Finale: la Meccanica Quantistica può essere innocua?

Siamo quindi arrivati alla fine di questa serie di post su un possibile approccio “non convenzionale” alla risoluzione di alcuni dei nodi storici della Meccanica Quantistica (MQ).

Proviamo a riepilogare:

  1. La MQ “funziona” benissimo, ma ha degli aspetti controversi. Un grande fisico come Feynman diceva che nessuno capisce davvero la MQ, ma il problema maggiore è che la MQ, specie se accompagnata dalla sua “canonica” interpretazione detta di Copenhagen, confuta o almeno mette in seria difficoltà alcuni principi fondanti della scienza classica: il Realismo Scientifico, il Principio di Località, il Determinismo. Esistono da molti anni dei tentativi per “salvare” almeno qualcuno di questi principi: ad esempio le teorie delle variabili nascoste come quella di Bohm  appunto ipotizzando delle variabili reali ma inaccessibili che determinino gli aspetti apparentemente casuali dei fenomeni quantistici. Nessuno di questi tentativi però si è sinora affermato. 
  2. Esaminando più da vicino il problema, mi pare si possa dire che tutti gli aspetti “imbarazzanti” della MQ siano legati alle nozioni di Spazio e di Tempo. Il Principio di Indeterminazione di Heisenberg si applica tipicamente a grandezze, come la posizione, la velocità o l’energia di una particella, che hanno a che fare con lo Spazio e il Tempo, e non si applica a grandezze non spaziotemporali come la massa a riposo, lo spin o la carica elettrica.
  3. Parallelamente, l’altra grande e rivoluzionaria teoria fisica del Novecento, la Relatività Generale einsteiniana, fondandosi sul principio di equivalenza perfetta tra i sistemi di riferimento di tutti i possibili osservatori, ci ha “costretto” a considerare con sospetto la nozione di “punto” dello spazio-tempo. La Fisica non è in grado di distinguere tra due Universi che si differenzino solo per una trasformazione dello spazio-tempo che non modifichi le relazioni tra gli oggetti fisici (tecnicamente, un diffeomorfismo dello spazio-tempo e della sua metrica); questa caratteristica può anche essere espressa come background-independence, ossia la descrizione fisica del mondo non dipende dallo specifico “sfondo” spaziotemporale che usiamo. Se accettiamo l’antico principio di identità degli indiscernibili introdotto da Leibniz, non si tratterebbe di due Universi distinti, ma dello stesso Universo descritto in due modi diversi. Lo Spazio e il Tempo, quindi, non sarebbero adatti a fornire una descrizione “fondamentale” della realtà fisica.
  4. Dalle considerazioni precedenti, viene naturale chiedersi se si possa elaborare una teoria fondamentale che non faccia uso dei concetti di Spazio e di Tempo. Una teoria del genere dovrebbe essere essenzialmente relazionale, ossia basarsi solo su oggetti elementari e le loro relazioni, e sarebbe “naturalmente” background-independent.  Lo Spazio dovrebbe emergere quando si descriva un sistema “abbastanza grande” perché abbia senso definirne una “dimensione”, ma questa definizione sarebbe basata sulle grandezze “fondamentali” che costituiscono la descrizione relazionale. Ricordiamoci però che “perdere” lo spaziotempo significa perdere anche la Gravitazione einsteiniana, che è indissolubile da esso. Quindi, se vogliamo ricostruire il nostro apparato bisogna che al crescere della “dimensione” del sistema  oltre allo spaziotempo emerga anche la Gravità.
  5. Fortunatamente, ci sono delle teorie escogitate appunto per fare questo, ossia “riprodurre” la Gravitazione einsteiniana a partire da un substrato fondamentale relazionale. La più accreditata di queste è la teoria delle Spin Networks, che adotta come descrizione fondamentale della realtà fisica una rete costituita da unità dotate di spin e dalle loro relazioni. Questa teorie, ancora non elaborate in modo compiuto, sembrano però in grado di far emergere sia lo spazio-tempo, sia la Gravità, sia, anche, le leggi base della MQ.
  6. Se queste teorie fossero esatte, “salverebbero” due dei tre principi che ho citato prima e renderebbero la MQ sostanzialmente “innocua”:
    1. Il Realismo Scientifico sarebbe preservato, perché le “reti” e le loro proprietà sarebbero ben definite anche indipendentemente dal fatto di essere sottoposte a un osservazione o meno. La rete stessa, e quindi le sue NxN relazioni, costituirebbe l’insieme di variabili nascoste che giustificherebbero l’apparente ambiguità delle descrizioni quantistiche spaziotemporali.
    2. Per lo stesso motivo, sarebbe preservato anche il Determinismo, visto che le componenti probabilistiche della teoria quantistica sarebbero rimpiazzate da calcoli deterministici a partire dalle variabili “fondamentali”.
    3. Invece il Principio di Località sarebbe abbandonato, proprio perché fondato su una nozione, la contiguità spaziale, che non ha un corrispettivo nella descrizione fondamentale della realtà. Il disegno qui sotto, prelevato da uno degli articoli che ho citato, mostra perché:

locality in networks

Se nella rete il nodo i ha una relazione con j, k, l, m, quando lo Spazio “emerge” può accadere che uno di questi nodi, in questo esempio k, si trovi “spazialmente lontano” da i. Non è insomma garantito che all’esistenza di una relazione nella rete fondamentale corrisponda poi una distanza spaziale “piccola”. La nozione di “locale” non è traducibile a livello delle proprietà fondamentali.

Restano da dire, credo, solo altre due cose. Una è che non vorrei aver dato l’idea che questo percorso logico attraverso cui vi ho condotto sia la “nuova verità” della Fisica: non c’è al momento, per quanto posso dire, un consenso sul fatto che le cose stiano effettivamente così, e, data la forma fortemente teorica del tutto, è difficile che siano le osservazioni sperimentali a decidere quale teoria sia quella “giusta”. Ci sono nuove teorie della Fisica fondamentale che competono con quelle “relazionali” (come la Teoria delle Stringhe) e non so quale prevarrà.

L’altra cosa riguarda il Tempo. Forse avrete notato che ho lasciato il Tempo fuori dalle mie ultime considerazioni; il motivo è che mentre secondo l’approccio che ho descritto lo Spazio è decisamente una grandezza non “reale” a livello “fondamentale”, il Tempo “esisterebbe” anche nella descrizione fondamentale della realtà. L’autore che, insieme a Lee Smolin, ha scritto alcuni degli articoli che sto citando, ne ha pubblicato uno (leggetelo, se siete interessati al tema “tecnico”) dall’eloquente titolo Lo spazio non esiste, così il tempo può esistere. La sua tesi, sostanzialmente, è che l’eliminazione dello Spazio dalle grandezze “veramente fondamentali” consente di risolvere i paradossi legati al Tempo che, come saprete, è difficile definire nella rappresentazione relativistica einsteiniana.

Chiudo con una notazione personale. Quando, verso la fine del 2007 ho aperto questo blog, il mio scopo era in realtà anche avere una scusa per ragionare e informarmi meglio su alcuni temi che rientravano tra i miei interessi ma che non riuscivo ad approfondire; avere un pubblico vero o presunto mi ha “obbligato” a essere più organico e rigoroso nelle mie piccole esplorazioni. Il percorso che ho sintetizzato qui sopra mi sembra che almeno per ora risponda in modo promettente a uno dei quesiti che sollevavo allora. Confesso che ne sono molto contento, anche se le cose che ho trovato e vi ho raccontato c’erano quasi tutte già allora. Ero io che non le sapevo…

Torniamo alla Fisica – Allacciate le cinture di sicurezza!

Cari lettori (ma esistono davvero cose come i lettori di un blog come questo? O sono un espediente letterario?), dopo un lungo silenzio dedicato tra l’altro a seguire le elezioni politiche italiane, torno volentieri a parlare di Fisica.

Lo faccio riprendendo e “incrociando” due temi che ho toccato spesso in passato, a partire proprio dai primissimi post di questo blog, anni fa. Si tratta di:

  1. Le caratteristiche “paradossali” della Meccanica Quantistica, e la loro interpretazione che contrasta con il Realismo Scientificosono “inevitabili”? Il Problema della Misura è un inghippo irriducibile? Oppure esiste un modo di preservare contemporaneamente i risultati della Meccanica Quantistica e un’interpretazione epistemologica della teoria che riconosca e giustifichi la nozione di realtà oggettiva e persistente “là fuori” che è tradizionalmente alla base della scienza?
  2. Ammesso che questa espressione abbia un senso, qual è la “vera” struttura fondamentale della “realtà”? In particolare, è verosimile che di questa struttura fondamentale non faccia parte lo spazio fisico come lo percepiamo?

Ebbene, la convinzione che mi sto formando, dopo questi anni di incompetenti divagazioni nei territori della Fisica, è che le due domande hanno una stessa risposta. Se riuscirò nei prossimi giorni a mettere nero su bianco le ragioni di questa convinzione, vi inviterò ad accompagnarmi in questa escursione che, per fortuna, seguirà un percorso già tracciato da gente che di Fisica si occupa professionalmente. Come sa chi mi legge, su questi temi non posso certo produrre contributi originali, semmai posso rileggere cose esistenti con l’occhio dell’ “uomo della strada istruito”, e forse questa è la prospettiva che può essere utile a chi sia curioso ma non specialista del ramo. Dove, eventualmente, introdurrò delle mie speculazioni personali non mancherò di renderlo chiaro.

Coming up: Meritocrazia o Giustizia?

Nell'ultimo post, ho parlato del livello di qualità dell'istruzione e del sapere nei diversi paesi. E' ragionevole ritenere che, oltre a eventuali differenze strutturali, le differenti performance dei giovani studenti nei diversi contesti culturali e sociali dipendano fortemente dagli incentivi che i giovani stessi ricevono a essere eccellenti.

In Italia, ad esempio, come sappiamo, l'eccellenza fa fatica a farsi strada, in un mondo in cui è presa nella tenaglia delle relazioni (familiari, di clan, clientelari) e dell'apparenza (ciarlatanesca, estetica, formalistica). In altre parole, l'Italia non è un paese meritocratico, e questo è un male, in quanto a essere incentivati sono "altri" comportamenti e caratteristiche delle persone, che tipicamente non producono "esternalità positive", anzi.

In questa situazione, si è fortemente tentati di identificare tout court la Giustizia (intesa come Equità, o meglio ancora Fairness in inglese) e la Meritocrazia: una società giusta è quella che consente ai migliori di emergere, e che premia il merito.
Il prossimo post (non mi impegno su quando sarà) si chiederà appunto se questa identificazione è corretta, e fino a che punto.

Ma quando andremo in pensione?

E con quanti soldi al mese dovremo tirare avanti?

In questi tempi in cui:

  • quelli intorno alla sessantina vorrebbero andare in pensione, magari tra un anno o due, e non si considererebbero dei privilegiati per questo;
  • quelli intorno alla cinquantina come me hanno paura di perdere il lavoro e non trovarne mai più un altro, con la prospettiva di doversi mantenere per molti anni con i risparmi che hanno messo da parte e senza sapere che cosa attendersi per la pensione;
  • quelli intorno alla trentina stanno lavorando con contratti che prevedono pochi contributi, se non addirittura in nero, e considerano la pensione una sorta di Chimera, un’entità leggendaria la cui funzione è solo toglier loro altri soldi dalla busta paga, che servono a pagare agli anziani di oggi una rendita di cui loro non godranno mai,

in questi tempi, dicevo, il Governo ha deciso di introdurre nella Finanziaria una norma che prevede, dal 2015, di "adeguare" l’età minima per la pensione all’aspettativa di vita, così come calcolata dall’Istat. D’altronde sappiamo tutti che si vive sempre di più, e qualunque esperto conferma che l’incremento di longevità rende ormai ineludibile una revisione dei parametri del nostro sistema pensionistico.

Poteva l’Incompetente restare indifferente di fronte a un argomento così rilevante per tutti, eppure così oscuro per quasi tutti?

Poteva: ci sono cose molto più divertenti di cui occuparsi, come ad esempio le notizie relative a possibili viaggi nel tempo basati sul teletrasporto quantistico. Ma, poi, ho pensato che da una grande ignoranza derivano grandi responsabilità, e, anche se mi piacerebbe dedicarmi ad astruse questioni di Fisica, ho deciso di andare a capire meglio un paio di cose:

  1. Come fa l’Istat a calcolare l’aspettativa di vita? E’ proprio vero che stiamo diventando sempre più longevi?
  2. Se è vero che la vita si allunga, è anche vero che per questo motivo le regole di calcolo delle pensioni sono diventate insostenibili, se non si sposta in avanti anche l’età di pensionamento?

Se l’argomento non vi annoia troppo, restate sintonizzati. Altrimenti, ne riparliamo quando sarete in pensione e avrete un sacco di tempo a disposizione…

Da che parte si va?

Dopo questo lunghissimo excursus sul Principio Olografico e divagazioni varie, penso che tirerò un po’ il fiato. Però non per questo smetterò di pensare a sviluppare nuovi temi, o a riproporne di vecchi.

Un argomento temo piuttosto noioso che ho lasciato in sospeso riguarda l’Economia e l’esame del modello capitalista-liberista visto dal punto di vista delle imprese: ho il sospetto che anche lì ci sia qualcosa di sbagliato, come già credo di avere dimostrato per quanto riguarda i singoli individui.

Poi ci sarebbe un esercizio che è un po’ che ho in mente: prendere un articolo scientifico su uno studio di Psicologia, (penso a uno in particolare, che ho letto tempo fa) e mostrare quanto sia scadente in particolare dal punto di vista dell’analisi statistica. Questo non per puro piacere di dare dell’incompetente (con la "i") a qualcuno, ma per chiederci se sia inevitabile che le scienze "umane" siano meno rigorose di quelle fisiche, e quanto.

Naturalmente, relativamente alla Fisica c’è sempre qualche novità o non-novità di cui varrebbe la pena discutere, ma non so se avrei cose originali da dire.

Infine, ho ripensato di recente a un piccolo divertissement che avevo scritto un paio di decenni fa, e che potrei recuperare per chi, tra i miei radi lettori, non lo abbia già letto. Ci penserò.

Ehm… avete idee o preferenze?

Il Principio Olografico: un ultimo sforzo…

Con questo post comincia l'ultimo tratto del nostro "viaggio" in compagnia del Principio Olografico. Vale la pena che io avverta subito i (pochi) lettori che, mentre nell'ultima serie di post ho tentato di riassumere importanti e interessantissime teorie fisiche di cui troverete maggiori e migliori dettagli altrove, ad esempio negli articoli che ho segnalato, da qui riprendiamo invece una riflessione più personale, e quindi inevitabilmente meno rigorosa e più lacunosa. Vedremo se per chi avrà la pazienza di seguirmi ne sarà valsa la pena.

Comincerei riprendendo ancora una volta alcuni punti salienti degli approfondimenti sul Principio Olografico che abbiamo già incontrato, stavolta senza appensantire il discorso con troppe citazioni e riferimenti (che trovate nel post precedente, se siete interessati); il mio obiettivo finale sarà invece quello di fornire qualche elemento a sostegno della congettura che il Principio Olografico si applichi in qualche modo alla mente. Partiamo.

Una delle "famiglie" di teorie fisiche di maggiore interesse (per me) è quella che descrive il mondo utilizzando un modello background-independent, ossia senza postulare per gli oggetti che compongono l'Universo uno spazio-tempo di "sfondo", che in qualche modo sia dotato di un'esistenza autonoma e primitiva rispetto alla materia e all'energia. Un esempio abbastanza accreditato di teoria di questo tipo è la Loop Quantum Gravity; in essa, il modello "fondamentale" delle cose si basa su delle reti (Spin Networks) i cui archi sono le "particelle" (con le loro proprietà) e i nodi gli "eventi" in cui esse interagiscono. In un certo senso, insomma, in questo modello le entità fondamentali sono le particelle con le loro proprietà quantistiche, ma non lo spazio.
Lo spazio, in effetti, risulta essere una grandezza emergente, nel senso che è possibile definire opportunamente delle proprietà spaziali delle reti nel loro complesso (ad esempio area o volume), e queste proprietà sono naturalmente quantizzate, ossia non possono assumere qualsiasi valore, e in particolare non possono essere infinitamente piccole, anche se il quanto di "spazio" sarebbe talmente piccolo da non essere osservabile nei nostri abituali esperimenti. E' utile osservare che lo spazio non è un elemento "ontologicamente" necessario di questo modello: per noi è importante "ritrovarlo" perché non siamo capaci di concepire un mondo in cui esso non compaia, e perché tutte le nostre osservazioni e la nostra scienza nascono dalla nostra percezione dello spazio e degli oggetti che si muovono in esso.

A questo aggiungiamo che, secondo uno dei riferimenti che abbiamo citato, lo spazio emergente da questo modello incorpora naturalmente il Principio Olografico: se consideriamo una superficie che divida una porzione di spazio in cui si trovano gli osservatori da una ad essi inaccessibile (in altre parole, un orizzonte, come quello che circonda un buco nero), si verifica che su questa superficie l'Entropia è proporzionale all'area, e non al volume che essa delimita. Questa proprietà dell'orizzonte, unita alla relazione tra Entropia e informazione, equivale a dire che l'informazione "nascosta" dalla superficie è in qualche modo "tradotta" nelle proprietà osservabili della superficie stessa, che, in quanto parte di uno spazio quantizzato, ha una "capacità" non illimitata. Le proprietà interne dello spazio non accessibile restano ignote, e difatti per un buco nero in pratica l'unico parametro significativo è la sua massa, ossia l'energia totale che racchiude.

Tutto questo, come abbiamo visto, deriva direttamente dalla definizione dello spazio a partire dal "modello fondamentale" delle Spin Networks, e dalla sua esclusione dal novero delle grandezze "fondamentali", che sono invece le particelle elementari e le loro proprietà quantistiche, e l'energia di cui sono dotate.

Lo so, questo post non ha aggiunto nulla a ciò che avevate già letto. Mi serviva però per riepilogare gli elementi che cercherò di collegare nel prossimo; non dovrete attendere molto, promesso.

Il Principio Olografico in Fisica: una Compilation

Eccoci quindi giunti a un punto nel quale ritengo utile riassumere il nostro “viaggio” nel Principio Olografico, non necessariamente seguendo la cronologia dei post in cui ne ho parlato, e segnalando qua e là le fonti cui ho attinto e i post precedenti in cui ne parlo. Spero che questa sintesi compilativa abbia il merito di chiarire meglio il percorso logico, e di facilitare l’ulteriore esplorazione del tema a chi ne fosse rimasto incuriosito.

  1. Facciamo una premessa: nei ragionamenti che seguiranno, è bene tener presente l’interpretazione dell’Entropia come misura della quantità di informazione racchiusa in un sistema di cui non è noto lo stato “microscopico”, ma solo le proprietà “macroscopiche” o sintetiche (ad esempio, pressione, volume e temperatura per un gas ideale) [v. anche, in tutt’altro contesto, questo post].
  2. Cominciamo da quello che storicamente è il punto di partenza: le teorie sull’entropia dei buchi neri. Nessuno è in grado di darne una prova sperimentale, ma è convinzione generale tra i Fisici che l’entropia di un qualsiasi buco nero debba essere proporzionale alla superficie del suo “orizzonte”. Potrei chiamare questa teoria “Principio Olografico Debole“: la quantità massima di informazione all’interno di un buco nero è proporzionale alla superficie dell’orizzonte del buco nero e non al volume che essa racchiude, come sarebbe naturale pensare [v. questo post].
  3. Proprio perché questa caratteristica dei buchi neri appare singolare, ci si può chiedere se derivi da qualcosa di più fondamentale, che riguardi la struttura di base dello spazio-tempo. Ho scelto come particolarmente stimolante l’approccio della Loop Quantum Gravity  che si basa sulle Spin Networks; questa teoria [qui un articolo che ne propone un’introduzione… non ditemi che è troppo difficile, lo è anche per me] considera lo spazio-tempo come non fondamentale, ma emergente e (pertanto) costituzionalmente quantizzato, ossia non divisibile all’infinito, a partire da un modello più “astratto” che descriverebbe le proprità fondamentali della realtà. Secondo un articolo che devo ancora digerire (se mai troverò i succhi cerebrali adatti), “la Loop Quantum Gravity è profondamente connessa con il Principio Olografico“, e che in altre parole la proprietà che abbiamo anticipato nel punto 2 relativamente ai buchi neri all’interno della teoria della LQG è una proprietà fondamentale e inevitabile dello spazio-tempo emergente [v. questo articolo e questo mio post].
  4. Troviamo così quindi un fondamento teorico per il Principio Olografico (nella sua versione “forte”, se vogliamo mantenere questa distinzione che trovo utile), che quindi, se accettiamo la LQG come ipotesi di lavoro, diventa uno dei principi fondamentali; a partire dalla LQG, dovremmo quindi veder “emergere” un mondo, che è quello che osserviamo, in cui esistono lo spazio-tempo e le leggi fisiche “macroscopiche” che conosciamo. [v. questo mio post]
  5. A questo punto, è possibile, come hanno fatto negli ultimi mesi alcuni fisici a partire da un articolo di E. Verlinde, dedurre alcune conseguenze del Principio Olografico. La prima è che è possibile spiegare la Gravitazione (ad esempio nella sua versione newtoniana) come una forza entropica emergente, senza bisogno di postularla come un’ipotesi aggiuntiva. L’Universo che nasce dalla “costruzione” che abbiamo ipotizzato non può che includere una forza gravitazionale esattamente come quella che osserviamo. [v. anche l’articolo già citato al punto 3 e questo mio post].
  6. Inoltre, dalla validità del Principio Olografico applicato all’Universo nel suo complesso deriva una interessante spiegazione dell’Energia Oscura che pervade appunto tutto l’Universo osservabile, e per la quale non esistono al momento spiegazioni fisiche soddisfacenti e accertate [v. questo articoloquesto mio post].
  7. Infine: oltre a spiegare (o almeno a indicare una possibile spiegazione per) fenomeni già noti, il Principio Olografico predice osservazioni nuove? Secondo almeno un Fisico americano, la “grana fine” dello spazio-tempo dovrebbe essere osservabile da apparati sperimentali che hanno come scopo l’osservazione delle Onde Gravitazionali [v. questo articolo, e la fine del mio post citato al punto 4].

Beh, che ne dite? A me sembra molto interessante, e anche abbastanza coerente! Per evitare confusione, da questa sintesi ho volutamente lasciato fuori il “filone parallelo” di discussione che avevo aperto all’inizio (e cui ho già fatto cenno in diversi post) legato ai modelli della mente e alle neuroscienze, che è a sua volta molto speculativo, ma che mi sembra disporre di ricerche teoriche meno solide. Mi riservo di riprendere l’argomento in un prossimo post.

Pant! Comincio a capire perché non ho fatto il ricercatore…

Un bel tacer non fu mai scritto

Taccio da un po’?

E’ vero. In realtà, è successa una cosa buffa, come ho già accennato: il tema del Principio Olografico e della termodinamica dei Buchi Neri ha avuto un’evoluzione inattesa (da me) e sono stati pubblicati alcuni lavori che utilizzano l’idea alla base del Principio Olografico per affrontare (risolvere?) alcuni dei problemi aperti della Cosmologia, e in particolare quello dell’Energia Oscura.

Bene, direte voi: motivo in più per scrivere nuovi post, no?

Mica tanto: dimenticate che io sono un Incompetente. Non potete aspettarvi che io scopra degli articoli scientifici (l’ultimo è questo) e che, dopo averli letti a colazione, ne faccia un brillante sunto sul blog. Questo potete aspettarvelo da qualcuno competente in materia…

Io invece devo trovare il tempo di leggere, approfondendo magari qualche testo più accessibile, e poi, avendone capito il 15%, cerchi di ricostruire un senso generale che possa arricchire le considerazioni che già stavo facendo. Non è facilissimo.

Quindi, ora devo decidere fino a che punto spingermi nel cercare di capire, e cosa abbia senso "recuperare" per commentarlo qui. Abbiate pazienza…

Il Principio Olografico colpisce ancora

Cari, pochissimi, lettori più o meno abituali di questo blog, devo avvertirvi di una piccola turbativa al percorso degli ultimi temi qui trattati, che driva da un’autentica novità in campo scientifico che non vorrei ignorare.

Infatti, negli ultimi post abbiamo parlato del Principio Olografico in Fisica, e di come esso possa fornire utili ispirazioni alla riflessione sul funzionamento del cervello. Il passo “immediatamente” (la frequenza con cui scrivo è notoriamente imprevedibile) successivo sarebbe trasportare queste considerazioni in ambito psicologico, cosa che mi piacerebbe fare contando sulla competenza di qualcuno a me vicino, posto che si lasci convincere (queste persone competenti sono così impegnate!).

Ricorderete forse, però, che in un post interlocutorio avevo abbozzato qualche considerazione sul tema della “vera” geometria dello spazio-tempo per rispondere a una domanda posta in un commento, e avevo scritto che ritenevo particolarmente promettenti le teorie che “considerano le proprietà stesse dello spazio-tempo “emergenti” dalle proprietà di entità fondamentali diverse“.

Orbene, è accaduto l’improbabile: proprio in questi giorni è stato pubblicato un articolo (in realtà due, ma lasciamo stare) che propone di considerare lo spazio-tempo come un’entità non fondamentale, ma emergente da… beh, proprio dal Principio Olografico e dalla sua interpretazione in termini di “entropia dell’informazione”. Per sovrammercato, allo stesso prezzo, l’autore fa derivare da Entropia e Principio Olografico anche le leggi della Gravitazione Newtoniana. Insomma, anche la Gravità sarebbe un forza “non fondamentale”, ma emergente (e d’altra parte Einstein ha mostrato che è inscindibile dalla struttura dello spazio-tempo, quindi…). Una rivoluzione concettuale, se si dà credito all’autore (il fisico Erik Verlinde).

Adesso, che posso fare? Ovviamente, invitare quelli di voi che non si spaventano di fronte a qualche complessità (stiamo parlando di Fisica Teorica “vera”) a leggere l’articolo in questione; tuttavia non posso non tentare anch’io di capirlo e scrivere qui qualcosa su quello che avrò capito (no, non sarà il primo post vuoto del blog, spiritosoni!).