente quella della Relatività Ristretta di Einstein.

In effetti Einstein ebbe un ruolo molto articolato nei confronti della MQ: fu uno dei suoi iniziatori, ma è anche passato alla storia come il suo maggior nemico (“Dio non gioca a dadi”). Anche relativamente a Spazio e Tempo, Einstein ne fornì due importanti, e diverse, visioni nella teoria della Relatività Ristretta e in quella della Relatività Generale.

Infatti, nella Relatività Ristretta lo spazio e il tempo perdono la loro condizione “assoluta” e diventano, appunto, relativi a uno specifico osservatore. Da qui deriva una serie di conseguenze sorprendenti, come la dilatazione dei tempi, la contrazione delle lunghezze, la relatività della simultaneità, eccetera. Però dal punto di vista “matematico” spazio e tempo conservano una struttura continua e lineare.

Nella Relatività Generale le cose cambiano ancora. Non solo perché lo spazio-tempo diventa curvo, ma perché in realtà la nozione di “punto nello spazio” perde di significato. Infatti le leggi della Fisica e le formule che definiscono la dinamica devono essere covarianti, il che vuol dire che a tutti gli effetti due “universi” che differiscono solo per una trasformazione del sistema di riferimento spaziotemporale sono in tutto e per tutto equivalenti. Questo tipo di trasformazioni (diffeomorfismi) non sono semplici traslazioni o cambiamenti di scala, ma possono modificare la curvatura dello spaziotempo, come si vede da questa immagine di un diffeomorfismo di una griglia a maglie quadrate:

Proprio per questo, il singolo “punto-istante” perde di senso fisico, in quanto ogni rappresentazione spaziotemporale di un sistema fisico è equivalente a tutte le altre che appartengono alla classe che si ottiene sottoponendo lo spazio-tempo a questo tipo di trasformazioni. Alla fine, per Einstein, l’unica cosa che ha un senso fisico sono le interazioni tra oggetti:

«Tutte le nostre osservazioni nello spazio-tempo consistono invariabilmente nella determinazione di coincidenze spaziotemporali. Se gli unici eventi fisici fossero i movimenti di punti materiali, allora l’unica cosa osservabile sarebbero gli incontri tra questi punti […] Un sistema di riferimento non serve ad altro che a facilitare la descrizione della totalità di queste coincidenze»

Ecco quindi da dove proviene la caratteristica di background-independence che citavo in un post precedente: l’unica cosa che ha senso fisico sono gli eventi che mettono in relazione oggetti diversi, non il tipo di “sfondo spaziotemporale” su cui questi eventi si svolgono. Una discussione molto approfondita sul significato di questo aspetto della Relatività Generale si trova sul sito della Stanford Encyclopedia of Philosophy, sotto la voce The Hole Argument, che deriva appunto dal fatto che Einstein nel descrivere l’invarianza della Fisica rispetto a cambiamenti dello “sfondo spaziotemporale” fece riferimento alla situazione in cui ci sia un “buco” completamente privo di materia, per dire che qualsiasi conformazione dello spazio-tempo in un simile buco è fisicamente equivalente.

Ecco quindi che lo status “sospetto” dello spazio e del tempo come “reali” è confermato dall’idea einsteiniana, faticosamente elaborata e a lungo sottovalutata nelle sue implicazioni, che le leggi della Fisica devono essere indipendenti da qualsiasi trasformazione del sistema di riferimento, insomma l’indipendenza dal background. Certo, un buon modo per essere sicuri che le nostre teorie fisiche siano indipendenti dal background spazio-temporale sarebbe che questo background semplicemente non esistesse… Ne parliamo nel prossimo post.

Meccanica Quantistica: dov’è il trucco?

Nel post precedente, abbiamo visto che, nel corso dei decenni, da un lato si sono accumulate le prove sperimentali favorevoli alla Meccanica Quantistica (MQ), dall’altro si è osservato che alcune caratteristiche della MQ sono “inevitabili”, anche nel caso in cui si riuscisse a elaborare una teoria alternativa ad essa.

Quindi, il buon senso potrebbe indurci ad adottare la linea di pensiero più naturale, e semplicemente accettare la MQ come la teoria “giusta” della Fisica fondamentale. Il fatto che essa non sia conciliabile con la Relatività Generale potrebbe essere alla fine risolto da una delle versioni della Teoria delle Stringhe, che sono tutto sommato un’estensione dell’approccio della MQ, e ne condividono punti concettualmente forti e discutibili. “Se non puoi batterli, unisciti a loro”, dice l’adagio, no?

Io invece, almeno per ora, vorrei esplorare insieme a voi le ragioni per cercare un’alternativa. La prima ragione, ovviamente, va ricercata nelle caratteristiche controverse della MQ di cui abbiamo già parlato; per ragioni che ho in parte già esposto altrove, io credo che sia molto difficile abbandonare il Realismo Scientifico e continuare ad avere la pretesa di avere una conoscenza coerente e affidabile di ciò che non siamo noi stessi. Inoltre, sono ugualmente poco incline ad accettare un Indeterminismo “fondamentale”, cioè non derivante da una nostra ignoranza di qualche elemento della realtà. Dato che abbiamo visto che il Realismo e il Principio di Località non sono entrambi veri, quindi, devo rinunciare al Principio di Località. Si tratta di un’idea apparentemente ragionevole, quasi scontata: ogni oggetto può essere influenzato solo da ciò che è nelle sue immediate vicinanze. Ossia, è un principio che si basa sul concetto di contiguità spazio-temporale; se è falso, allora in questa nozione apparentemente evidente c’è qualcosa che non torna. Ricordiamocelo, e andiamo avanti.

Volendo quindi preservare il Realismo, andiamo a esaminare più da vicino come mai la MQ lo metta in discussione. Come sappiamo, l’interpretazione canonica della MQ dice che non ha senso parlare delle proprietà, ad esempio delle particelle elementari, se non quando le si osservano. Ma quali proprietà? Non tutte! Lo stesso Bohr, padre dell’interpretazione strumentalista della MQ, dice che “l’uso di concetti spaziotemporali nella descrizione dei fenomeni atomici deve essere limitato alla registrazione di osservazioni” (il grassetto è mio). Infatti, se immaginiamo di osservare la posizione di un elettrone in due diversi punti A e B, la MQ dice che nei nostri calcoli dobbiamo tener conto di tutti i possibili percorsi che l’elettrone potrebbe aver seguito per andare da A a B, proprio perché non possiamo sapere nulla della sua posizione e della sua velocità quando non lo osserviamo.

path integral

Benissimo: però un elettrone ha anche altre proprietà, e ce ne sono alcune che sono note e che consideriamo invariabili anche quando non osserviamo l’elettrone. Di quelle ha senso parlare anche quando non stiamo osservando l’elettrone: ad esempio lo spin o la carica elettrica dell’elettrone non cambiano mai. Come mai c’è questa differenza?

Il motivo “matematico” è che alcune grandezze fisiche, come la posizione o la velocità di un elettrone, sono soggette al famoso Principio di Indeterminazione di Heisenberg, il che vuol dire che ci sono stati dell’elettrone in cui la posizione è determinata e la velocità no, e altri in cui vale il contrario. Invece, la carica elettrica non è soggetta al Principio di Indeterminazione: in qualsiasi possibile stato, l’elettrone ha sempre la stessa carica. Un modo di vedere la differenza con la Fisica Classica è proprio questo: in MQ, ci sono grandezze fisiche sottoposte al Principio di Indeterminazione. E quali sono?

Sono, guarda un po’, quelle che hanno a che fare con lo spazio-tempo. Ecco perché nella citazione di Bohr prima ho evidenziato il fatto che fossero i concetti spaziotemporali a dover essere usati con cautela. Ed ecco perché ho sottolineato il fatto che se il Principio di Località non è valido, potrebbe darsi che sia il concetto di Località a essere mal definito.

Insomma, quello che viene da sospettare è che il “trucco” della MQ non stia nel fatto che non abbia senso parlare della realtà quando non la osserviamo, ma che siano le proprietà spaziotemporali della realtà a non essere… reali. Forse le curiose proprietà della MQ dipendono dal fatto che è una teoria che presuppone un “tessuto” di spazio-tempo (in Fisica si dice che è una teoria background-dependent), che potrebbe non essere un concetto così affidabile.

Nel prossimo post, vedremo che in realtà lo stesso Einstein aveva individuato questa debolezza nella sua stessa teoria della Relatività Ristretta, e che aveva faticosamente abbandonato questo presupposto nella teoria della Relatività Generale.

Torniamo alla Fisica – Allacciate le cinture di sicurezza!

Cari lettori (ma esistono davvero cose come i lettori di un blog come questo? O sono un espediente letterario?), dopo un lungo silenzio dedicato tra l’altro a seguire le elezioni politiche italiane, torno volentieri a parlare di Fisica.

Lo faccio riprendendo e “incrociando” due temi che ho toccato spesso in passato, a partire proprio dai primissimi post di questo blog, anni fa. Si tratta di:

  1. Le caratteristiche “paradossali” della Meccanica Quantistica, e la loro interpretazione che contrasta con il Realismo Scientificosono “inevitabili”? Il Problema della Misura è un inghippo irriducibile? Oppure esiste un modo di preservare contemporaneamente i risultati della Meccanica Quantistica e un’interpretazione epistemologica della teoria che riconosca e giustifichi la nozione di realtà oggettiva e persistente “là fuori” che è tradizionalmente alla base della scienza?
  2. Ammesso che questa espressione abbia un senso, qual è la “vera” struttura fondamentale della “realtà”? In particolare, è verosimile che di questa struttura fondamentale non faccia parte lo spazio fisico come lo percepiamo?

Ebbene, la convinzione che mi sto formando, dopo questi anni di incompetenti divagazioni nei territori della Fisica, è che le due domande hanno una stessa risposta. Se riuscirò nei prossimi giorni a mettere nero su bianco le ragioni di questa convinzione, vi inviterò ad accompagnarmi in questa escursione che, per fortuna, seguirà un percorso già tracciato da gente che di Fisica si occupa professionalmente. Come sa chi mi legge, su questi temi non posso certo produrre contributi originali, semmai posso rileggere cose esistenti con l’occhio dell’ “uomo della strada istruito”, e forse questa è la prospettiva che può essere utile a chi sia curioso ma non specialista del ramo. Dove, eventualmente, introdurrò delle mie speculazioni personali non mancherò di renderlo chiaro.

Principio Olografico e Psicologia: fine del viaggio

Con questo chilometrico e confuso post, chiuderei il tema del Principio Olografico e in particolare la mia incursione nel campo della Psicologia. Siate clementi, o astenetevi prudentemente dalla lettura…

Parlando di modelli “emergenti” in Fisica, abbiamo visto che è possibile dimostrare che da una struttura fondamentale “a rete” sufficientemente articolata è possibile far emergere una descrizione basata su uno “spazio” convenzionale (ossia che non è lo spazio nel quale si collocano i “nodi” della rete) nel quale si può ridefinire una dinamica che, anche se determinata dal livello fondamentale, può riprodurre enti e relazioni astratti e non immediatamente riconducibili al livello “inferiore”. Questo metodo, sempre in Fisica, è alla base degli approcci alla Gravità Quantistica fondati sulle Spin Network, che come abbiamo detto sono ancora lontani da un risultato definitivo ma mi sembrano promettenti.
Passando su un diverso terreno, e volendo ispirarsi a questo approccio per avvalorare l’idea che sia possibile “collegare” la struttura neurologica del cervello umano alle nostre ordinarie descrizioni delle funzioni mentali, e ai modelli della psicologia umana, è importante notare che l’idea che questi modelli siano “emergenti” è complementare all’idea “riduzionista che punta a ricostruire i livelli “superiori” di descrizione in modo diretto a partire da quelli “inferiori”, senza introdurre un “salto” di paradigma descrittivo. Proverò a essere più chiaro nel seguito.
Il livello fondamentale di descrizione della nostra mente è sicuramente quello neurofisiologico. E’ ovviamente una semplificazione indebita considerare l’encefalo come l’unica sede dei processi che definiamo “mentali”, ma per comodità ragionerò come se così fosse, anche perché credo che questa scelta non comporti perdite di generalità. A questo livello, ovviamente, troviamo la nostra descrizione “a rete”, che è poi una rete di neuroni; gli stati e i processi che si realizzano su questa rete sono caratterizzati da grandezze (potenziali, attivazioni, correnti, ecc.) che nulla hanno, prima facie, a che vedere con i fenomeni mentali. Non appare quindi del tutto improprio, anche epistemologicamente, il parallelo con le “reti” dei costituenti fondamentali della materia e delle loro correlazioni.
A partire da questo livello fondamentale di descrizione, è possibile procedere in almeno tre direzioni distinte:
1) evitare di introdurre qualunque altro livello superiore, e trattare la “rete neurale” come l’unica possibile descrizione esplicita della mente. Inutile dire che questo approccio richiama (o almeno a me ricorda) il programma della AI forte basato sulla riproduzione delle reti neurali biologiche tramite modelli programmati al computer, che dovrebbero, se sottoposti a un adeguato “addestramento”, poter replicare alcune (o, in estrema analisi, tutte) le capacità cognitive umane. Le funzioni mentali, quindi, in questo approccio sarebbero, sì, “emergenti”, ma non esisterebbe una correlazione riconoscibile tra i due livelli, esattamente come non esiste una correlazione riconoscibile tra i parametri che regolano le reti neurali informatiche e, ad esempio, una valutazione di rischio finanziario (che è uno dei campi in cui tali modelli vengono applicati).
2) tentare di utilizzare il livello fondamentale, combinandone gli elementi in strutture di complessità e di organizzazione gerarchicamente crescenti, per costruire livelli di descrizione superiori, ma senza introdurre discontinuità di paradigma. A tali strutture e ai processi che su di esse si appoggiano si faranno corrispondere fenomeni neurologici prima, e “mentali” poi, di livello sempre più “elevato”, che sarebbero quindi a questo punto completamente “spiegati”. Questo programma sarebbe ovviamente un programma riduzionista.
3) introdurre esplicitamente, immediatamente dopo il livello “fondamentale” o dopo aver seguito per un certo tratto il percorso “riduzionista”, una discontinuità di tipo di descrizione, possibilmente giustificando tale “salto” non solo in base alla sua conformità al nostro modo naturale di percepire i fenomeni mentali, ma eventualmente mostrando come sia possibile spiegare come i fenomeni “mentali” emergano da quelli “neurologici”.
L’approccio 3) sarebbe appunto quello che ipotizzavo nei post precedenti.
Volendo approfondire il ragionamento, viene naturale chiedersi a quale livello sia corretto collocare il “passaggio di paradigma” (ammesso che ve ne sia uno e uno solo). Proviamo a considerare, a scopo puramente esplorativo, due possibilità:
      basso livello: la discontinuità ha luogo già al livello dei processi cognitivi base, come quelli della percezione ed elaborazione di input sensoriali articolati, come immagini visive complesse. A partire dai costrutti psicologici-mentali richiesti per descrivere correttamente questo livello, dovrebbe essere possibile costruire una più elaborata teoria psicologica, da applicarsi anche a problemi complessi;
      alto livello: la discontinuità si ha quando, a partire da processi e fenomeni cognitivi semplici, si indaga l’organizzazione della coscienza, e della psicologia complessiva di un soggetto.
A questo punto, devo necessariamente invocare il privilegio del mio status di Incompetente. Infatti, procedere questa discussione senza conoscere approfonditamente né le neuroscienze né le diverse scuole psicologiche appare temerario anche a un dilettante come me; invito quindi chiunque stia leggendo a considerare i prossimi paragrafi come puri esercizi elucubrativi.
Un esempio di teoria che colloca la discontinuità a “basso livello” mi sembra la psicologia della Gestalt. Mi pare infatti di capire che alla base della teoria della Gestalt ci sia, tra l’altro, la convinzione che, pur esistendo una corrispondenza (o addirittura un isomorfismo) tra gli stati neurologici e quelli psicologici, non si possano comprendere i processi cognitivi (ad esempio la percezione di immagini) senza tener conto della loro organizzazione sistemica, non riducibile alla semplice elaborazione di input elementari. A partire da considerazioni di questo tipo sui processi percettivi, la Gestalt (mi sembra di capire) estende il suo approccio allo studio del pensiero e del comportamento umano, e ad essa si rifà una scuola psicoterapeutica che non sono però riuscito a comprendere quanto sia una diretta derivazione dei principi teorici della Gestalt.
Peraltro, i livelli di descrizione relativi ai processi percettivi e cognitivi “base” sono i bersagli naturali del riduzionismo, che tenta ovviamente di descrivere processi di complessità via via crescenti. La disponibilità di tecniche di indagine per immagini dell’attività cerebrale sempre più sofisticate, assieme alla crescente capacità elaborativa dei computer, sta fornendo importanti strumenti a chi si dedica ad approfondire gli studi sui processi mentali restando all’interno del livello di descrizione neurofisiologico. Sempre agli occhi di un Incompetente, sembrano molto interessanti risultati, sebbene parziali, di studi che mirano a correlare le immagini visive pensate o ricordate con specifici pattern di attivazione neurologica. Un recente articolo sembra indicare che l’idea di “leggere la mente” di qualcuno rilevandone l’attività cerebrale e poi elaborandola grazie a un computer possa non essere pura fantascienza, come al momento può apparire una scena del telefilm Dr. House… La cosa forse più interessante nell’articolo che citavo è che si afferma che i pattern neurologici correlati alle immagini sono molto simili tra persone diverse, il che lascia spazio all’ipotesi, sia pure molto speculativa, che sia possibile in futuro associare in generale specifici pattern neuronali a specifici costrutti mentali (immagini, concetti, ecc.). Questa ipotesi rappresenterebbe un bel sostegno alle tesi riduzioniste, o no?
Infine, spenderei qualche parola sull’idea di una discontinuità di paradigma ad alto livello. Una sua possibile “lettura”, che trovo personalmente convincente, è che mentre i processi cognitivi “base” potrebbero cadere preda del riduzionismo, risulti impossibile descrivere con uguale efficacia i processi mentali “superiori” senza utilizzare gli strumenti propri della psicologia. Ovviamente, per affermare questo dovrei chiarire cosa intendo per processi “superiori”, e quali strumenti della psicologia siano efficaci per descriverli. Proverò a ricorrere ancora una volta a un’analogia con le scienze fisiche.
In un certo senso, penso ai processi cognitivi come a equivalenti dei processi di Chimica Inorganica. Si tratta di processi sufficientemente “macroscopici” (rispetto alle interazioni ad esempio tra elettroni o protoni) da poter essere osservati direttamente, e un tempo erano descritti in termini “umani”: “si prende un pezzetto di ferro e lo si immerge in una soluzione di solfato di rame…”. La descrizione “fenomenologica” della Chimica è stata poi di fatto affiancata e sostituita da quella “microscopica”, basata sulla conoscenza della struttura della materia e delle forze elettromagnetiche che determinano la cinetica chimica. E’ certamente ancora possibile usare la descrizione fenomenologica della Chimica, ma essa non aggiunge nessuna informazione rispetto alla descrizione microscopica, che anzi collega le “leggi” empiriche della chimica pionieristica alle leggi fondamentali della Fisica. Mi sembra onestamente possibile, se non probabile, che lo studio delle neuroscienze porti allo stesso risultato per quanto riguarda i processi cognitivi come percezione, memoria, emozioni, ecc.
Tuttavia, noi non siamo solo un coacervo di processi di questo tipo; esiste una parte della psicologia che si occupa di ciò che costituisce la personalità complessiva di un individuo. Prima che vi indigniate ulteriormente, vi do ragione: la mia ignoranza in questo settore si estende fino a includere la terminologia di base. Sono estremamente disorientato da termini come Io, Coscienza, Sé, Psiche, Inconscio, e altri ancora più vaghi, come Anima o Spirito, e non saprei neanche con certezza quali scuole psicologiche usino l’uno o l’altro termine, e in che accezione. Quindi, li userò a casaccio e mi guadagnerò un altro po’ del vostro disprezzo.
Come dicevo, la Psicologia non studia solo processi mentali “delimitati”, o certe capacità cognitive, ma anche i fenomeni che coinvolgono quanto di una persona è individuale e persistente, ossia il suo Io. E’ evidente che le caratteristiche psicologiche che intervengono a questo livello di descrizione sono particolarmente importanti, in quanto sono quelle che più distinguono una persona dall’altra, e i processi e le forze che agiscono a questo livello sono di grande rilievo. Questo è quello che intendo per alto livello relativamente ai fenomeni mentali.
A questo punto, ha senso chiedersi, come ho fatto per i processi cognitivi di basso livello: è prevedibile che i progressi nelle neuroscienze finiscano per rendere irrilevante e ridondante la descrizione che la (o meglio, le diverse scuole della) Psicologia dà dell’Io? Potremo dire che questo tipo di descrizione, ammesso che sia valida, non aggiunge informazione a quello che possiamo ricavare dalle neuroscienze?
Io al momento mi sentirei di rispondere di no. A mio parere, questo livello di descrizione giustifica un effettivo “salto di paradigma”, o se vogliamo l’emergere di un modello descrittivo “macroscopico” che, pur non introducendo nuovi “oggetti ontologici” fondamentali, proponga un’organizzazione e una struttura che sarebbero praticamente inaccessibili altrimenti. Proprio come la termodinamica rappresenta una descrizione alternativa non banale per fenomeni fisici che coinvolgano quantità sterminate di elementi base, così la descrizione della Psiche fatta dalla Psicologia, seppure in linea teorica spiegabile in termini “microscopici”, in pratica offre strumenti di comprensione che resterebbero inaccessibili a una descrizione riduzionista. Non a caso, è proprio da uno di questi concetti termodinamici, l’entropia, che siamo partiti per un lungo viaggio nel Principio Olografico, un concetto che per definizione è comprensibile solo all’interno di una descrizione “macroscopica” e le cui numerose e illuminanti applicazioni sono stimolanti se non addirittura entusiasmanti. Chiuderei questo excursus proprio abbozzando un parallelo, del tutto privo di fondamenti certi ma forse suggestivo, del Principio Olografico con un particolare modello della Psiche.
Abbiamo visto in precedenti post che, espressa in forma generale, l’idea di introdurre un “livello emergente” di descrizione può essere equiparata alla costruzione di uno spazio “convenzionale”, non fisico, e che se questa operazione segue le modalità esposte per la Loop Quantum Gravity nello spazio che “emerge” risulta automaticamente valido il Principio Olografico. Se coniughiamo questa premessa con i modelli della psicoanalisi, e adattiamo conseguentemente la terminologia della figura adottata nel post per illustrare il Principio Olografico, potremmo trovare qualcosa del genere:
Qui ho interpretato l’”orizzonte” olografico come quello che separa il Conscio dall’Inconscio, che (secondo quanto mi pare di capire delle teorie analitiche di Freud e più ancora di Jung) sarebbe inaccessibile alla conoscenza diretta, ma proporrebbe una parte dei suoi contenuti “codificati” in forma simbolica all’interno di prodotti e materiali non controllati dal pensiero conscio, come i sogni o le immaginazioni.
Particolarmente suggestiva, nel caso di Jung, potrebbe essere la visione dell’Inconscio come ricco di energia psichica e di contenuti e costrutti profondi, tali da costituire una parte importante della Psiche, proprio come dietro l’orizzonte olografico fisico può celarsi una grande quantità di energia (o di massa, che è lo stesso). Ma eviterei di spingere l’analogia fino al punto di disgustare definitivamente tanto i fisici che gli psicologi…

Dal Principio Olografico alla Psicoanalisi?

Proseguendo dal post precedente, siamo giunti alla conclusione che mentre nel caso della Fisica il processo di "costruzione emergente" è guidato dalla necessità di "convergere" verso i modelli già consolidati delle teorie fisiche esistenti, che sono estremamente accurate ai loro rispettivi livelli di descrizione, per la Psicologia non sono disponibili (a mio parere, ovviamente) dei riferimenti altrettanto univoci e rigorosi.

Proviamo quindi, a titolo esplorativo, a proseguire con l'analogia con il caso della Fisica e a vedere se ne deriva qualche possibile suggerimento.
Partiamo dall'operazione di definizione dello spazio fisico come entità "emergente": da questa operazione deriva lo spazio fisico che:

  1. costituisce lo sfondo, o se vogliamo il "contenitore" di tutti i processi fisici osservabili;
  2. è uno spazio "dinamico", nel senso che esso stesso è influenzato dalla dinamica dei fenomeni fisici (anche in quanto è definito a partire da entità fondamentali dinamiche); non è semplicemente una cornice inerte;
  3. ha proprietà specifiche, come l' "olografia".

Le proprietà 2 e 3 dello spazio fisico hanno poca importanza per il livello che descrive la dinamica di base: nei fenomeni "microscopici" le caratteristiche dello spazio "al contorno" hanno in genere poca rilevanza rispetto alle interazioni dirette tra gli oggetti osservati.
Viceversa, esse sono importantissime al livello di Grande Scala, tanto che di fatto la teoria della Relatività Generale, che descrive i fenomeni su scala cosmologica, ha una natura essenzialmente geometrica. E, peraltro, abbiamo già visto quale importanza possa avere il Principio Olografico per i problemi cosmologici aperti.

Potrebbe quindi essere ragionevole cercare di utilizzare l'analogia con il processo di "costruzione" dello spazio fisico per ottenere qualche indicazione su come potrebbe essere una teoria psicologica di Grande Scala. Riprendiamo le caratteristiche che abbiamo osservato per lo spazio fisico, e proviamo ad attribuirle a uno "spazio psicologico". Quest'ultimo dovrebbe:

  1. costituire il naturale "contenitore" dei processi mentali osservabili;
  2. essere dinamico, attivo: dovrebbe essere in grado di interagire con i processi mentali e non essere un semplice sfondo inerte e immutabile;
  3. avere forse proprietà "strutturali" rilevanti ai fini della dinamica dei processi psicologici, e sarebbe interessante cercare per esso un analogo del Principio Olografico.

A quest'ultimo proposito, può essere interessante tener presente che abbiamo parlato di processi osservabili, proprio perché lo "spazio psicologico" che vogliamo costruire, proprio come quello fisico, non esiste per necessità, ma solo per riflettere una nostra modalità cognitiva di "osservare" i fenomeni psicologici. Di conseguenza, lo "spazio" di cui parliamo è direttamente collegato al modo in cui noi percepiamo i processi mentali nostri e altrui: in altre parole, alla nostra mente conscia.

Quindi, viene abbastanza naturale provare a "tradurre" il Principio Olografico in termini psicologici: se infatti schematizziamo il Principio Olografico in termini generali, come nella figura seguente,
olografia in genere
ci si può chiedere: esiste un modello psicologico nel quale si riproduce una struttura analoga a questa, all'interno di uno "Spazio Psicologico" che permetta l'osservazione introspettiva e abbia le proprietà di cui abbiamo parlato in precedenza?

Sarebbe suggestivo darsi una risposta positiva, facendo riferimento al modello della psicoanalisi (o della psicologia analitica, se utilizziamo la versione junghiana, che come vedremo nel prossimo post è forse più adeguata ai nostri scopi), dovuto a Freud e Jung.

Modelli emergenti in Fisica (e in Psicologia?)

Come dicevo nel post precedente, vorrei ispirarmi alle teorie fisiche che considerano il livello di descrizione del mondo a noi familiare, basato sui concetti di spazio e tempo e sulle leggi fisiche che governano gli eventi all’interno di questo sistema di riferimento, non fondamentale, ma emergente da una descrizione della realtà “background-independent”, come quella che la teoria della Loop Quantum Gravity cerca di sviluppare a partire da un modello “fondamentale” basato su Reti di particelle e relazioni tra di esse (Spin Networks). Il mio scopo sarebbe suggerire un’analogia con la Psicologia, ipotizzando che anche per quest’ultima sia possibile avere diversi livelli di descrizione, a partire da quello “fondamentale” basato su Reti di neuroni.

Per sviluppare questa analogia, penso sia utile innanzitutto uno sguardo a come dovrebbero collocarsi, secondo la mia comprensione, le varie teorie fisiche nello scenario auspicato dall’approccio cui faccio riferimento.

Come abbiamo detto più volte, il livello base di descrizione è dato appunto dalle Spin Network. A partire da questo livello, si “costruisce” lo spazio fisico, come entità emergente, e questo comporta alcune particolari caratteristiche per lo spazio; in particolare, abbiamo già visto che è quantizzato e che è, diciamo così, “olografico”.
All’interno di questo “spazio emergente” con le sue proprietà, dovremmo attenderci di ritrovare le “normali” teorie fisiche che abbiamo sviluppato all’interno dei modelli “background-dependent”. Nella figura ho voluto evidenziare due ulteriori livelli di descrizione:

  • Uno legato alla dinamica di base, che include le leggi che governano gli oggetti microscopici. Le grandezze fisiche che caratterizzano questo livello sono velocità, cariche elettriche, energie dei singoli costituenti della materia.
  • Uno ultra-macroscopico o su grande scala, che studia fenomeni “globali”, o perché intrinsecamente di scala cosmologica, o perché relativi a agglomerati di materia da studiare attraverso parametri statistici. Tipicamente, a questo livello si descrivono i sistemi attraverso relativamente “poche” proprietà termodinamiche (energia media, entropia, temperatura) o appunto cosmologiche.

Il livello di grande scala ha come componenti quelle studiate dal livello di base, e quindi è teoricamente “riducibile” ad esso, ma le grandezze fisiche che descrive hanno senso solo a livello aggregato. E’ importante comunque osservare che entrambi questi livelli hanno come “sfondo” lo spazio-tempo, con le sue proprietà (che abbiamo visto in parte essere determinate dal livello “fondamentale”), e proprio per questo i modelli fisici già conosciuti ci dettano in qualche modo le regole per definire, a partire dal livello fondamentale, lo spazio fisico e tutte le altre grandezze “emergenti”.

A mio parere, è ragionevole mutuare uno schema analogo per la Psicologia; anche in questo caso, infatti, vi sono (almeno) due livelli di descrizione possibili: quello dei singoli processi cognitivi o, con termine più generico, mentali (ad esempio i processi percettivi, o la formazione delle emozioni di base), e quello che considera la personalità dell’individuo nel suo complesso, guardando ai fenomeni “macroscopici”, per così dire, associati ad essa. A questo punto, sarebbe bello poter dire di avere anche per la Psicologia delle teorie consolidate in grado di descrivere in modo completo i due livelli di cui parlo, ma temo che non sia così. Proprio per questo, può essere interessante continuare a ragionare sulle implicazioni del processo di “emersione” a partire dal caso della Fisica, per capire se ne può derivare qualche implicazione sulle caratteristiche che dovrebbero avere le teorie psicologiche.

Principio Olografico e spazi emergenti: applicazione alla Teoria della Mente

Perbacco, che titolo roboante ha questo post. Un lettore avveduto temerà di esserne deluso, e avrà probabilmente ragione, ma non ho saputo trovare una sintesi migliore di quello di cui vorrei parlare.

Nel post precedente, ho nuovamente evidenziato che il Principio Olografico è una proprietà dello spazio (ignoriamo per ora la componente temporale) che necessariamente consegue alla "costruzione" dello spazio stesso a partire da un modello base "a rete", in cui le particelle (con le loro proprietà) e le loro interazioni (ossia gli "eventi") costituiscono archi e nodi della rete stessa:

spin network
Una struttura a rete di questo tipo a voi non fa venire in mente nulla? A me ha fatto venire in mente un altro tipo di rete: quella dei neuroni del nostro cervello. Ok, state pensando che i miei stiano funzionando decisamente male, e che topologicamente parlando tutte le reti si assomigliano. E' vero, però è proprio questo il punto a cui volevo arrivare, e vediamo quali implicazioni potrebbe avere questa osservazione.

Consideriamo quindi la rete dei nostri neuroni, ma sgombriamo prima il campo da un possibile equivoco: proprio come per gli Spin Networks, non sto qui parlando necessariamente di una rete fisica, ma di un modello astratto; diciamo che parlo di un modello connessionista del cervello umano. La Rete che consideriamo potrà coincidere o meno con l'organizzazione fisica dei neuroni di un cervello materiale, oppure ne potrà essere una versione idealizzata e semplificata, un modello funzionale: l'importante è che sia un modello adatto a descrivere le unità fondamentali del cervello e le loro relazioni. Fatta questa premessa diciamo metodologica, per semplicità d'ora in poi parlerò come se la Rete coincidesse con la struttura neuronale effettiva del cervello.
Quindi, se ha senso definire un modello del cervello come Rete di neuroni (con le loro proprietà) e relazioni ("connessioni") tra essi, e questo modello è di fatto topologicamente equivalente a una Spin Network (a patto di reinterpretare la semantica di nodi, archi e proprietà associate a nodi ed archi¹, ma una diversa semantica non altera la topologia), allora tutto quello che abbiamo imparato sulle Spin Network ci dimostra che a partire dalla Rete è concettualmente possibile definire in modo rigoroso delle proprietà emergenti, come lo "spazio" delle Spin Network. E proprio come la definizione dello spazio viene fatta per "ritrovare" uno "sfondo" familiare, all'interno del quale si collocano le grandezze (velocità, forze, correnti elettriche, ecc.) e i fenomeni dinamici (dagli urti tra biglie alle reazioni nucleari) che costituiscono il corpus della Fisica, lo stesso dovrebbe valere per il cervello. Dunque, chiediamoci: qual è il livello di descrizione che vorremmo veder emergere a partire dal modello "fondamentale" del nostro cervello?

La risposta è semplice: vorremmo ritrovare il nostro modello di Mente, lo "spazio" di sfondo nel quale si collocano i fenomeni mentali (credenze, ricordi, processi cognitivi, emozioni) e la loro dinamica. E' infatti nei termini di questo "modello macroscopico" che siamo in grado di comprendere e descrivere noi stessi e le persone che ci circondano: è questo il dominio della Psicologia.
Ebbene, l'analogia che abbiamo condotto ci consente almeno di concludere che il modello psicologico della Mente non solo non è in conflitto con quello "connessionista", o se vogliamo neuronale, ma che dalla validità di quest'ultimo si dimostra che consegue la possibilità di definire un modello macroscopico emergente, sufficientemente ricco e complesso da poter ospitare un concetto di "sfondo" e una varietà di enti, forze e dinamiche almeno pari a quella che utilizziamo per descrivere il mondo fisico. Mi sembra un risultato interessante.

Ma non dimentichiamo di essere arrivati qui dopo un lungo excursus consacrato al Principio Olografico: dal momento che il Principio Olografico è una caratteristica necessaria dello "spazio" costruito a partire dal modello a Spin Network, è suggestivamente plausibile che sia una proprietà presente anche in un non altrettanto ben precisato modello "emergente" della Mente. Come potremmo interpretarlo in questo caso? Sarà l'argomento del prossimo post.


¹ E' ragionevole pensare che volendo definire una corrispondenza tra Spin Networks e Reti Neurali si dovrebbero far corrispondere "archi" delle une ai "nodi" delle altre. Confesso che non ho approfondito.

Quale teoria psicologica dovrebbe “emergere”?

Nel post precedente, ho proposto un'idea probabilmente un po' bislacca: ho preso spunto da una teoria fisica, la Loop Quantum Gravity basata sulle Spin Network (teoria che peraltro al momento è ancora un "cantiere aperto", e che non è chiaro se raggiungerà i suoi obiettivi. Con un bel po' di ottimismo, sto facendo riferimento all'approccio delle Spin Network "come se" l'erculeo programma di ricerca che i Fisici teorici si propongono fosse già stato completato) per costruire un'analogia verso la Teoria della Mente e la Psicologia.

Ricapitolando brevemente, le Spin Network rappresentano un modello della realtà fisica che non considera lo spazio un'entità "fondamentale", mentre lo sono le particelle e le loro correlazioni. Lo spazio fisico viene "costruito" come proprietà "emergente" delle Reti, e l'obiettivo del programma di ricerca che citavo è quello di riuscire a "ricostruire" la Fisica a noi nota all'interno di questo spazio "secondario", ridefinendo opportunamente le entità e le leggi della normale dinamica.
E' importante osservare che la "ricostruzione" dello spazio e delle grandezze fisiche che utilizziamo normalmente per definire quello che nello spazio "ordinario" accade non è un passo logicamente necessario della teoria, ma è reso necessario dalla nostra esigenza di "saldare" la descrizione a livello di Spin Network con le modalità con cui noi siamo in grado di osservare il mondo, con le categorie descrittive che ci sono familiari e congeniali, e in ultima analisi con la formulazione della scienza fisica che abbiamo costruito e che sappiamo essere "esatta" in rapporto appunto al tipo di rappresentazione cui abbiamo accesso cognitivamente parlando.

L'analogia che ho proposto, quindi, implicherebbe che, a partire dalla descrizione del cervello come Rete, si "costruisca" un livello di descrizione "emergente" che in qualche modo consenta la "saldatura" con un modello macroscopico della Mente adeguato al nostro livello di percezione e comprensione dei processi mentali, sia in termini introspettivi che di comprensione delle menti altrui. Abbiamo quindi bisogno di una teoria psicologica da prendere come riferimento e verso cui dovrebbe convergere l'ipotetico modello "emergente" della mente umana.
Nel post precedente, ho parlato di credenze, emozioni, processi cognitivi, come di "entità" che potrebbero popolare questo modello "macroscopico". Tuttavia, fin qui restiamo all'interno di quella che viene comunemente chiamata Folk Psychology, ossia praticamente il modello che ognuno di noi usa intuitivamente di fronte ai fenomeni mentali; ma proprio come la Fisica non si identifica con la comprensione intuitiva che abbiamo dei fenomeni fisici, anche per quelli psicologici ci occorre una teoria più solida e sistematica (insomma, più scientifica) rispetto alla Folk Psychology. Tuttavia, ahimè, in questo campo non abbiamo una teoria unica, coerente e rigorosa come in Fisica, ma una serie di approcci e teorie parziali e qualitative tra cui è difficile scegliere (specie per un Incompetente).

Quindi, penso possa essere utile portare un po' più avanti l'analogia con la Fisica, per trarne qualche elemento di ispirazione. Passiamo al prossimo post…