Siamo poveri o caporali?

Mentre in questa fine estate l’attenzione pubblica è rivolta a temi come la copertura dell’IMU o la fine del calciomercato, è passata relativamente sotto silenzio la pubblicazione qualche settimana fa da parte dell’ISTAT dei dati sulla povertà in Italia. Eppure, sono piuttosto impressionanti.

Come al solito, i giornali nel darne notizia si sono soprattutto soffermati sulla cresciuta incidenza della povertà relativa. Dal mio punto di vista, invece, questo dato è sostanzialmente un indicatore indiretto di quanto sono forti le disuguaglianze di ricchezza, e visto che per questo esistono altri indicatori più precisi e diretti (ad es. il coefficiente di Gini), lo lascerei da parte.

Molto più significativi, purtroppo, sono i dati sulla povertà assoluta. Chiariamo innanzitutto di cosa si tratta: secondo l’ISTAT, si trova in una condizione di povertà assoluta una famiglia che spende mensilmente meno di quello che occorre per comprare un paniere di beni e servizi considerati “essenziali a uno standard di vita minimamente accettabile”. Insomma, io, che ho un dignitoso stipendio, in un Paese popolato solo da magnati del petrolio sarei “relativamente povero”, ma certo non “assolutamente povero”.

Ebbene, nel 2012 la povertà assoluta in Italia è cresciuta moltissimo. Secondo il rapporto ISTAT, nel 2012 colpiva 4.814.000 persone, o se vogliamo l’8% della popolazione. Nel 2011 era il 5,7%: in un solo anno, la povertà assoluta, quella vera, è aumentata di oltre il 40%!
La domanda successiva potrebbe essere: chi sono i “nuovi poveri”? La risposta può sorprendere, ed è un ulteriore segnale per la nostra società: il nuovo modello di povero non è più l’anziano solo che vive della sua pensione, anzi: gli anziani soli o in coppia sono l’unica categoria per cui l’incidenza della povertà nel 2012 è minore che nel 2011, ed è inferiore alla media generale.

Invece emergono situazioni particolarmente allarmanti: tra impiegati e dirigenti, ad esempio, l’incidenza della povertà assoluta è raddoppiata in un anno. Nelle famiglie in cui tutti i membri hanno un lavoro, la povertà assoluta è passata dal 2,5% al 3,6%, con un incremento quindi del 44%. Soffermiamoci su questo dato: il 3,6% delle famiglie in cui tutti i componenti lavorano non è in grado di sostenere uno “standard minimamente accettabile di vita”. Eppure, questa dovrebbe essere quasi per definizione la tipologia di famiglia al riparo da un degrado così pesante del suo tenore di vita. La povertà colpisce ora anche liberi professionisti, come si vede dallo stesso rapporto.

Questo significa, evidentemente, che avere un lavoro non è più garanzia di una vita dignitosa. La crisi, ed evidentemente la minaccia della disoccupazione che colpisce tanti, ha abbassato il reddito reale e condotto molti lavoratori, presumibilmente in buona parte precari, sotto la linea della povertà. Si accetta di lavorare anche per ricavarne un reddito, letteralmente, da fame. Paradossalmente, i più garantiti sono i pensionati: questa è l’Italia di oggi, dove le risorse vengono incanalate verso il “non-lavoro” (finanziamento di cassa integrazione in deroga, “esodati”, e simili) e non a favore del lavoro, e di lavoro con retribuzioni dignitose. La mia opinione è che una società civile non può accettare che chi lavora regolarmente viva in miseria, e invece questo è quello che sta sempre più accadendo. In Grecia si lavora senza stipendio; è quello il modello della nuova Italia?