Tegmark e l’Eliminativismo

Vorrei, con un deplorevole ritardo per il quale bisogna ringraziare, oltre che la necessità di un minimo di riflessione, le fastidiose incombenze di lavoro che mi impediscono di occuparmi di sesso degli angeli tutto il giorno, aggiungere qualche riflessione agli ultimi post dedicati alla relazione tra modelli matematici, modelli fisici e “realtà”.

Il punto di partenza era la tesi di Max Tegmark secondo cui la matematica non sarebbe un modo di descrivere la realtà, ma sarebbe essa stessa la realtà. Provo a spiegare, rinviando comunque agli articoli di Tegmark il lettore interessato: se disponiamo di un “modello” matematico che produce predizioni accurate circa i risultati delle nostre osservazioni dei fenomeni fisici, questo “modello” non richiede un corrispondente modello fisico per essere interpretato e correlato alla realtà esterna, ma è esso stesso isomorfo con la realtà. In altre parole, la Fisica sarebbe una costruzione accessoria realizzata da noi esseri umani a solo beneficio delle nostre specifiche modalità cognitive, ma priva di relazione con la realtà, e, infine, epistemologicamente superflua. Se la matematica è isomorfa alla realtà, allora essa è la realtà, e la Fisica serve solo a noi umani per dare un’organizzazione intellegibile alle aride equazioni matematiche.

In questo post e nei successivi, vorrei esplorare alcune implicazioni di questa idea, o meglio accostarla ad alcune posizioni “classiche” in Filosofia della Mente, sperando che l’accostamento risulti stimolante. Credo infatti che ci siano aspetti comuni che possono risultare interessanti per entrambi gli ambiti.

In particolare, per quanto riguarda la Filosofia della Mente, il dibattito ontologico ha ormai alle spalle diversi secoli, e non tenterò di riassumerlo, rinviando semmai all’eccellente enciclopedia filosofica online di Stanford chi volesse ripercorrerlo. Mi limito qui a dare per scontata l’adozione di una prospettiva interamente materialista, e quindi l’abbandono di ogni tentativo dualistico, esplicito come quello originario di Cartesio o implicito come quello di alcuni filosofi più recenti. Con queste premesse, è a mio parere ragionevole uno schema che preveda che esistano diversi possibili livelli di descrizione dei fenomeni “mentali”:

  • Uno assolutamente fondamentale, che chiamerò Fisico, che corrisponde al livello “di base” di descrizione di qualsiasi parte della realtà fisica, e che è basato sulla dinamica di particelle elementari (Elettroni, Fotoni, Protoni, …) e forze fondamentali, in particolare l’Elettromagnetismo.
  • Uno, che chiamerò Neurologico, che studia i fenomeni mentali a partire dallo studio dei costituenti “elementari” del cervello e del sistema nervoso centrale umano (che assumiamo qui essere la “sede riconosciuta” della materia che costituisce la Mente), ossia Neuroni, Sinapsi, Neurotrasmettitori, e tutte le strutture che da essi sono o possono essere formate.
  • Uno, che chiamerò Psicologico, che studia i fenomeni mentali quali noi li descriveremmo usando i modelli mentali che ci formiamo relativamente a noi stessi e agli altri. Gli oggetti di cui questo livello si occupa sono quindi Percezioni, Emozioni, Credenze, Pulsioni, e altre nozioni analoghe. Queste nozioni possono appartenere a quella che Daniel Dennett e altri autori chiamano la Folk Psychology, ossia quella psicologia “spicciola” su cui noi persone qualsiasi interpretiamo il comportamento delle persone, o possono appartenere a modelli delle diverse scuole psicologiche o psicoanalitiche.

In realtà, si potrebbe essere tentati di introdurre un livello intermedio tra quello Neurologico e quello Psicologico, che sarebbe un livello Funzionale, che descrivesse, ad esempio, i processi percettivi o elaborativi “di basso livello” in modo indipendente dal substrato neurologico. Un simile livello potrebbe consentire di prendere in considerazione possibili altri substrati per la “realizzazione” di una Mente, purché sia possibile produrre risultati, appunto, funzionalmente equivalenti. Questo approccio, che è uno degli approcci tradizionali degli studi sull’Intelligenza Artificiale, non mi interessa qui e quindi assumerò che un’eventuale descrizione funzionale a un livello inferiore a quello Psicologico sia correlabile a strutture che ricadono nell’ambito del livello Neurologico (nella misura in cui si riesca ovviamente a individuare queste strutture e le loro funzioni).

Ora, se si assume che il livello Fisico e il livello Neurologico siano connessi da una relazione tale per cui:

  1. Il livello Neurologico è riducibile, ossia è possibile, almeno in linea di principio, fornire una costruzione completa di tutti gli oggetti del livello Neurologico a partire da quelli del livello Fisico;
  2. Il livello Neurologico è completo, ossia non richiede il ricorso a oggetti del livello Fisico per le proprie descrizioni dei fenomeni mentali,

allora è possibile utilizzare indifferentemente l’uno o l’altro senza perdita di informazione; ovviamente, in termini pratici, è il livello Neurologico a essere utilizzato, ma è chiaro che questa scelta corrisponde comunque a un approccio riduzionista.

Dopo questa lunga premessa, arrivo a una delle questioni centrali della Filosofia della Mente: i due livelli di descrizione a cui ci siamo ristretti, quello Neurologico e quello Psicologico, sono entrambi, in linea di principio, necessari? Oppure ci sono motivi per ritenere che uno dei due sia fallace, o ridondante rispetto all’altro?

Ovviamente, questa domanda non ha necessariamente un senso pratico immediato: ora come ora, gli ambiti naturali di applicazione dei modelli neurologici e psicologici della mente sono largamente non sovrapponibili. Tuttavia, esiste una rispettabile corrente di pensiero che sostiene l’Eliminativismo Materialista, che vorrebbe “abolire” il livello Psicologico, per lasciare campo libero allo sviluppo della descrizione della mente secondo i modelli prodotti dal livello Neurologico. I difensori della Psicologia, e della Folk Psychology in particolare (senza usare questa espressione, Hofstadter ne ha fatto una vigorosa apologia nel libro di cui ho parlato qualche post fa, Anelli nell’Io), ne sottolineano il valore esplicativo e predittivo, che gli approcci di “livello” più basso non sono (per ora?) in grado di fornire.

E’ in un certo senso interessante che Hofstadter, nel difendere la Folk Psychology, usi un argomento da “Eliminativista” (e, in effetti, un sostenitore dell’AI Forte non dovrebbe essere un Eliminativista?): in linea di principio, il livello Psicologico è interamente ricostruibile a partire da quello Fisico (e verosimilmente da quello Neurologico, aggiungo io; a volte nello scritto di Hofstadter non è chiaro se faccia distinzione tra i due), ma, date le nostre capacità cognitive che non ci consentono di studiare il cervello a livello di elettroni e fotoni, il livello che ha senso usare quando si parla di Mente è quello Psicologico.
Per mostrare come in realtà un simile argomento si presti a essere utilizzato per sostenere una tesi eliminativista, esso può essere riformulato nel seguente modo:

  1. Il livello Fisico è completo: tutti i fenomeni mentali sono in ultima analisi determinati dalla dinamica di elettroni, neutroni, protoni, ecc.. Hofstadter accetta il materialismo, e non sembra pensare che alla Fisica che conosciamo oggi manchi qualcosa di essenziale, una “materia della mente”, per così dire.
  2. Il livello Psicologico esiste in quanto le nostre caratteristiche cognitive sono quello che sono. Se noi percepissimo elettroni e fotoni, potremmo ragionare direttamente in termini fisici, ma per come siamo fatti abbiamo bisogno del livello Psicologico.

La conclusione naturale, secondo me, è che si potrebbe fare interamente a meno del livello Psicologico, e pur tuttavia essere in grado di descrivere in modo compiuto i fenomeni mentali, allo stesso modo in cui sarebbe possibile in linea di principio descrivere i fenomeni atmosferici usando i normali concetti di termodinamica e fluidodinamica, senza mai parlare di “nubi”, o “venti”, o “piogge”. Sarebbe incredibilmente complicato, ma è chiaro che venti e piogge hanno per noi molto senso perché sono nozioni “a dimensione d’uomo”; un computer inconcepibilmente potente potrebbe benissimo non aver bisogno di questi concetti per analizzare e descrivere gli stessi fenomeni a livello molecolare, oppure un essere estremamente piccolo non avrebbe ragione di dare nomi a possibili regolarità macroscopiche nei moti delle molecole di gas. Nessuno ovviamente dubita di questo, e tutti siamo consapevoli del fatto che, alla fin fine, tutto si riduce a molecole, atomi, e, ancora più in piccolo, particelle e forze fondamentali.

Ecco quindi perché mi sembra ragionevole dire che, mentre per noi il livello Psicologico di descrizione dei fenomeni mentali è imprescindibile, guardando le cose da un punto di vista “oggettivo” esso è di fatto strettamente “antropico”: utile certamente, ma non necessario. Nel prossimo post, proverò a trasporre queste considerazioni al tema proposto da Tegmark.

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