Specchio da toilette

Stamattina, recandomi là dove leggere è quasi un obbligo, ho prelevato dallo scaffale un libro che onestamente non credo di avere mai letto, diciamo così, con il dovuto rispetto: Intelligenza Sociale di Daniel Goleman.
Ora, è un dato di fatto che la miniera di varianti dell’intelligenza dissotterrata da Goleman mi lascia un po’ freddo, e sospetto che quel libro mi sia in effetti stato regalato. Però, sfogliandone la prima parte, ho trovato un riferimento a cose note ma che hanno suscitato in me una risonanza. Dice Goleman: “Quando vediamo qualcuno in difficoltà, circuiti analoghi si attivano nel nostro cervello: è una specie di risonanza empatica […] Quando sentiamo un grido di angoscia, si attivano sia le stesse parti del cervello relative a questo stato d’animo, sia la corteccia premotoria (segno che ci stiamo preparando all’azione)”.
Abbastanza naturalmente, questo passaggio mi ha ricordato i neuroni specchio, la cui relativamente recente scoperta (italiana) ha dimostrato che quando vediamo qualcuno compiere un’azione, nella corteccia motoria vengono attivati (parte de) gli stessi neuroni che si attivano quando la stessa azione dobbiamo compierla noi. È essenziale, anche ai fini di quello che dirò in seguito, tenere presente che in questo processo è parte fondamentale l’interpretazione dell’azione, ossia il fatto che noi capiamo l’intenzione e il senso dell’azione che vediamo, e non solo i suoi aspetti “meccanici”.
L’associazione tra reazioni speculari motorie ed emotive non sfugge ovviamente a Goleman, e difatti, tornando indietro di qualche pagina (dopo aver recuperato una positura più consona allo studio, se non alla riflessione), ho ritrovato la descrizione del “meccanismo specchio” e la citazione dei lavori del prof. Rizzolatti (non “Rizzoletti”, Goleman!).
Fin qui, niente di nuovo. Però…
Però, mi era tornata in mente una discussione sviluppatasi altrove sull’Intelligenza Artificiale e in particolare sugli approcci top-down e bottom-up alla “creazione del pensiero”. Molti oggi ritengono che siano preferibili le soluzioni AI basate su reti neurali, che non richiedono nessun modello esplicito (rappresentazionale) del pensiero, ma che si autoconfigurano e possono, crescendo di complessità, manifestare capacità crescenti e infine, forse, far emergere una forma di autentica intelligenza, una Mente, insomma. Questa preferenza degli informatici e dei cibernetici corrisponde, nel campo della Filosofia della Mente, a un atteggiamento scettico circa la traducibilità effettiva degli stati mentali in configurazioni neuronali: anche tra coloro che non mettono in dubbio il materialismo, molti ritengono che non sia possibile, neanche in linea di principio, “mappare”, tradurre insomma, gli stati mentali (emozioni, sentimenti, ecc.) in descrizioni “di basso livello”, in termini di attivazione di neuroni, sinapsi, ecc..
Una posizione estrema in questo senso è quella rappresentata dal cosiddetto Monismo Anomalo, secondo il quale, nelle parole di Wikipedia, “ogni occorrenza di un evento mentale è identica a un evento fisico, ma ciò non implica che esista un procedimento per descrivere qualsiasi tipo, o classe, di entità mentali in termini fisici”.
Ebbene, a me sembra che questa teoria e quelle analoghe, almeno nel loro aspetto procedurale (non necessariamente in quello dichiarativo), siano confutate proprio dall’esistenza dei meccanismi specchio che Goleman ci ricorda. Infatti, a mio modo di vedere, i meccanismi specchio effettuano appunto la traduzione dalla descrizione di uno stato mentale (un’emozione, la predisposizione ad agire) nel suo corrispondente neuronale. Difatti, come ho anticipato, il meccanismo specchio presuppone l’interpretazione: io vedo X soffrire, comprendo che sta soffrendo, quindi in me si attivano i “neuroni della sofferenza”.
Si potrebbe obiettare che anche quando penso a un mio dolore in me si verifica un processo che da uno stato mentale compreso ed enunciabile produce l’attivazione dei neuroni della sofferenza; ma questa obiezione è fallace, in quanto confonde un meccanismo di causa-effetto con uno di traduzione. Nei casi normali, noi siamo nello stato mentale X, che corrisponde, a basso livello, a uno stato neuronale x; questo stato (X, x) causa un successivo stato (Y, y) che può corrispondere, ad esempio, a un’emozione o una predisposizione ad agire: penso alla nonna morta, quindi sono triste; ho sete, quindi afferro il bicchiere. Nel caso dei processi-specchio, non è rilevante lo stato interno antecedente: il processo è: la comprensione di Y produce y. Il meccanismo specchio non è causale: a livello “superiore”, se interrogato, io dirò ovviamente di non sentire dolore quando guardo una persona che si dà una martellata sul dito; si tratta piuttosto di una traduzione, della mappatura di un dato stato mentale su una parte della corteccia cerebrale.
Ne consegue, se seguiamo questa (un po’ contorta) linea di pensiero, che i meccanismi specchio dimostrano la possibilità, e anzi l’esistenza, di procedure operative di traduzione di descrizioni di stati mentali nelle corrispondenti configurazioni neuronali. Tuttavia, tali procedure sono appunto operative: non dimostrano la possibilità di fornire un mapping dichiarativo, in altre parole di individuare le regole di corrispondenza. Forse i sostenitori della necessità di approcci non-rappresentazionali alle teorie della Mente devono rifugiarsi in questa nicchia gödeliana: il mapping tra rappresentazioni e stati neuronali esiste, ma non è (forse) esso stesso rappresentabile…

Neuroni specchio e possibilità d’azione

In un post precedente, ho suggerito di leggere qualcosa sui neuroni specchio, un’interessantissima scoperta di qualche anno fa (per inciso, è una scoperta italiana; a volte qualche ricercatore in questo malconcio paese riesce ancora a dare contributi pregevoli alla scienza, nonostante tutto).

Chi non avesse avuto voglia di approfondire (o di leggere il mio post, e in questo caso è più che scusato…), si accontenti di sapere che i neuroni specchio sono neuroni della corteccia motoria, che si attivano sia quando stiamo compiendo o per compiere un’azione, sia quando vediamo un’altra persona compiere la stessa azione. E’ un po’, insomma, come se comprendessimo cosa fanno gli altri anche replicando mentalmente i loro gesti.

Questa cosa non sembra poi così sorprendente, ma il punto centrale è che questi neuroni fanno parte della corteccia motoria, ossia di un’area che normalmente non era considerata contribuire ai processi cognitivi. Invece, evidentemente la corteccia motoria contribuisce alla comprensione e alla conoscenza.

Una recente ricerca dello stesso team, discussa su un blog della “galassia” scientificblogging, sembra mostrare che la reazione dei neuroni specchio cambi a seconda che l’azione osservata sia all’interno della portata fisica dell’osservatore o meno. La reazione sembra sensibile, oltre che alla distanza pura e semplice, anche alla presenza di un ostacolo, come una lastra trasparente, che impedisca all’osservatore di raggiungere l’area dell’azione.

A questo punto, si potrebbe ritenere che la pura comprensione di un evento sia un’astrazione. Piuttosto, sembra che la comprensione (e quindi la conoscenza) degli eventi sia sempre una comprensione relazionale , proprio come l’esistenza dei neuroni specchio suggeriva che la comprensione delle azioni sia sempre una comprensione intenzionale.

In altre parole, sarei condotto a credere che quando osserviamo qualcuno compiere un’azione (a differenza di quando osserviamo un qualsiasi evento in cui non è coinvolto un agente) non ci formiamo una comprensione “asettica” dell’evento (Mario afferra una forchetta), ma utilizziamo la nostra conoscenza di come intenzioni e movimenti sono collegati per ricostruire gli scopi dell’agente (comprensione intenzionale, Mario sta per prendere una forchettata di spaghetti), e inoltre collochiamo l’azione e la sua valenza intenzionale in rapporto con noi e la nostra capacità di agire (comprensione relazionale, Mario sta per prendere una forchettata di spaghetti ma io posso prenderla prima di lui ).

 

Ma la cosa notevole, ricordiamolo, è che questa forma di comprensione utilizza come “knowledge base” l’expertise cristallizzata nella corteccia motoria. Forse dovremmo ricordare questo approccio sia per i nostri modelli cognitivi che per i nostri manufatti informatici: in pratica, non è detto che ci sia una netta separazione tra conoscenza dichiarativa (o esplicita) e conoscenza procedurale (o implicita). Eppure questa è una distinzione “classica”, legata ovviamente a come la conoscenza è registrata nella nostra memoria a lungo termine.

Anche il nostro vecchio amico Cartesio rimarrebbe perplesso: i neuroni specchio fanno parte della res cogitans o della res extensa? Ma non prendiamocela con il povero Cartesio, già tanto e ingiustamente maltrattato: ha fatto tanto per noi che il meno che possiamo riconoscergli è il diritto a non avere pensato quattrocento anni fa le risposte per i problemi teorici di oggi; il che non vuol dire che il suo lavoro non sia stato e sia tuttora fondamentale… ma questa è un’altra storia.

Festival

Tornato dal festival della Filosofia di Modena e dintorni. Interessante.

Se troverò ispirazione, in un prossimo post magari toccherò il tema più stimolante su cui ho ascoltato una conferenza, e cioè la scoperta dei neuroni specchio in neurofisiologia. Ovviamente, l’argomento è nuovo solo per me, ma mi sembra abbastanza importante da segnalarlo a chi non lo conoscesse ancora.
Anche se non dovessi trovare tempo di parlarne, consiglio a tutti di informarsi, ad esempio su Wikipedia o leggendo questa sintesi di un intervento del prof. Rizzolatti che è stato anche il conferenziere di Modena.