Per concludere con Il Giro di Vite

Per concludere, appunto, segnalo che dal romanzo è stato tratto (in particolare) uno splendido film del 1961: The Innocents, di Jack Clayton, che ovviamente ho recuperato e visto.

Come il titolo lascia intuire, le figure dei fanciulli e della governante (brillantemente interpretata da Deborah Kerr) sono ritratte come inquietanti ed ambigue, sebbene la vicenda sia raffigurata attenendosi piuttosto fedelmente al testo originale. L’effetto finale è di lasciare lo spettatore destabilizzato e incerto, anche se ovviamente nel film non è possibile rendere tutte le ambiguità del testo (in fondo, in un film una cosa o la si mostra o no).

Alla sceneggiatura ha collaborato anche il grande Truman Capote. Secondo me, si vede.

…e cosa resta alla fine di questo Giro di Vite?

ATTENZIONE: In questo post si raccontano elementi chiave della trama di Il Giro di Vite di Henry James. Se non lo avete letto, leggete il libro, invece delle mie chiacchiere!

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Nel post precedente, ho messo in evidenza alcuni meccanismi che a mio parere connotano Il Giro di Vite come un’opera molto singolare, quasi un esperimento di struttura narrativa, e ho addirittura proposto alcune analogie tra la tecnica adottata da James e gli schemi tipici della narrativa gialla, su cui peraltro ho già scritto diverse volte, da bravo appassionato del genere. Forse proprio per  questo, non ho saputo resistere alla sfida proposta dall’Autore, e ho tentato anch’io di cogliere nel testo gli elementi per ricostruire una “verità”, ben sapendo che una verità narrativa univoca per questo romanzo non può esistere. Dirò anche che, frugando tra i vari interpreti della vicenda, ho trovato uno che la pensa più o meno come me, anzi viceversa, visto che si tratta di un certo Carvel Collins che ha pubblicato nel 1949 un articolo critico sull’opera.

Dunque, vediamo. Uno dei commentatori delle opere di James, Louis Rubin, dice che non è possibile comprendere un romanzo di James senza tenere conto che ogni suo personaggio è un bugiardo, e che «ci sono diversi tipi di bugiardo». Ricordando questa interessante notazione, prendiamo in esame la figura di Mr. Douglas, colui che nella sera di Natale racconta la storia della sua amica governante. Questo signore racconta di aver incontrato la governante, di dieci anni maggiore di lui, in quanto ella era stata assunta per badare alla sua sorella minore. Lui, tornando a casa dal college per le vacanze estive, la conosce e scopre in lei una piacevolezza e un’affinità con la propria sensibilità che li conduce a un certo grado di confidenza.

Ebbene, Miles, il ragazzo di cui la governante ha la responsabilità nella storia che ci viene narrata, e che alla fine del romanzo muore tra le braccia della governante stessa, ha dieci anni quando lei ne ha venti, e ha una sorella minore di cui la governante si sta occupando quando lui torna a casa dalla scuola (espulso, però, non in vacanza…). Possibile che sia un caso? Oppure, contro le apparenze, Douglas è Miles cresciuto? In fondo, non conosciamo il nome di Douglas né il cognome di Miles… forse ci troviamo di fronte a un unico personaggio di nome Miles Douglas!
D’altronde, viene da chiedersi un po’ prosaicamente, se davvero il primo incarico da governante di una giovane senz’arte né parte si fosse risolto con un fanciullo morto e una bambina in crisi nervosa, è davvero pensabile che nell’Inghilterra vittoriana la stessa donna trovi qualcun altro che le affidi la custodia di sua figlia? Pare improbabile, no?

La “mia” (beh, non proprio mia…) ipotesi quindi è che “Miles Douglas” sia semplicemente svenuto alla fine della storia, e che la governante, nel suo stato psichico alterato, abbia creduto che fosse morto. Peraltro, non c’è un motivo fisico per cui Miles sarebbe dovuto morire, e uno svenimento sarebbe molto più spiegabile. In questa ipotesi, ovviamente, i fantasmi non esistono, e la governante soffre di allucinazioni: io evidentemente sono un non-apparizionista.
Quindi, la governante mente senza saperlo, e Miles mente consapevolmente, probabilmente soprattutto per tenerezza verso di lei. Perché uno degli indizi più indiretti che potrebbero far credere che Miles e Douglas siano la stessa persona è il legame molto speciale che la governante sembra avere con entrambe le sue incarnazioni.

Come ho già detto, non ha senso chiedersi se questa sia la giusta versione della storia all’interno della narrazione, perché James ha fatto in modo che una tale versione non esista; è una risposta alla sfida implicita nel modo in cui l’autore ha scelto di scrivere l’insolita opera che è Il Giro di Vite.

…poi in senso antiorario…

Dopo aver brevemente parlato del punto di vista “principale” di Il Giro di Vite, vediamo ora come sia possibile una lettura completamente diversa. Non entrerò nel dettaglio degli accorgimenti narrativi usati da James, per i quali rinvio all’esauriente saggio presente su www.turnofthescrew.com. Basti dire che diversi sottili indizi possono far sospettare che gli spiriti siano solo allucinazioni della governante (che, di tutti coloro che vivono nella casa, è l’unica ad affermare di averli visti), e che sia la sua instabilità mentale a creare le condizioni del dramma.

Secondo questa interpretazione, i fanciulli sono vittima della follia della governante, e il crescendo di tensione della vicenda non è dovuto alla sempre più aggressiva invadenza degli spiriti, ma al deteriorarsi della sanità mentale della narratrice. Come dice uno dei commentatori che abbracciano questa posizione, «quello che accade ai bambini è, chiaramente e drammaticamente, la governante stessa». Costei soffrirebbe di una vera e propria malattia psichica, come peraltro accadde alla sorella di James; e la sua narrazione dei fatti sarebbe alterata da questa malattia, che genererebbe le visioni allucinatorie dei fantasmi e che l’indurrebbe a coinvolgere e travolgere i fanciulli nella sua follia.

Come accennavo, e come si può approfondire nello studio online che ho citato, nel testo esistono sfumature che possono essere interpretate nell’uno e nell’altro senso, ed è probabile che James abbia appunto voluto creare un’opera radicalmente ambigua, non solo in quanto “vincolata” al punto di vista di un personaggio chiaramente alle prese con qualcosa di superiore alle proprie forze (che si tratti di un Male soprannaturale o della Malattia), ma perché la credibilità di questo personaggio è minata dall’Autore stesso, che però rifiuta di fornirci una versione alternativa. E’ chiaro quindi che una versione “giusta” della storia semplicemente non esiste, né può esistere.

D’altronde, James, nella prefazione a una riedizione delle sue opere, parla de Il Giro di Vite non come di una “classica” storia di fantasmi, ma come di un pezzo di bravura, destinato «a catturare quelli [tra i lettori] difficili da catturare», i lettori smaliziati per i quali occorre una soluzione narrativa molto speciale. E, peraltro, la stessa prefazione presenta ambiguità tali da lasciare aperta, certo non a caso, l’interpretazione del libro.
Non è quindi sorprendente che i critici abbiano versato fiumi di inchiostro su quest’opera; è semmai singolare che in tanti abbiano commesso proprio l’ “errore” contro cui mettevo in guardia prima, ossia cercare di dare una versione vera della storia.

Dunque, se il romanzo appare essere ambiguo per costruzione, che senso ha cercare una “verità” che all’interno della narrazione non può esistere? E, soprattutto, perché la tentazione di cercarla è così forte da coinvolgere anche coloro che hanno gli strumenti critici per comprendere la futilità di questo esercizio? Proverò a rispondere, riferendomi appunto alla tecnica narrativa usata da James in questo caso.

E’ pacifico che la scelta fondamentale adottata, in modo direi quasi “da laboratorio”, in Il Giro di Vite è l’abolizione del narratore onnisciente. Questo accade non solo in quanto il narratore onnisciente è assente “superficialmente”, ossia non è usata la narrazione in terza persona, ma in quanto il punto di vista narrante è deliberatamente fatto oggetto di un gioco di scatole cinesi, con la governante che ha scritto un diario (che già quindi è una rielaborazione dell’esperienza vissuta in prima persona), che viene letto da Douglas e trascritto da un’anonima ascoltatrice. La storia ci è narrata quando la protagonista è già morta da anni, e nessun altro testimone della vicenda può confermarne o correggerne le parole; quanto a James, è evidente che abdica a ogni prerogativa di “garante” della storia, visto che non ci assicura neanche che la narrazione in prima persona corrisponda alle reali esperienze e percezioni della protagonista. Forse anche per esplicitare metaforicamente questa abdicazione, James introduce, nell’antefatto della vicenda, un esplicito passaggio di testimone dal proprietario della remota residenza di Bly, zio e tutore dei fanciulli orfani, all’inesperta governante, nel quale io leggo il pubblico gesto dell’autore che, pur essendo il teorico detentore della “verità obiettiva” del romanzo, lascia alla giovane l’intero onere di presentare la storia. Le istruzioni che ella riceve dal datore di lavoro sono di «prendere ogni onere su di sé, e lasciarlo in pace, senza mai disturbarlo»; istruzioni piuttosto insolite, se pensiamo che l’uomo sta affidando a una ragazza sconosciuta una casa e due fanciulli suoi consanguinei: ci si aspetterebbe piuttosto che egli voglia vigilare sull’operato della sua dipendente.

Ma queste istruzioni, invece, sono perfettamente coerenti se il loro scopo non è quello di essere il verosimile atto di un gentiluomo inglese, ma, narrativamente, la costituzione di un milieu virtualmente chiuso, che sarà quello in cui si svolgerà il resto della vicenda, e, metanarrativamente, la dichiarazione che da quel momento in poi l’autore non vorrà più essere «disturbato», e che la governante sarà, nel bene e nel male, l’unico “interlocutore” del lettore.

Ecco che prende forma il “terreno di gioco” scelto da James: un ambiente isolato, un piccolissimo numero di personaggi, un mistero. E una vicenda a due livelli, uno esteriore, fatto di ciò che la governante vede e fa insieme agli altri personaggi, e uno privato, costituito dalle sue visioni dei fantasmi, che non è chiaro se vengano visti da altri, se siano “reali”. Questa incertezza, questa ignoranza, direi, investe sia il lettore che il piano della narrazione, e potrebbe essere risolta solo da un’autorità interna alla storia ma incontestabile, una sorta di deus ex machina che sciogliesse i nodi dell’enigma. Non credo di peccare di fissazioni letterarie se ritrovo in questa situazione i caratteri di un genere ben diverso dalla ghost story: i caratteri del giallo.

A differenza di un normale giallo, tuttavia, Il Giro di Vite manca, programmaticamente, dello scioglimento, proprio perché manca il deus ex machina che nel giallo è impersonato dall’investigatore. Questo ruolo resta dolorosamente vacante, e il lettore è irresistibilmente tratto a surrogarlo, elevandosi a demiurgo e coautore del libro, occupando lo spazio deliberatamente lasciatogli da James. Ecco, forse, perché proprio i lettori più avveduti non rinunciano a giocare la partita accuratamente predisposta dall’autore che contava, con questo romanzo, appunto di «catturare quelli difficili da catturare». Per essere sportivo, e non sottrarmi a mia volta al gioco, esporrò nel prossimo post la mia “soluzione” preferita.

Il giro di vite: prima in senso orario…

E’ inconsueto, per questo blog, occuparsi di letteratura “alta”, laddove a gialli e fumetti ho riservato spazi consistenti. Da un lato, ho un amore speciale per questi generi (che mi accompagnano quasi dall’infanzia); dall’altro, mi sono riproposto qui di trattare i vari argomenti sotto un’angolatura contemporaneamente originale e relativamente obiettiva, che possa avere un minimo di interesse per il lettore cui non interessi nulla della mia persona e della mia biografia. Quindi, registro le mie personali impressioni di lettura altrove (su Anobii), e preferisco lasciare questo blog relativamente neutro.
Questa premessa introduce, evidentemente, un’eccezione alla regola. Eppure, un filo neppure troppo sottile collega il libro di cui sto per parlare, e che fa parte della produzione di uno dei romanzieri più “classicamente” tali, alla mia passione per i gialli e la narrativa di genere. Parliamo de Il Giro di Vite, un romanzo breve di Henry James.

James, come dicevo, è un autore “classicissimo” del romanzo tardo ottocentesco, saccheggiato dal cinema in costume e visto da molti come un po’ stantio. Io stesso confesso che la pensavo così; poi ho letto Il Giro di Vite.
Chi non lo avesse letto dovrebbe forse evitare di proseguire, e piuttosto godersi l’opera, che è abbastanza breve da non richiedere grande investimento di tempo ed energie, e abbastanza fulminante da remunerare abbondantemente tale investimento. Per gli altri, non devo temere di rovinare il piacere della lettura, e procedo senza remore.

La prima caratteristica di questo romanzo è che è impossibile riassumerne la trama; non perché sia particolarmente intricata, ma perché riassumerla significa adottare un punto di vista, e in questo modo distruggere la ragion d’essere dell’opera. Per renderle giustizia, bisogna esporre almeno due punti di vista.

Il primo è quello del testo, che in prima battuta diciamo coincidere con quello narrato in prima persona dalla nuova governante di una casa isolata dove un gentiluomo ha collocato due nipoti orfani. Secondo questo punto di vista, la vicenda consiste nella progressiva scoperta che i due fanciulli affidati alle sue cure, Flora, di otto anni, e Miles di dieci, sono oggetto di un’orrenda minaccia costituita dagli spiriti di una coppia di amanti defunti che aveva servito nella stessa dimora e che tentano con sempre maggior aggressività di “possedere” le loro innocenti vittime. La governante, che è l’unica a rendersi conto di questo pericolo, ingaggia allora una strenua lotta con gli spiriti malvagi, che le appaiono in alcune occasioni, fino a un drammatico finale in cui la piccola Flora viene allontanata dalla casa in preda a una crisi nervosa, e Miles muore tra le braccia della governante.

Questa una sintesi stringatissima della storia come la racconta l’anonima governante, o meglio come la lascia scritta, visto che la storia viene narrata vent’anni dopo la sua morte, quando l’uomo cui lei prima di morire ha affidato il suo diario ne dà lettura a una piccola compagnia di appassionati di storie di fantasmi. Raccontata così, si tratterebbe per l’appunto di una storia di fantasmi, in linea con il gusto di un certo pubblico che è in qualche modo raffigurato nella compagnia che passa la vigilia di Natale a raccontarsi storie agghiaccianti. Ma non è questo l’unico angolo da cui si può leggere Il Giro di Vite, e James ha fatto in modo che al lettore questo non sfugga (e, comunque, su quest’opera è nata un’intera letteratura critica che davvero non può mancare di essere notata anche dal lettore più distratto). Infatti, James ci propone un gioco di specchi fin dalla più semplice e fondamentale delle caratteristiche strutturali di un romanzo: chi è il narratore?

Ebbene, non c’è un’unica risposta, piuttosto un gioco di scatole cinesi. Il libro si apre con un prologo narrato in prima persona da una donna che fa parte del gruppetto di appassionati di ghost stories di cui parlavo; nel prologo, un gentiluomo di nome Douglas informa gli altri di avere una storia straordinaria da raccontare, e lo fa leggendo il testo appunto lasciato scritto dalla protagonista, ma aggiungendo una premessa che spiega l’antefatto della vicenda, come la giovane governante avesse assunto il suo incarico dallo zio dei fanciulli, e come quest’ultimo l’avesse molto colpita. Quindi il libro figura come la trascrizione da parte dell’uditrice del racconto di Douglas, che a sua volta inizia con un breve sunto di ciò che ricorda dalle conversazioni con la governante, e poi legge pedissequamente il testo da lei stessa lasciato. Una sovrapposizione di tre narratori, tutti interni al libro, che svolgono il ruolo di autore della storia, formando una sorta di insuperabile barriera tra la realtà e noi lettori. Ciascuno di essi dovrebbe apparirci come letteralmente fedele alla versione della realtà a lui nota, eppure ciascuno può farci sospettare che il suo resoconto ci sottragga elementi decisivi della verità. James, da parte sua, tace, e resta in disparte senza apparentemente “sporcarsi le mani”, proprio  come il tutore dei fanciulli.