Meritocrazia o Giustizia? (Parte prima)

Tutti noi ci chiediamo spesso se viviamo in una società giusta (o no? Io me lo chiedo spesso, o, meglio, mi chiedo come dovrebbe essere la nostra società per essere più giusta), ma è molto dubbio che abbiamo tutti la stessa idea di cosa sia la Giustizia. Per Giustizia qui intendo, ovviamente, non quella legata all’applicazione della legge da parte dei tribunali, ma quella che potrebbe più esattamente forse essere chiamata Equità, o, usando il più efficace termine inglese, Fairness. In linea di massima, nel seguito cercherò quindi di usare questo termine per evitare ambiguità.

A mio parere, la nozione popolare di Equità nel corso degli ultimi decenni è cambiata, sottilmente, senza che ci sia stato un vero dibattito sulla questione. Eppure, in teoria, questa nozione popolare è quella che dovrebbe sottendere ai criteri con cui lo Stato interviene sulla distribuzione della ricchezza e sul welfare, e quindi essere una delle pietre angolari (forse, la pietra angolare) della nostra convivenza. Mentre si discute spesso di specifiche applicazioni dei principi di equità (ad esempio sulla fiscalità generale e su come distribuirne il gettito), è invece molto più raro incontrare un dibattito sull’Equità sociale in sé, e l’assenza di dibattito non può che limitare la consapevolezza collettiva dei criteri che implicitamente guidano le scelte politiche. Ecco perché l’Incompetente ha deciso di provare a scalfire la superficie di un problema molto serio, sperando di metterne in luce qualche aspetto interessante.

Dicevo che a mio parere il concetto di Equità, o quello collegato di Giustizia Distributiva (ossia quella forma di Giustizia che si espleta nella distribuzione delle risorse, intrinsecamente scarse, nella società), ha subito delle profonde, seppur silenti, trasformazioni negli ultimi decenni. Una volta, per definire una ripartizione equa delle risorse, si sarebbe partiti da una posizione egualitaria, che considerasse una disponibilità di risorse uguali per tutti come una “condizione primitiva” rispetto alla quale ragionare per differenza volendo trovare una distribuzione migliore.

Questa è la posizione sostenuta nel più importante lavoro di filosofia politica del Novecento, A Theory of Justice pubblicato da John Rawls nel 1971. Secondo Rawls, le disuguaglianze nella ripartizione dei beni materiali (ossia nella ricchezza di ciascuno) sono ammissibili solo se il loro effetto è che i più svantaggiati ne ottengono un beneficio. Perché questo possa accadere, ovviamente, occorre che le disuguaglianze forniscano un incentivo a chi può beneficiarne, in modo però che ne derivino “ricadute sociali” positive tali da migliorare il benessere delle persone che di tali incentivi non fruiscono direttamente. È istruttivo osservare che questa posizione fu, all’epoca, criticata a partire da posizioni Egualitarie in quanto vista come una giustificazione dellle differenze sociali esistenti.
Questa è la tesi espressa dal più autorevole autore del Novecento, come dicevo, che rappresenta almeno nominalmente un punto di riferimento essenziale per la Filosofia Politica. Eppure, mi sembra che da queste tesi ci siamo allontanati, e parecchio.

Per comprenderlo, estrarrei un brano dell’articolo di Wikipedia sull’Egualitarismo, anzi sull’ Egalitarianism, visto che l’articolo è in inglese, che cita un “sostenitore” dell’Egualitarismo (la traduzione è mia):
«Uguaglianza non significa una stessa quantità [per tutti], ma uguale opportunità… Non commettete l’errore di identificare l’uguaglianza nella libertà con l’uniformità forzosa delle prigioni. […] Esigenze e preferenze individuali differiscono, come anche i desideri. È la pari opportunità di soddisfarli che costituisce la vera uguaglianza».
 
Come si vede, l’autore fa un gran pasticcio, mescolando l’Egualitarismo (che dovrebbe consistere nel considerare desiderabile ridurre al minimo le differenze tra le condizioni di vita di ciascuno) con l’uguaglianza delle opportunità, che è invece una componente essenziale della Meritocrazia (per la quale appunto tali differenze sono indispensabili). A sua volta, la Meritocrazia è spesso identificata tout court con l’Equità, ed invocata come condizione necessaria e sufficiente per garantire una distribuzione soddisfacente delle risorse. Ma cos’è la Meritocrazia?
Volendo darne una definizione banale, potremmo dire che si tratta di una politica distributiva che incentiva e premia il merito, indipendentemente dalle caratteristiche “non pertinenti” di una persona (ad esempio, la razza, il sesso, la famiglia di origine, ecc.). Tuttavia, questa definizione è priva di significato se non la elaboriamo un po’. Ad esempio, potremmo dire che la Meritocrazia implichi l’esistenza contemporanea di una serie di condizioni, che provo a elencare “a ritroso”, cioè dal punto di arrivo a quello di partenza:

1)      Esiste un sistema di incentivi per cui:
a.       Diverse posizioni lavorative e sociali comportano diversi livelli di “retribuzione”
b.      All’interno di coloro che occupano posizioni equivalenti, vengono ulteriormente premiati i più “meritevoli”
2)      Esiste un sistema di valutazione e selezione per cui le posizioni “privilegiate” sono assegnate a coloro che producono i migliori risultati, indipendentemente da ogni altra considerazione;
3)      Dal momento che la capacità di produrre risultati eccellenti si costruisce in un percorso formativo, e che per poter dimostrare questa capacità è necessario poter accedere ad appropriati sbocchi lavorativi, una condizione necessaria per l’esistenza di un sistema meritocratico è la cosiddetta Uguaglianza delle Opportunità (Equality of Opportunities, in inglese).

In altre parole, la Meritocrazia implica:
–          L’Uguaglianza delle Opportunità
–          La Disuguaglianza dei Benefici
–          Un complesso sistema di valutazione, selezione e remunerazione

Nei prossimi post, cercherò di affrontare alcune questioni che conseguono abbastanza naturalmente a queste premesse.

3 pensieri su “Meritocrazia o Giustizia? (Parte prima)

  1. No,a mio parere: è proprio uno dei punti che vorrei toccare. Cerco di scrivere qualcosa in questo weekend.

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